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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-8-2

2/8/2015

Dieci anni per adeguarsi alla nuova economia o morire

E’ finito un ciclo dell’economia globale e ne inizia un altro. Le nazioni saranno selezionate in base alla loro capacità di adattarsi al nuovo, tre i principali fattori selettivi. Primo, la domanda globale crescerà, ma non più ai ritmi del passato che permettevano alle nazioni di far trainare la loro crescita più dall’export che dai consumi ed investimenti interni. L’America è a sviluppo maturo, continuerà a crescere grazie agli immigrati che ringiovaniscono la popolazione, all’eccellenza tecnologica ed alla libertà del mercato, ma non più a livelli tali da poter essere superlocomotiva che traina tutto il pianeta. La Cina ha finito il periodo di supersviluppo e sta entrando in uno di consolidamento, se la sbolla non la farà implodere, con la conseguenza di assorbire meno materie prime e beni importati. L’Eurozona che in teoria potrebbe essere locomotiva globale integrativa, e motore per le nazioni della regione, non riuscirà ad esserlo per molti anni a causa di modelli inefficienti e senza consenso sufficiente per modificarli. In sintesi, il nuovo ambiente richiede ad ogni nazione una minore dipendenza dall’export ed una fortissima capacità di crescita interna. Secondo, l’evoluzione tecnologica, robotica ed informatica in particolare, disintermedieranno nel prossimo decennio almeno 1/3 della forza lavoro oggi esistente nelle economie sviluppate. Da un lato, la tecnoeconomia produrrà nuove opportunità, dall’altro solo soggetti superistruiti potranno coglierle, considerando che il 90% della popolazione residente nelle nazioni sviluppate ha istruzione insufficiente per il nuovo mondo. Tale fattore peserà di più nelle economie mature e meno in quelle con ancora ampie sacche di sottosviluppo che potranno far crescere i mercati interni per vie tradizionali, per esempio l’India, e, pur con minor sostegno dell’export di materie prime, Brasile, Sudafrica, Russia, ecc.. Le economie già sviluppate hanno modelli troppo carichi di spese redistributive e di apparato pubblico che drenano risorse per gli investimenti modernizzanti sia privati sia pubblici. Mentre in America il peso frenante dello Stato è sostenibile dal mercato, nell’Eurozona non lo è, in particolare di fronte alla necessità di dare impulso ad investimenti. Quindi la priorità per l’Eurozona, e per l’Italia, è quella di smontare gli eccessi statalisti, lasciare più soldi al mercato affinché faccia più investimenti modernizzanti, riducendo le tasse, nonché riallocare la spesa per apparati a favore di una formazione di base e continua con capacità di vera e propria rivoluzione cognitiva di massa per creare un più ampio accesso all’economia supertecnologica. Il governo liberista del Regno Unito si sta muovendo in questa direzione per i motivi qui detti. Il punto: o gli Stati sociali europei restituiscono ai cittadini la responsabilità del proprio destino economico, dando in cambio meno tasse ed una loro allocazione per più investimenti e superistruzione di massa, oppure getteranno le loro nazioni in una crisi totale. Lo Stato assistenziale, nel nuovo ciclo economico globale, non è più sostenibile, irrilevante che sia il più efficiente modello renano o quello dissipativo italiano o il peculiare protezionismo sociale francese. Ma è impossibile ottenere il consenso per un cambiamento così radicale di modello in nazioni dove una gran parte della popolazione opera in mercati protetti ed impieghi pubblici. Tuttavia, se non si cambia rapidamente poi le nazioni rigide imploderanno. Si può risolvere questo dilemma? Appare inevitabile comprare tempo per rendere graduale il cambiamento di modello e ridurre l’impatto sociale dando alle persone tempo per adeguarsi ed opzioni di sopravvivenza. Infatti sono in atto due azioni con questo scopo: a) far galleggiare su un mare di liquidità fornito dalla Bce economie inefficienti che altrimenti affonderebbero, azione che può funzionare per un po’ come sostituto di altri motori di crescita; b) accelerare la creazione di un mercato integrato euroamericano, ora in negoziazione tra Ue e Stati Uniti (Ttip), che permetterebbe più scambi dando agli americani la possibilità di ridurre l’impoverimento della classe media non competente per la nuova tecnoeconomia ed agli europei di fare più crescita con i modelli esistenti mentre cambiano gradualmente. In conclusione, abbiamo di fronte un decennio di fuoco dove potremo sopravvivere con i vecchi modelli mentre cambiano, ma moriremo se non usiamo questo tempo “cuscinetto” per cambiarli.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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