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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-5-25

25/5/2014

Un voto strategico

Fatto: il Parlamento europeo avrà poteri maggiori che nel passato, pur lontani dall’essere pieni, e conseguentemente l’eurovoto, questa volta, è importante. Opinione: darò il mio voto al Partito popolare europeo perché ritengo tale scelta la migliore per l’interesse nazionale italiano, combinata con la mia preferenza ideale per il liberismo responsabile. Spiego. Il Trattato di Lisbona (2009) fornisce al Parlamento europeo il potere di fiducia (o sfiducia) nei confronti dei membri della Commissione europea, ma lascia uno spazio di ambiguità sulla natura vincolante o meno della decisione parlamentare. I governi interpretano tale spazio in termini di loro potere non condizionabile nel nominare e il Presidente della Commissione europea ed i commissari, ritenendo solo consultiva e non vincolante l’espressione parlamentare. Per inciso, questo è uno dei tanti esempi che mostra come la costruzione europea sia rimasta a metà tra la formula “comunitaria”, cioè sovranazionale con destino confederale, e quella “intergovernativa”, cioè dove l’Unione europea avrebbe più la forma di un’alleanza tra nazioni, senza istituzioni confederali. La novità: i partiti, nella loro configurazione europea, hanno deciso di presentare candidati diretti al ruolo di Presidente della Commissione, con questo dando un potere sostanziale più forte al Parlamento europeo. Da un lato, i governi non rinunceranno alle loro prerogative di scegliere la Commissione nell’ambito del Consiglio europeo (tavolo intergovernativo). Dall’altro, il fatto che il voto legittimi una persona al di fuori di questo tavolo comunque condizionerà gli accordi intergovernativi. Non so come finirà la cosa, complicatissima, ma sono certo che sarà meglio esserci in questo gioco, con capacità di influenza nell’europarlamento. Anche perché l’eventuale legittimazione elettorale modificherebbe i poteri della Commissione. Ora è un custode ed esecutore dei trattati tra nazioni. Ma con più legittimità popolare potrebbe assumere poteri discrezionali ed esecutivi maggiori, ipotesi che l’Italia deve valutare con molta attenzione. Avrei paura di una Commissione dominata dal Pse perché nella sinistra europea continentale prevalgono posizioni socialiste su quelle centriste, incompatibili – come quelle dell’estrema destra di tipo “lepenista” - con l’idea di un mercato unico europeo sempre più aperto e liberalizzato. In particolare, avrei paura che una vittoria dei socialisti compromettesse, per enfasi sul protezionismo nazionale e sociale, l’accordo di libero scambio tra America ed Ue (TTIP) che è l’unica cosa concreta in grado di dare, in prospettiva, crescita all’Europa ed all’Italia, nella seconda più che altrove. Al riguardo va ricordato che la Commissione ha la delega da parte delle nazioni Ue per negoziare la parte tecnica degli accordi di libero scambio: il tavolo intergovernativo avrà l’ultima parola politica, ma la parte tecnica preparatoria la influenzerà moltissimo. Questo per ricordare quanto sia importante il livello europeo per il nostro interesse nazionale, piaccia o non piaccia. Con questo non assumo che il Ppe sia un ottimo perché troppo influenzato dalla Democrazia cristiana tedesca, portatrice di una posizione contraria all’interesse nazionale italiano in materia di politica monetaria ed economica. Ma proprio per questo motivo l’unico modo per dare capacità all’Italia di condizionare la Germania è quello di mettere i popolari italiani, nel maggior numero possibile, e tedeschi nello stesso partito europeo . Voglio dire che all’interno del Ppe una forte componente italiana avrà la forza per costringere quella tedesca a compromessi poi da trasferire alla trattativa tra governi, depositari del potere di cambiare i trattati. L’obiettivo, infatti, sia di interesse nazionale, sia liberale, sia di un Europa che funzioni, è quello di: (a) modificare lo statuto della Bce che impedisce di renderla garante del nostro debito e, in generale, i criteri di politica monetaria dimostratisi inadeguati per contrastare recessioni e stagnazioni; (b) ridurre l’eccesso di rigore con effetto depressivo sistemico del trattato Fiscal Compact, rinegoziandolo; (c) creare un protocollo di sostegno europeo a progetti nazionali di riforma di efficienza economica che implichino un periodo di deficit di bilancio prima di riportarlo in pareggio, via più crescita e non via più tasse. Tale obiettivo deve essere concordato, in particolare, con i tedeschi che non vogliono tali riparazioni: l’unico modo è costringerli a scambiare in un ambito dove gli italiani sono necessari per gli interessi tedeschi. Il Ppe, appunto.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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