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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-4-6

6/4/2014

Ora la Bce deve dimostrare la propria indipendenza

I dati mostrano un rischio rilevante di deflazione, cioè impoverimento, nell’Eurozona. In una situazione del genere la politica economica dei governi e quella monetaria, dovrebbero mettere in priorità azioni immediate di stimolazione della crescita e di reflazione. Gli eurogoverni non lo stanno facendo. La Germania non trasferisce il suo notevole surplus commerciale alla crescita della domanda interna che aumenterebbe le importazioni dal mercato intraeuropeo, aiutando la ripresa economica in tutte le nazioni dell’area. La Francia cerca di contrastare deflazione e stagnazione chiedendo di mantenere, in deroga ai trattati, un deficit di bilancio pubblico annuo superiore al 3% del Pil, ma non è misura incisiva. L’Italia taglia un po’ di spesa senza ridurre le tasse e tale mossa perfino aumenta il rischio di deflazione e rende più probabile una stagnazione prolungata. C’è spazio per compensare questa inerzia stimolativa attraverso azioni di reflazione a livello di politica monetaria? In teoria ci sarebbe, ma nelle dichiarazioni di Draghi, giovedì scorso, è emerso che nell’Eurozona non è facile trovare quali azioni siano fattibili ed efficaci. Per essere chiari: da un lato, Draghi ha riconosciuto il rischio di deflazione e stagnazione enfatizzando l’annuncio che la Bce è pronta ad operazioni straordinarie, ma ha anche comunicato seri problemi a decidere esattamente cosa fare affidando alle parole e non ai fatti la credibilità dell’intervento. Non solo: Draghi ha anche polemizzato con il Fmi. Da un anno il Fondo scrive e dice che l’Eurozona, senza interventi correttivi, andrà in deflazione/stagnazione, situazione confermata dai dati odierni. Come mai la polemica, allora? Ipotizzo che la Bce stia comunicando al Fmi di non rompere le scatole perché nell’Eurozona non possono essere applicati i criteri standard di politica monetaria. Tale ipotesi non mi sembra infondata. Lo statuto della Bce, unico al mondo, ha la sola missione di difesa contro l’inflazione, ma non contempla quella di stimolare l’economia per evitare la deflazione. La Bce, soprattutto, non può agire come prestatore di ultima istanza agli Stati, cioè non può comprarne direttamente il debito, creando così un’anomalia: i debiti sovrani in euro è come se fossero denominati in valuta straniera, cioè meno affidabili. I governi dell’area monetaria si sono vincolati per trattato a preferire l’impoverimento dei loro cittadini piuttosto che rischiare lo squilibrio contabile, anche temporaneo. La rigidità del mercato del lavoro nelle tre nazioni principali dell’Eurozona è tale, per modello semisocialista, da ostacolare la trasmissione della stimolo monetario da una fonte di liquidità al mercato (in America o Regno Unito basati su un modello più flessibile e libero tale ostacolo è minore). L’ambiente finanziario dell’Eurozona è ancora banco-centrico ed arretrato, cosa che riduce la varietà di canali tecnici attraverso i quali un’immissione di liquidità straordinaria può irrorare un mercato assetato. In sintesi, L’Eurozona è un’anomalia dove non è facile trovare il modo per far arrivare i soldi a famiglie ed imprese quando mancano pur avendo il sistema liquidità potenziale immensa. Queste considerazioni porterebbero a comprendere e scusare la lentezza e difficoltà con cui la Bce reagisce ad un rischio innegabile di deflazione. Ma qualcosa di immediato ed efficace potrebbe farlo comunque, per esempio abbassare il cambio dell’euro contro dollaro nonché attivare un programma speciale di prestiti alle banche condizionato da più credito a famiglie ed imprese, in particolare nell’area euro meridionale. Perché non lo fa? Probabilmente perché tale azione aumenterebbe i movimenti anti-euro in Germania a ridosso di elezioni europee (maggio). In conclusione, è forte il sospetto che il maggiore ostacolo ad un’azione rapida di reflazione, pur annotando i problemi detti sopra, sia dovuto all’influenza del criterio tedesco sulle scelte della Bce. Da un lato, Draghi ha voluto annunciare che c’è il consenso pieno tedesco per future operazioni straordinarie. Ma proprio il requisito di consenso tedesco limita molto il raggio delle possibilità ed allunga i tempi. In conclusione, la Bce ora ha il problema di dimostrare la propria indipendenza dalla Germania cercando di fare ciò che serve agli europei, nei tempi giusti, e non servire le patturnie tedesche a scapito degli europei stessi e del realismo economico. Simpatia a Draghi che è nell’angolo e fa quello che può, al meglio nelle circostanze, ma anche avvertimento.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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