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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-9-8

8/9/2013

Ricostruire il progetto nazionale e lo Stato

Dopo lo scioglimento dello Stato l’8 settembre 1943, e la fine del progetto imperiale, l’Italia non è riuscita a darsi un nuovo progetto nazionale e a ricostruire uno Stato funzionante. A 70 anni di distanza questo è il motivo principale per cui la nazione è ora in una triplice crisi di governabilità, competitività e sovranità. L’incapacità di governo crea inefficienza economica che a sua volta porta all’indebolimento della posizione internazionale. Senza ricchezza non c’è sovranità. Tale crisi iniziò nei primi anni ’70. La politica reagì non riorganizzando la governabilità, ma scegliendo di farsi governare dall’esterno perché considerava impossibile mantenere ordinata l’Italia in modi sovrani. Già nel 1945 le nuove élite tedesche si diedero un progetto nazionale fortissimo: riunirla (e rilanciarne la potenza). Scelsero come strumento di forza nazionale l’industria. Destra e sinistra, banche, imprese e sindacati furono convergenti sul progetto nazionale e ciò diede ordine al sistema politico che, a sua volta, organizzò una governabilità forte. Oggi la Germania è (tornata) una potenza. La Francia, vittoriosa nel 1945, ma sconfitta, come per altro l’Impero britannico, nel successivo processo di decolonizzazione spinto dai nuovi imperi americano e sovietico, nei primi anni ’60 (De Gaulle) si diede un nuovo progetto nazionale fortissimo: usare la nascente Europa come strumento per moltiplicare la potenza nazionale, insufficiente, per bilanciare con scala adeguata gli altri imperi. Da allora ne prese il comando, per inciso espellendo l’Italia dal direttorio a tre nato nel 1957, propose alla Germania di affiancarla come secondo potere. Da un lato, questo progetto nazionale è parzialmente fallito perché la Germania è diventata prima potenza e la Francia ora è distante seconda. Dall’altro, comunque la Francia non rinuncia alla strategia e grazie alla posizione diarchica raggiunta ottiene vantaggi geopolitici poi convertiti in economici. In un ambiente europeo caratterizzato da progetti nazionali e Stati fortissimi, l’Italia, priva di ambedue, ha elaborato una strategia nazionale con scopo il conferimento della sovranità ad un agente europeo. Tale scelta sarebbe intelligente se vi fosse la possibilità di creare una confederazione europea con la capacità di regolare le asimmetrie di potere attraverso regole comuni: il pugile debole abbraccia quello forte per evitarne i pugni. Ma in realtà non c’è alcuna possibilità che si formi un’Europa confederale. Per Francia e Germania l’Europa resta strumento di moltiplicazione della forza nazionale e per questo non vogliono condizionare troppo la propria sovranità a regole europee. Infatti l’Eurozona resterà basata sul modello di simmetria tra nazioni, cioè ognuno per se. Senza cambiamenti, tale situazione di debolezza interna e gabbia esterna porterà certamente al declino economico della nazione. O si accetta tale declino, nascondendolo con miti eurolirici sperando solo di rallentarlo, oppure si prende atto della realtà e si cambia marcia. Nel secondo caso, ci resta un solo fattore di forza da espandere: l’industria manifatturiera, seconda non troppo lontana dalla Germania e quinta nel mondo dopo America, Giappone e Cina, ma terza in settori importanti, per esempio la robotica. Come? Questi i requisiti essenziali: (a) tassazione non superiore al 15% per dare supercompetitività globale alle imprese; (b) massima flessibilità del mercato del lavoro, spostando dal mercato allo Stato le garanzie per i licenziati; (c) riforma di produttività della spesa pubblica, oltre a tagliarla molto, indirizzandone il più possibile verso investimenti di qualificazione del capitale umano e delle infrastrutture futurizzanti; (d) ridurre i costi sistemici via de-burocratizzazione e liberalizzazioni;(e) facilitare al massimo la finanza alternativa per integrare il credito bancario decrescente; (f) rendere competitiva e globalmente attraente la Borsa italiana. In sintesi, questo è il nuovo progetto nazionale che propongo alla riflessione della nazione nella ricorrenza dell’8 settembre: mettere al centro l’industria, fare convergere sinistra e destra in modo che quando l’una o l’altra governa non comprometta il progetto, dare allo Stato una governabilità verticale affinché possa fare le cose dette e simili, così finalmente ricostruendolo. Poi il vento, gli oceani.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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