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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-3-29

29/3/2015

La ripresa va governata

La ripresa c’è, ma per consolidarla il governo dovrebbe fare tre azioni: (a) rafforzare la sicurezza dei megaflussi turistici previsti nel 2015; (b) aggiungere uno stimolo fiscale a quello monetario; (c) facilitare la soluzione delle situazioni residue di crisi che frenano la ripresa stessa. Il disordine crescente nell’area islamica, al momento, non fa temere rialzi del prezzo del petrolio con impatto destabilizzante e, comunque, è valutato dagli attori del mercato finanziario come fattore negativo di forza inferiore a quello espansivo della megaliquidità generata dalla Bce. Il segnale, implicito, che gli islamici si ammazzino pure tra loro tanto le Borse occidentali saliranno lo stesso, combinato con la convergenza di decine di milioni di visitatori da tutto il mondo previsti in occasione dell’Expo e del Giubileo, il secondo massima celebrazione collettiva della Cristianità, pone l’Italia come possibile bersaglio primario per chi voglia dare un messaggio all’Occidente o di tipo islamista e/o di forza destabilizzante. Non è mia intenzione far sospettare che le nostre forze di sicurezza siano impreparate – lo sono molto più di quanto appaia – ma è doveroso segnalare che il rafforzamento della sicurezza in questo particolare frangente richiede azioni inusuali. Ciò che si può dire sui giornali in materia riguarda, in particolare, due iniziative di politica estera e di difesa: ingaggiare tutti gli alleati Nato nella prevenzione di un attacco nonché assicurarsi la collaborazione attiva delle nazioni islamiche. Annoto, sperando di sbagliare, che di tali iniziative non c’è ancora traccia. Il punto: la convergenza turistica in Italia potrebbe valere da sola, calcolando l’indotto, quasi l’1% del Pil e, soprattutto, ricapitalizzare alcuni dei settori più colpiti dalla crisi. Tale punto è chiave se si considera che il governo non sta dando segnali di voler ridurre le tasse in modo generale, per stimolare i consumi, ed in modo mirato per favorire gli investimenti. Sarebbe scorretto scrivere che non stia facendo alcunché. Per esempio, la riduzione dell’Irap, in atto dal 2015, ha convinto molte aziende a convertire posizioni lavorative a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, per convenienza. Il cosiddetto Jobs Act non ha di per sé la capacità di incentivare assunzioni, ma certamente le scoraggia di meno che nel passato. Tuttavia, lo stimolo fiscale che servirebbe a far girare il volano di crescita messo in moto da quello monetario è molto più grosso: decine di miliardi sia messi al servizio della riduzione delle tasse su imprese e famiglie sia riallocati dalla spesa per apparati a quella per lavori pubblici ed infrastrutture. Il governo non sta preparandosi a manovre di queste dimensioni. Lo si vede dalla mancanza di un piano di riduzione della spesa pubblica per lasciar spazio alla detassazione nell’ambito del requisito – dovuto ad un rigorismo suicida, ma necessario per mantenere affidabile il megadebito - del pareggio di bilancio. Inoltre si nota che il governo preferisce fare assunzioni clientelari, per esempio le tonnellate di insegnanti, così come preferì buttare via i soldi dando 80 euro a pioggia invece che fare un taglio equivalente di tasse molto più produttivo. In sintesi, è evidente che un governo molto condizionato dalla sinistra non è incline a tagliare le tasse al livello utile per stimolare consumi ed investimenti. In più, questo governo punta a spese mirate a rinforzare il consenso elettorale. Ciò spiega l’enfasi sulla capitalizzazione esterna fornita nel 2015 dalla megaconvergenza turistica. Ma anche un governo di sinistra con un forte indirizzo di spesa clientelare potrebbe fare azioni utilissime per eliminare gli strascichi della lunga recessione che stanno frenando la ripresa, senza eccessivi tagli fiscali: 1) modificare la legge fallimentare, rendendola più simile allo statunitense Chapter 11 per dare più possibilità alle imprese in stress di riprendersi, evitando concordati distruttivi o peggio; 2) estendere il fondo di garanzia per dare alle imprese in riparazione non soldi, ma merito di credito; 3) permettere alla banche di mettere a perdita fiscale i crediti inesigibili in 1 anno invece che in 5, come altrove, per cominciare a liberarle da questo peso che riduce l’erogazione di credito. In conclusione, il governo non vorrà fare la seconda azione raccomandata all’inizio, ma se facesse bene e presto le altre due la vitalissima economia italiana potrebbe comunque volare pur con un’ala sola.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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