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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-6-28

28/6/2015

L’Africa sarà il vero fronte

L’offensiva del Ramadan, prevista perché periodo che premia di più il martirio nei codici jihadisti, ha avuto intensità ed estensione minori delle attese. Inoltre, lo sforzo maggiore del Califfato si è concentrato nelle sue vicinanze, in particolare nel tentativo di riconquistare la curda Kobane. La sensazione è che il Califfato usi un massimo di risorse per statalizzare, perimetrare con confini riconosciuti e consolidare il proprio nucleo territoriale e solo un minimo per sostenere la profezia di sua espansione globale e vincente che favorisce nuovi reclutamenti di giovani, in una situazione di forza decrescente. Indizi: un caso in Francia, dove la densità di islamici non-assimilati fa inferire un’elevata probabilità a priori di eventi molteplici; un solo gruppo di fuoco in Tunisia dove la percentuale di popolazione pro-salafita è elevata, al punto di rendere questa nazione la maggior fornitrice di soldati (più di 3.000) allo Stato islamico, pur la maggioranza moderata e secolarizzata. L’attacco di al Shabab in Somalia è andato a segno, ma questa organizzazione va considerata più uno strumento della al Qaeda residua che non uno agli ordini diretti di Raqqa. Gli attentati contro le moschee sciite sono abbastanza facili da eseguire e non sono indicatori rappresentativi. Al riguardo dell’offensiva esterna, in sintesi, resta come segnale di vero pericolo la destabilizzazione economica della Tunisia per la dissuasione del turismo. Anche perché la centrale strategica di Raqqa certamente vede che lì potrà ottenere un massimo vantaggio con il minimo sforzo. In sintesi, pur non escludendo colpi esterni più intensi ed estesi nel futuro, ritengo che il Califfato abbia scelto una riallocazione di risorse decrescenti verso il suo territorio, anche indicata dalla coniazione di una moneta aurea: mi sembra chiara la volontà di costruire uno Stato e, conseguentemente, di concentrare le risorse per questo scopo più che disperderle verso l’esterno. Inoltre, vedo che il Califfato sta definendo confini, come se comunicasse ai nemici che oltre ad un certo punto non andrà. E mi sembra che cominci a fare diplomazia attaccando Kobane per distruggere un presidio curdo che la Turchia non vuole esista, in sostanza facendo un favore ad Ankara, invece che cercare vittorie altrove. Tale situazione forse spiega anche perché nessuno stia combattendo sul serio il Califfato. In quell’area non sarà possibile ricostruire Siria ed Irak e un nuovo Stato sunnita dovrà esserci comunque. Ai sauditi va bene perché è il loro piano originario. All’Iran va anche bene perché rende l’Irak residuo, meridionale e sciita, un dominio diretto di Teheran. Va anche bene a Turchia ed Iran che i curdi vengano controllati affinché non facciano uno Stato loro e che quindi non si crei un vuoto che poi lascerebbe terreno non presidiato. Si tratta solo di sostituire gli jihadisti con una governance sunnita più accomodante, creare uno spazio (costiero) per gli alauiti siriani, l’etnia di Bassar al-Asad, protetti da Iran/Hezbollah nonché dalla Russia che ha basi navali in quell’angolo, poco sopra il Libano, il tutto senza destabilizzare quest’ultimo. Possibile, ma c’è un problema. Se i jihadisti fossero espulsi da Raqqa, allora trasferirebbero la loro azione altrove o facendo tornare migliaia di soldati in Tunisia, Marocco, Egitto, nei Balcani, nel Caucaso ed in Europa o, più probabilmente, concentrandoli in Libia, Somalia o zone simili destrutturate dell’Africa. Se così, l’interesse occidentale è di prima bonificare l’Africa e di riorganizzare gli Stati falliti che potrebbero ospitare la risorgenza del Califfato e solo poi appoggiare l’affondo per la sostituzione delle élite nel nuovo Stato sunnita mesopotamico, nel contempo classificando via marcatura più jihadisti possibile, cosa fattibile se restano per un po’ di tempo concentrati in un territorio ed esposti ad osservazione aerea. Per poi eliminarli, arrestarli e/o costringerli ad agire come infiltrati. In conclusione, pur giustificate le reazioni emotive dato l’orrore, il caso chiama strategie non-intuitive e fredde. A me sembra chiaro che italiani ed europei dovrebbero mettere in priorità, pur con ingaggi indiretti, il controllo dell’Africa, a partire dalla Libia, ed il sostegno delle nazioni alleate ed utili, a partire dalla Tunisia, e mantenere un impegno minore sul fronte mesopotamico, con l’eccezione di una tutela diretta dei curdi in caso fossero necessarie dissuasioni in quella fluida regione.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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