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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-4-12

12/4/2015

Il conservatorismo del governo è suicida

Questo governo condanna l’Italia ad una futura implosione economica per eccesso di conservatorismo. Il Def, infatti,svela la priorità di mantenere il modello di Stato assistenziale, limandolo solo un minimo, e non quella di dare impulso alla crescita o togliendo pesi fiscali al mercato oppure riallocando spesa pubblica dagli apparati improduttivi agli investimenti di modernizzazione. Il premier dice il contrario attribuendosi una conduzione politica rivoluzionaria. Ma è smentito dai fatti. Più preoccupante è il fatto che una persona competente come il ministro Padoan preveda che solo in un futuro remoto l’Italia potrebbe raggiungere una crescita stabilizzata del 2% all’anno: significa stagnazione, cioè declino lento. Come può un tecnico dire con tranquillità ad una nazione che siamo condannati all’impoverimento? Forse lo ritiene il miglior scenario nazionale possibile nell’ambito di quello globale pessimistico, enfatizzato da Larry Summers: non ci saranno più le condizioni strutturali che hanno permesso la crescita forte del dopoguerra. Questa profezia è corroborata da quella di disintermediazione del lavoro umano da parte di automi ed altre di tipo implosivo relative alla continuazione del progetto del capitalismo di massa. Tale progetto è arrivato a creare società fatte di 2/3 di ricchi ed un 1/3 di meno abbienti. I dati recenti mostrano che in questi anni sia l’America (meno) sia l’Europa sono in regressione per l’aumento di impoveriti. E’ questa la visione che giustifica la prudenza nel ridurre la quantità di popolazione protetta dal denaro fiscale e che quindi giustifica la priorità del mantenimento degli apparati e la poca fiducia nel libero mercato? Se fosse così vorrei ricordare che nei primi anni ’90 le tendenze apparivano simili. Luttwak, Tremonti ed io pubblicammo “Il fantasma della povertà” (Mondadori 1995) ciascuno proponendo una diversa soluzione, ma convergendo sulla necessità di maggiore guida dell’economia da parte della politica. Non, almeno io e Luttwak, per statalismo, ma per il riconoscimento che ormai lo Stato era una stazione fondamentale del ciclo del capitale. Poi la tendenza di crisi fu invertita dall’emergere positivo della globalizazione e dell’economia trainata dalla conoscenza, cioè da un’azione del mercato e non della politica. Già a quei tempi la politica, in tutte le democrazie, e gli Stati mostravano di non sapersi adeguare al nuovo mondo, sostanzialmente, perché negli anni grassi si erano caricati di troppa massa assistita, creando la mostruosità di società dove la popolazione dipendente da una protezione o salario pubblici era tale da far restare il modello assistenziale irriformabile via consenso, una distorsione della democrazia che pochi commentano, ma che è il principale fattore che blocca la modernizzazione evolutiva dei modelli di welfare nelle democrazie stesse. Con questo voglio dire che capisco la difficoltà di un governo a cambiare modello, in particolare se di sinistra e dipendente da un elettorato per lo più fatto da popolazione protetta. Anche i governi di centrodestra in Italia non sono riusciti a ridurre la spesa e le tasse in modo significativo. Ma non capisco l’arrendersi e non giustifico la bugia di spacciare per scenario buono una stagnazione endemica futura che sarà la morte dei figli dei padri e delle madri che leggono ora queste righe. Dovremmo imputare tutta quella politica che si arrende alla conservazione e la maschera come innovazione. Per quale reato? Per tradimento e sabotaggio del progetto del capitalismo di massa che è il cuore di quello democratico. Non è vero, infatti, che non ci siano le condizioni per riprendere la strada del progresso, definibile come relazione reciprocamente amplificante tra tecnica, libertà e capitale: la tecnologia può creare nuovi lavori, l’invecchiamento medio in economie tecnologiche ha meno impatto, la finanza privata può benissimo riprendere la sua capacità di creare capitale abbondante per la crescita in modi più ordinati, ecc.. Meno tasse e il più di quelle che restano investite in qualificazione della società. Così potremmo sperare in future crescite economiche ben oltre il 2%. Solo il conservatorismo della sinistra che finanzia il passato a scapito del futuro può sabotare tale possibilità, non la realtà delle cose. Certo, le alternative politiche in Italia sono altrettanto inconsistenti, ma ciò sia di stimolo per concepire un futuro centrodestra capace di prendere dalle mani ormai incapaci della sinistra la missione del progresso.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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