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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-8-17

17/8/2014

Il fallimento dello statalismo chiama in campo un liberalismo rinnovato

Guardiamo da più in alto. Davanti a noi, nell’Eurozona, non c’è il rischio di un crisi economica traumatica a breve, ma quello di un lento declino che provocherà una spaccatura netta della società tra ricchi e poveri e la fine del capitalismo di massa che è il pilastro concreto del progetto democratico. Profezia immaginifica? No, dati (dal 1990) trasformati in tendenze probabilistiche e sintetizzati in forma di scenari sistemici dal gruppo di ricerca euroamericano che coordino. Il punto: il modello di Stato che intermedia molto capitale nel ciclo fisco-spesa, che ne spende tanto in apparati burocratici e che regola ogni dettaglio delle attività economiche tende a distruggere ricchezza nel senso di non riuscire a rinnovarla. Francia, Germania ed Italia hanno, pur a diversi gradi di produttività della spesa pubblica e di efficienza delle istituzioni, un modello di questo tipo, sintetizzabile come “statalista”. L’idea socialdemocratica, delle destre nazionaliste e dei cristiano-sociali, negli anni ’60, fu di finanziare l’accesso di massa alla ricchezza per diritto prelevando più soldi dai profitti delle operazioni nel mercato, regolandolo rigidamente. In tale idea c’era l’illusione che la crescita economica non sarebbe stata danneggiata da più tasse e tutele e che sarebbe durata per sempre. Ma si trattava di un fenomeno anomalo e temporaneo di crescita post-bellica, anche alimentata dalla peculiare sovracapitalizzazione esterna delle nazioni europee attuata dall’America per tenere coeso e pro-atlantico il fronte occidentale contro la minaccia sovietica. Semplificando, le sinistre ed i centrosinistra di allora, così come le destre stataliste, nonché i sindacati, non si accorsero che la garanzia redistributiva, gli enormi apparati statali e le tutele diffuse e rigide comprimevano la vitalità del mercato e la crescita. Quando se ne accorsero, invece di cambiare modello, invocarono più spesa pubblica in deficit, distorcendo l’originaria teoria keynesiana di economia della domanda elaborata solo per casi di estrema emergenza. Infatti dai primi anni ’90, esaurita l’ipercrescita post-bellica, Francia, Germania ed Italia finanziano con debito le garanzie e crescono di meno. La possibilità di cambiare modello, liberalizzando, è resa minima dalla massa di popolazione che ormai vive di tutele o di soldi pubblici e che forma un blocco elettorale favorevole alla continuità. Tale situazione ha rafforzato le sinistre nel tentare di continuare un modello inefficiente e dissuaso le destre a produrre un’offerta liberalizzante, anche scoraggiando i pensatori e tecnici liberali ad innovare il liberalismo economico per adeguarlo al consenso. Ciò ha generato un pensiero unico statalista e l’innesco nell’Eurozona, anche perché appesantita da euro-vincoli peggiorativi, del processo di declino lento. Tecnicamente, infatti, è possibile allungare i tempi di declino nel ciclo statalista del capitale, limando la spesa e aumentando l’export per bilanciare la stagnazione dei mercati interni. Ma il declino non colpisce tutti in modo eguale. Una parte del sistema economico si trova a contatto con un mercato globale vitale. Questa parte sta andando a razzo. Infatti si osserva che 1/3 della popolazione nelle nazioni dette sta migliorando, 1/3 peggiora ed un altro 1/3 è in povertà. Dalla società, nel 1990, di 2/3 di ricchi ed 1/3 di poveri in America ed Europa, dove c’era la speranza di arrivare a 3/3 di ricchi, si sta passando, nell’Eurozona, ad una fatta di 1/3 di ricchi sempre più ricchi e di 2/3 di condannati alla povertà endemica. Mentre in America resta la proporzione di 2/3 di ricchi ed 1/3 di poveri e la speranza dei secondi di trasformarsi in primi. Le proiezioni mostrano che il rischio per l’Eurozona non è tanto quello di subire un tracollo economico a breve, ma una spaccatura delle società in prospettiva. Che ad un certo punto porterà a degenerazioni della democrazia, protezionismi e/o scenari peronisti-argentini. Per decenni la sinistra ha predicato che lo statalismo era il modo migliore per rendere di massa la ricchezza. Oggi c’è la prova del contrario: la complessità dei processi economici è superiore a quella che il modello statalista riesce a governare. Per tale motivo i portatori del pragmatismo liberista dovrebbero riprendere coraggio: non pretendere di fare un modello buono per tutti, come tentato dall’irrealismo di sinistra alimentato dalla pochezza analitica di cui sono responsabili le università europee troppo ideologizzate, ma lasciare tutti più liberi di tentare qualcosa di buono per se stessi. In particolare, se nell’Eurozona non contrastiamo le sinistre convincendo le popolazioni della migliore qualità del modello liberale, producendone uno modernizzato, allora il rischio di destabilizzazione delle democrazie sarà crescente. I liberali si ri-attivino. Per rinnovare il progetto democratico del capitalismo di massa ho contribuito con il mio “Il nuovo progresso” (Angeli, 2012) che aggiornerò nel 2015. Altri si diano da fare, l’evidenza del fallimento dello statalismo ha riaperto la partita e la necessità di nuova teoria liberale e non solo di un centravanti per la nuova squadra di destra.

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