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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-2-15

15/2/2015

La geopolitica e non la ragioneria determinerà il destino di Atene

Il compromesso tra Eurozona e Grecia dipenderà non da fattori tecnici, ma geopolitici. La questione greca, infatti, ha rilievo non per l’importanza di questa nazione e nemmeno per l’entità del suo debito a rischio di insolvenza, ma per l’effetto sia globale sia regionale che il suo esito potrà provocare. Dopo la fine dell’Impero americano (1945 – 2008) che aveva sospeso la normalità storica, imponendo una pax (monopolio della violenza) che impediva ad altre nazioni ambizioni di conquista, ora la storia è tornata, in particolare, destabilizzando i confini dell’ordine internazionale precedente. La Russia punta all’inclusione di Grecia e Cipro nella sua area di influenza, combinando millenarismo panslavista e compattazione dei cristiani ortodossi, motivo di eccitato consenso interno. La speranza strategica di Mosca ricalca l’antico progetto imperiale zarista: espansione ad ovest con sbocco nel Mediterraneo, dominio dell’Asia centrale, per esempio il riassorbimento in atto del Kazakistan, posizione di deterrenza nell’estremo oriente, per esempio la recente alleanza con la Corea del Nord in quanto i suoi missili nucleari possono essere puntati non solo su Tokyo o Los Ageles, ma anche su Pechino. La Russia, infatti, sa che la strategia cinese di lungo termine è di annettere la Siberia e si prepara. Ma, prima di questo, Pechino e Mosca hanno l’interesse di costruire un blocco euroasiatico, includendo la Ue dopo averla indebolita e frammentata. La Russia vorrà includere la Grecia anche per rinforzarsi sul piano simbolico: Mosca, Seconda Roma, è il vero centro dell’Occidente erede di Atene, meglio dire Sparta, e Costantinopoli e non Washington, Terza Roma. La Cina, con un’inclinazione strategica più pragmatica, vorrà dominare gli europei, compresi i russi alla fine, non con i simboli, ma con i soldi. Per esempio, sta premendo, con successo, per la conferma dell’acquisizione del porto del Pireo, così come sta insinuandosi con capitale in tutti gli snodi economici rilevanti dell’Europa. In sintesi, per ambedue un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un vantaggio strategico, amplificato dal fatto che Atene non potrebbe essere più un membro normale della Ue e, soprattutto, della Nato. Sarebbe un segnale di inizio della fine per l’Occidente americocentrico. Questa analisi - qui ho semplificato quella in corso in parecchi think tank tra cui il mio - fa comprendere perché l’America abbia imposto a Merkel una posizione di mantenimento della Grecia nell’euro a tutti i costi. Da un lato, Il costo economico sarebbe gestibile senza grossi problemi. Dall’altro, le conseguenze politiche di un cedimento eccessivo alle richieste del governo neoperonista greco sarebbero destabilizzanti: (a) la percezione di un regalo ad Atene farebbe crescere molto il partito neonazionalista eurocontrario “Alternativa per la Germania”, depotenziando il centrodestra cristiano guidato da Merkel che, pur germanista, vuole mantenere Ue ed Eurozona; (b) il cedimento incentiverebbe Podemos in Spagna, simile a Syriza, creando, dopo le elezioni del prossimo settembre, un megaproblema tecnico in quanto il debito di Madrid è sul trilione di euro e la sua eventuale insolvenza avrebbe scala per innescare una crisi globale nonché la fine dell’euro; (c) preoccupazione simile riguarda anche l’Italia, pur molto meno. Per inciso, in questo scenario l’Italia ha un potenziale vantaggio in quanto Merkel ha bisogno che Roma converga per fare massa politica. Al momento sembra che Renzi non lo abbia colto perché indulge in invocazioni di generico euroflessibilismo. Speriamo che a porte chiuse voglia, e sappia, ben machiavellare perché è il momento perfetto per “triangolare” con Berlino e Washington ed ottenere in cambio sollievi economici nonché un ingaggio delle riluttanti America ed Europa per una iniziativa di sicurezza, vitale per l’interesse italiano, in Libia e dintorni. In conclusione, visti questi fattori dello scenario, ci sarà un punto di compromesso? Probabilmente sì, per esempio uno sconto sugli interessi del debito greco, qualche soldo veicolato via Fmi e liquidità extra alle banche greche (già assicurata dalla Bce), queste azioni sia travestibili come continuità del rigore sia ingoiabili dal governo greco. Ma prima di arrivarci, America ed Europa dovranno individuare una leva di dissuasione nei confronti di Tsipras, cioè fargli vedere la sua fine se continuerà a divergere e a fare occhiolino a Mosca e a Pechino. Solo dopo questa azione vi sarà la soluzione tecnica.

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