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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-11-3

3/11/2013

Luci ed ombre nel rialzo del dollaro

I flussi globali di capitale stanno tornando sul dollaro dopo essersi riversati, da un paio di mesi, sull’euro, fenomeno che ne ha alzato il cambio a danno della competitività delle nostre esportazioni. L’euro stava andando oltre un rapporto di 1,40 sul dollaro, da ieri ha invertito la traiettoria tornando a puntare verso un pur ancora de-competitivo, ma più tollerabile 1,30. Cosa è successo? Nel settembre scorso gli attori del mercato globale avevano percepito, contro le aspettative, che la Banca centrale statunitense (Fed) avrebbe continuato a lungo una politica monetaria espansiva con la conseguenza di svalutare il dollaro. Il rischio percepito di dissoluzione dell’euro si era ridotto e tutti i beni dell’Eurozona, in particolare dell’area sud-europea, apparivano sottovalutati quindi suscettibili di speculazione rialzista, infatti avvenuta (per esempio il rialzo più marcato della nostra Borsa). In realtà la rivalutazione artificiale dell’Eurozona era iniziata nella primavera scorsa grazie alla liberazione di una megamassa di capitali da parte della banca centrale nipponica. Da ieri questo doppio ciclo speculativo appare terminato o in via di ridimensionamento. Ora il mercato sta nuovamente percependo una futura “stretta” della politica monetaria statunitense che dovrebbe portare alla rivalutazione del dollaro e ri-orienta i flussi di conseguenza. La rivalutazione speculativa dell’Eurozona ha comportato, da mesi, investimenti sul debito e sulla Borsa italiani che non sarebbero avvenuti in condizioni normali visto il destino di declino solo rallentato, ma non invertito, attribuito da tutti gli osservatori globali alla nostra economia. Il punto: a differenza della Spagna la cui conduzione politica mostra consistenza e reattività, l’Italia si è trovata rivalutata senza alcun merito. E’ stata una fortuna insperata che, semplificando, ha indotto dall’esterno un aumento della fiducia sull’Italia pur questa incapace di produrla internamente, cosa che ha favorito una ripresa, pur minima e lenta, del nostro mercato interno anche se a scapito dell’export. Questa analisi porta a considerare, ovviamente, con favore la fine o riduzione della rivalutazione a bolla dell’Eurozona perché favorisce l’unica cosa che va in Italia, cioè l’export, ma pone l’attenzione sull’altro lato della medaglia: cosa sosterrà la fiducia sull’Italia qualora venisse meno l’interesse speculativo su di noi? Questo governo, forse? Letta, con tatticismo per altro comprensibile nell’inferno in cui si trova, ha cercato di attribuirsi il merito del calo dello spread e della fiducia sull’Italia, ma è evidente – per omogeneità del fenomeno in tutta l’area meridionale dell’Eurozona - che ciò sia dipeso principalmente dalla dinamica nei flussi di capitale sopra detta. Ora che finisce, o si riduce, il rischio Italia non sarà più sommerso dalle onde della speculazione e riemergerà. Il governo potrà solo assicurare l’equilibrio di bilancio, ma non la crescita, e ciò potrebbe riportare il mercato a calcolare un rischio prospettico più elevato di insolvenza, cosa che rialzerebbe lo spread ed il costo di rifinanziamento del debito (ora previsto in riduzione nei documenti governativi). In sintesi, la buona notizia del rialzo del dollaro si accompagna a quella cattiva che il miglioramento della fiducia sull’Italia è dipeso da una bolla che ora sta sgonfiandosi. Sarà il calo del cambio dell’euro sufficiente a pompare l’export in misura sufficiente da dare un impulso alla crescita che faccia percepire al mercato almeno una vaga sostenibilità prospettica del debito? Se scendesse verso l’1,20 probabilmente sì, ma Berlino e la Bundesbank stanno già sparando – la seconda perfino dicendo che la politica monetaria della Bce è troppo espansiva, cosa surreale in fase di deflazione – per tenere comunque alto il cambio in nome della priorità del rigore disinflazionistico sulla crescita. Secondo me la Bce qualcosa farà proprio per evitare che l’eventuale ricaduta in crisi dell’Italia poi torni a destabilizzare l’euro. Ma non sarà sufficiente. In conclusione non possiamo andare avanti sperando di galleggiare grazie a colpi di fortuna e/o regali esterni che sostituiscano l’incapacità di produrre fiducia e crescita in proprio.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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