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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-4-30

30/4/2014

Ci vuole più luce sulle relazioni tra Occidente e Russia

Il punto è che non possiamo chiedere a Mosca di interrompere la ricostruzione dell’impero russo verso ovest senza darle in cambio un vantaggio. Non sarebbe un cedimento. Sarebbe la costruzione di un motivo per poi poter determinare condizioni di (ri)convergenza tra America, Ue e Russia che ora mancano. Quale motivo? La futura inclusione della Russia in uno spazio economico euroamericano. Mosca osserva con terrore la formazione di un’area di libero scambio atlantica che precorre un futuro mercato unico euroamericano - negoziati TTIP in corso - che poi si integrerà con uno analogo nel Pacifico (negoziati TTP) portando, nel tempo, alla creazione di un mercato globale delle democrazie asiatiche, americane ed europee che escluderà la Cina e, al momento, la Russia. In tale architettura geopolitica la Russia resterà isolata, indebolita e sempre più dipendente dalla Cina. Alla fine perderà la Siberia e l’influenza sull’Asia centrale, e sulle enormi risorse di ambedue, a causa dell’espansione cinese, lenta ed apparentemente non aggressiva, ma inesorabile. Mosca, esclusa dall’Occidente ed a rischio di essere mangiata da Pechino, ha scelto la soluzione di ricostruire l’impero esterno con lo scopo di resistere meglio alla pressione combinata dei nuovi imperi occidentale e cinese. Ha aumentato la pressione ad ovest ed ha meglio strutturato l’influenza sull’Asia centrale via creazione di un’area russo-centrica di libero scambio con incluso il rilevantissimo Kazakistan. Tale mossa, perdente, mi ricorda la reazione del Giappone negli anni ’30 alla politica di restrizioni attuata dall’America nei confronti di Tokyo. Il Giappone rispose con l’invasione della Cina e l’attacco a Pearl Harbour con lo scopo di formare un’area di dominio economico grande abbastanza da renderlo non dipendente da altre potenze. Ovviamente la reazione aggressiva fu dovuta al fatto che le èlite nipponiche del tempo perseguivano un eccitato nazionalismo. Ma la combinazione tra èlite nazionaliste e la trasformazione di un problema diplomatico in motivo di aggressione bellica sembra simile alla situazione corrente a Mosca. Con la complicazione che le èlite russe hanno motivi concreti per non fidarsi di soluzioni diplomatiche con gli occidentali. Tra il 1991 ed il 1999 una Russia in totale sfacelo non fu aiutata dall’Occidente, anzi alcun potenze tentarono di frammentarla. Dal 2000 Putin ricostruì l’impero interno con mezzi autoritari per frenarne la dissoluzione, ma fu additato come tiranno dalla stampa occidentale senza riconoscimento delle condizioni impervie che li giustificavano. Nel 2001, dopo l’11/9, Putin offrì a Bush un’alleanza per combattere il terrore, chiedendo il riconoscimento come potenza alla pari, ma ricevette un rifiuto e la conferma di un ruolo solo nominale e irrilevante nel G8. Per mostrare la rilevanza della Russia la portò nel fronte franco-tedesco contro l’azione americana in Iraq, con lo scopo di creare un’ipotesi di Eurasia forte abbastanza per trattare alla pari con America e Cina. Ma la Germania rifiutò. Quando i prezzi dell’energia aumentarono Mosca pensò di aver trovato la soluzione: far dipendere l’Europa occidentale dal gas russo e su questa base ri-tentare l’opzione Eurasia. Ma la recente convergenza euroamericana e la conseguente possibilità degli europei di rifornimenti alternativi toglie nuovamente forza al tentativo russo di essere parte rilevante di una grande area. E secondo me questo è il motivo di fondo che spinge Putin a rifare impero “in solitario” ed aggressivamente. Se così, la questione ucraina non potrà essere risolta da negoziati relativi alla sola Ucraina, costringendo i russi a negoziare sotto la minaccia di sanzioni. Potrà essere risolta, invece, dall’apertura di una prospettiva di inclusione della Russia nel mercato globale delle democrazie, a date condizioni. La prima sarà il congelamento della questione ucraina, ma nell’ambito di un accordo implicito che favorisca l’espansione dell’influenza russa nell’Asia centrale per contenimento di quella cinese che è interesse congiunto russo ed occidentale. Non sarà facile lanciare tale soluzione a partire dalla frizione attuale né potranno farlo l’eccitata Mosca e la miope Washington. Ciò apre uno spazio di possibilità e responsabilità propositiva per Roma. Non solo, sarebbe fondamentale un’illuminazione che riunisca cattolici, ortodossi e riformati, come invocato da Giovanni Paolo 2°, per dare una base fortissima all’idea di un sistema unico tra Seattle e Vladivostok, passando per Lisbona.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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