ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

Libero

2014-6-29

29/6/2014

C’è molta tattica nell’antieuropeismo inglese

Nel prossimo futuro gli inglesi dovranno decidere, in un referendum, se restare nella Ue o uscirne. L’apparente sconfitta di Cameron nel gioco delle euronomine favorirà l’esito uscitista? Dovrà Cameron cavalcare l’uscitismo invocato dall’Ukip per far sopravvivere il Partito conservatore? Cerchiamo di capire dove la “questione inglese” sia realtà e dove tattica. Il Regno Unito entrò nella Comunità europea nei primi anni ’70 per gli stessi motivi per cui si ingaggiò nei secoli precedenti negli affari continentali: evitare la formazione di un’Europa ostile agli interessi britannici e tutelare il libero accesso a questo mercato. Dopo il 1945 Londra dovette contrastare la formazione di imperi europei dall’interno e non più dall’esterno per deficit di potenza: entrò in Europa affinché questa non diventasse una confederazione condizionante e prendesse la configurazione di area di libero scambio. Tale interesse strategico continua e per questo Londra non ha alcuna intenzione di uscire. Inoltre, la nascita dell’Eurozona costringe la sua piazza finanziaria a competere per esserne il centro tecnico, cosa che implica la permanenza, almeno, nella Ue. Soprattutto, Washington vuole che Londra resti per contrastare dall’interno la formazione di un’Europa germanizzata: quando Cameron annunciò il referendum sulla Ue, rendendo l’uscita una possibile opzione, Obama gli fece un inusuale rimprovero pubblico. Ma il punto finora sottovalutato è che Cameron deve gestire un crescente sentimento anti Ue nella popolazione. Inoltre, Londra non ha avuto molto ascolto dagli altri europei quando ha posto problemi di non intrusione delle regole fiscali e finanziarie della Ue in quelle del Regno. Per ambedue i motivi Cameron deve giocare, tatticamente, la carta dell’uscitismo: far finta di voler andare via per poter ottenere qualcosa, non avendo altri strumenti. Andiamo alla cronaca. A Cameron di Junker non importa un fico secco. Lo ha contrastato per ottenere da Merkel – e forse da Junker stesso, riservatamente - garanzie di non intrusione da parte della Commissione, soprattutto, nelle regole finanziarie, in quelle di contenimento dell’immigrazione, ecc., probabilmente riuscendoci. Ma Cameron ha bisogno di qualcosa di più: la realizzazione del TTIP, cioè l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti ed Ue. Se questo fosse realizzato, infatti, vi sarebbe un unico mercato euroamericano che darebbe vantaggi economici a tutti e permetterebbe a Cameron di dire agli elettori che il restare nella Ue è un male minore necessario per ottenere un beneficio maggiore, cosa che la pragmatica maggioranza della popolazione certamente capirebbe. Appare strano l’interesse britannico per il TTIP in quanto finirebbe il ruolo di Londra come intermediario tra europei ed America? Ma questo ruolo è finito da tempo, preferendo l’America parlare direttamente con Berlino, tuttavia, non fidandosi. Quindi Londra, aggiornando la strategia, ha interesse a far parte di un blocco geopolitico dove Washington ha bisogno del Regno Unito per bilanciare il dominio europeo di Berlino, con a traino Parigi, così puntando ad una governance G2 + G2 del nuovo mercato atlantico. La Germania sembra d’accordo, pur tentennando perché Russia e Cina la ricattano con lo scopo di sabotare il TTIP che li esclude. Ma proprio per questo ha bisogno di Londra per convincere l’America o ad accettare soluzioni con minor controreazioni o ad ingaggiarsi di più in Europa per difenderla. La minaccia inglese di uscire dalla Ue comporta la rottura di questo progetto con la conseguenza di rendere più vulnerabili Germania e Francia. Pertanto sembra azzardato, come molti hanno fatto, scrivere che Cameron abbia perso la partita sulle nomine Ue. Appare più realistico, pur avvertendo della volatilità dei giochi geopolitici in epoca di “ritorno della storia”, che Londra stia usando l’antieuropeismo della popolazione per ottenere un’evoluzione dell’Europa nel senso voluto. L’Italia? Il nostro interesse nazionale oggettivo è che (a) il TTIP si realizzi perché siamo la nazione che ne trarrà il maggior vantaggio economico; (b) che il potere tedesco venga bilanciato non in modi conflittuali, ma includendo Berlino in un’alleanza più ampia dove avrà peso, ma anche più limiti. Quindi l’Italia è in forte convergenza di interessi con Londra e la sua politica estera così dovrebbe ri-orientarsi. In conclusione, Cameron non ha certamente perso nel recente eurosummit, ma non è chiaro se Renzi abbia capito dove e come collocare l’Italia nel gioco.

(c) 2014 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli