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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-10-26

26/10/2014

Nello scontro tra le due Europe dovrebbe emergere quella sufficiente

In Europa si contrappongono due forze: (ri)nazionalizzazione e (ri)compattazione. La prima ha preso recentemente più impulso. Ma ciò sta attivando la reazione dei compattisti. Mentre il fenomeno della rinazionalizzazione è chiaro, il cosa ricompattare non lo è. Francia e Germania non sono mai state realmente confederaliste, ma hanno sempre visto l’Europa come un moltiplicatore della potenza nazionale. Fu il pensiero strategico francese (De Gaulle, primi anni ‘60) a vedere il dominio sull’Europa come un ingrandimento della forza nazionale, ormai ridotta dal sorgere degli imperi americano e sovietico, e ad offrire alla Germania una posizione di “secondo diarca” per comandare meglio sulla regione. L’Europa fu costruita come istituzione organizzata per questo motivo: Cavallo di Troia per nazioni troppo piccole per essere impero, ma con l’ambizione di restarlo. La Francia divenne più confederalista quando la Germania riunificata (1989) divenne potenza singola e pose a Parigi il problema a Parigi di come mantenerla ingabbiata. La soluzione portò alla creazione dell’Unione europea al posto della Comunità (Maastricht, 1992) con lo scopo principale di costringere Berlino a mollare il marco – nuovo strumento della potenza nazionale tedesca – a favore di una moneta europea. Ma tale strategia ebbe il risultato opposto: germanizzazione dell’Europa e secondarizzazione della Francia. Ora Parigi vede l’Unione a conduzione tedesca come una sconfitta. La Germania non ha alcun interesse a strutturare la Confederazione perché le sue regole ne limiterebbero il potere ora illimitato. In sintesi, i motivi per compattare l’Europa in forma confederale si sono esauriti. Ciò è avvenuto già nel 2005 quando fallì il progetto di Costituzione europea. Da allora la Ue entrò in stallo: non si poteva procedere verso l’integrazione, ma nessuno se la sentiva di smontare la mezza Unione già costruita. Le nazioni si accordarono, di fatto, sul non decidere per evitare frizioni. Lo stallo si tradusse in immobilismo. Fino alla crisi del 2008 non ci furono effetti particolari perché non c’era gran bisogno di un’azione europea. Quando il bisogno ci fu, la Ue, in particolare l’Eurozona, o non si mossero o lo fecero in modo negativo e dannoso nei confronti delle nazioni partecipanti. Ciò erose il consenso popolare per l’Europa, dando spinta ai nazionalismi ora emergenti. La combinazione tra crisi dell’interesse strategico e quella del consenso rende irrealistica una ricompattazione intesa come rafforzamento delle istituzioni confederali europee. Ma ci sono due enormi problemi: a) non sarà possibile mantenere l’euro senza una qualche compattazione; b) senza un’Europa ritenuta utile da tutti i nazionalismi e protezionismi riemergenti saranno meno arginabili e più distruttivi. Situazione: con questa Europa si va al disastro, senza Europa verso la catastrofe. Soluzioni? Prima quelle di caso peggiore. L’interesse nazionale italiano è di essere parte dell’Occidente. Se Ue ed euro imploderanno bisognerà aver pronti il passaggio all’area del dollaro. Possibile, ma non opzione facile in quanto l’importanza dell’Italia, come del Regno Unito, per l’America è correlata alla loro capacità di evitare che l’Europa occidentale finisca sotto il dominio cinese. Pertanto Roma ha interesse ad essere parte dei compattatori. Ma cosa e come compattare? Salvare l’euro richiede un compromesso con la Germania: rinuncia ad una politica economica confederale di compensazione, che il consenso tedesco mai accetterà, in cambio del sì di Berlino all’inserimento nello statuto della Bce della funzione di garanzia di ultima istanza dei debiti nazionali. Subottimale, ma con tale clausola l’Italia potrebbe stare più comoda nell’euro e sostenere i suoi requisiti d’ordine. In generale, per rendere meno vulnerabile l’Europa alla rinazionalizzazione bisognerebbe portarne il modello più verso un’alleanza tra nazioni con maggiore loro sovranità. Difficile? Si tratta di smontare parte di Maastricht e tornare al modello della Comunità: meno di un’unione, ma più di un’alleanza. Con queste parole desidero avviare una riflessione e non certo chiuderla, ma fissando una linea guida: una ri-compattazione è necessaria, ma questa non dovrà perseguire un obiettivo confederale bensì uno di Europa delle nazioni meglio organizzata, pragmatica, con la sola missione di essere mercato utile per tutti. Per il resto ci sono la Nato, l’identità occidentale, l’alleanza globale delle democrazie. Troppa Europa un’idea provinciale e superata, un’Europa sufficiente, invece, utile.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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