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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-8-24

24/8/2014

L’Italia è pronta per un modello liberista

Se applicassimo in Italia un modello liberista, il sistema sociale lo reggerebbe oppure no? Detto altrimenti, la maggioranza della popolazione italiana, dopo 50 anni di passivizzante protezionismo sociale, dal primo centrosinistra nel 1964, dopo 20 anni di stagnazione (dal 1994) che hanno minimizzato gli investimenti modernizzanti, azzerati negli ultimi 6 anni di crisi acuta, sarebbe in grado di sopravvivere in un mercato liberalizzato e competitivo che richiede attivismo, mobilità intellettuale e geografica? Se sì, allora ci sarebbero motivi ben fondati per forzare il consenso verso l’accettazione di una liberalizzazione forte del mercato e di una riduzione sostanziale degli apparati statali per ridurre la spesa pubblica e le tasse per l’elevata probabilità che così facendo si darebbe un impulso fortissimo alla crescita ed alla produttività. Se no, cioè se la probabilità prevalente è che la liberalizzazione provochi una selezione sociale, ovvero l’arricchimento di pochi e l’impoverimento dei molti perché troppo deboli sul piano delle capacità, come avvenuto nella liberalizzazione repentina e non governata della Russia (da metà 1991) dopo la sostituzione del modello comunista, allora sarebbe necessario rassegnarsi ad una soluzione sub-ottimale che tenga conto di una incapacità sociale diffusa allo scopo di evitare una catastrofe sociale. Nella crisi storica dello statalismo, le offerte politiche di sinistra e centriste in area europea hanno tentato di preservarne quanto più potevano, mixandolo con la libertà di mercato affinché la crescita economica prodotta dalla libertà finanziasse a compensazione l’inefficienza dello statalismo stesso. Questo fu il tentativo di Blair e di Schroeder ed ora, in ritardo di più di un decennio, è quello di Renzi. Ma i dati mostrano che anche questo “mix” non funziona nemmeno se si limano un po’ di più i costi statali. Il primo a rendersi conto che bisognava rinunciare al mix e rendere prevalente il modello liberista, nonché ad applicarlo sul serio, è stato Cameron. Non solo tagli di spesa e tasse, ma rimozione delle rigidità, in forma di tutele, nel mercato del lavoro e liberalizzazione generalizzata. Lo studio del caso inglese, che ora esibisce un grande successo dopo tre anni di cura liberista, mostra che quella società ha sufficiente competenza diffusa per far transitare milioni di persone dai mercati protetti a quelli competitivi senza conseguenze destabilizzanti. Probabilmente il tasso di statalismo in quel sistema non è mai stato troppo elevato e ciò ha passivizzato di meno la popolazione rendendone incapace solo una minoranza e, conseguentemente, più disponibile la maggioranza a dare il consenso per una soluzione liberista-rivitalizzante alla crisi. Mesi fa, stimolato dal caso inglese, ho chiesto al mio gruppo di ricerca una valutazione preliminare, di antropologia economica, delle capacità dell’Italia di reggere una forte liberalizzazione. Ieri mi è arrivato il rapporto, pur ancora in forma di ipotesi, ma corroborate da evidenze: (1) con mia sorpresa, la società italiana non appare, in maggioranza, passivizzata nonostante il forte statalismo somministratole per decenni; (2) la propensione all’attivismo economico è elevatissima, diffusa e omogenea, pur con varianti culturali, a Sud ed a Nord; (3) l’individualismo è marcato dappertutto e orienta gli individui ad elaborare strategie autonome di vita più che a ricorrere a soluzioni collettivistiche. In sintesi, la società italiana è fatta in maggioranza da individui con forte autonomia, intellettualmente e geograficamente mobili, capaci di praticare con successo un mercato competitivo con poche tutele. Spiegazioni? Probabilmente c’è un motore culturale peculiare legato alla storicità della penisola, da capire con ricerche dedicate. Ma per i nostri fini qui è sintetizzabile con le parole scherzose di una ricercatrice: una popolazione senza acculturazione liberale, ma naturalmente anarco-capitalista. Ciò significa che il sistema sociale italiano, pur diverso da quello inglese, sosterrebbe comunque molto bene la transizione da un modello statalista ad uno liberista. Non c’è mai stata una vera offerta politica liberista in Italia probabilmente perché i sondaggi indicano che la gente vuole i benefici del mercato, ma senza rinunciare alle tutele. Ovviamente. Ma ora è evidente che il finanziamento delle tutele deprime la crescita ed erode i redditi del popolo che vive di mercato, elettoralmente maggioritario. Che lo vede e capisce. L’informazione che se più libero il mercato darebbe più soldi ai più, combinata con quella, cruciale e qui enfatizzata, che il sistema italiano sarebbe capace di sostenere una liberalizzazione fortissima dovrebbe, secondo me, rendere possibile il successo elettorale di un’offerta politica veramente liberista de-statalizzante. Va sottolineato che non basta togliere garanzie, ma che bisogna crearne di nuove non redistributive, ma di investimento. Queste parole vogliono aprire una stagione delle soluzioni e chiudere quella dei problemi irrisolvibili: aggiornare il modello liberista e formare un partito, necessariamente del tutto nuovo, che lo proponga. Manca un colore, già liberatorio un concorso di idee per trovarlo.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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