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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-1-5

5/1/2014

Il nuovo post-europeismo positivo

Continuano gli appelli europeisti e quelli antieuropei. Sono ambedue sbagliati per difetto di realismo sia pragmatico (concretezza) sia strategico (visione). La mia speranza per il 2014 - anno chiave - è di contribuire a spostare il pensiero politico italiano da posizioni sia di conformismo europeista sia di antieuropeismo irrazionale ad una di partecipazione al sistema europeo in base a precisi criteri di utilità nazionale. Il punto: L’europeismo, inteso come progetto di creazione di uno Stato nazionale europeo in forma (con)federale, è morto. Rimando al mio recente libro “Europa oltre” (Angeli, 2013) per la spiega ed i dettagli perché non voglio usare il poco spazio per mostrare ciò che è evidente. Voglio usarlo, invece, per proporre una posizione post-europeista, ma pro-europea, razionale. Da sempre tutte le nazioni vedono l’Europa come uno strumento di moltiplicazione della loro forza nazionale e calibrano la loro partecipazione in base ai vantaggi, spingendola fino a dove l’Europa è utile e fermandosi dove non lo è. L’europeismo italiano, invece, assume a priori che sciogliersi nell’Europa sia un vantaggio comunque superiore a qualsiasi costo. Poiché il progetto unionista è morto, è chiaro che sia venuto a mancare il vantaggio nel calcolo nostrano di utilità. Ed è altrettanto chiaro che l’Italia si debba dare un nuovo progetto nazionale con lo scopo di poter valutare costi e benefici della sua partecipazione europea. Negli anni ’90 fu usato uno viziato dalla rinuncia a risolvere il massimo problema dell’Italia: il debito. I politici di allora non vollero impegnarsi a tagliarlo e preferirono aderire all’euro, senza valutarne i costi sistemici, perché questo prometteva di rendere meno costoso il megadebito stesso. L’europeismo divenne la foglia di fico che nascose l’incapacità di governo. Ora è evidente che il pensiero post-europeista deve trovar una nuova soluzione al problema prioritario del debito. Gli “uscitisti” propongono il ritorno alla sovranità monetaria, di bilancio e sul cambio per ridurre il debito via crescita pompata da svalutazione ed inflazione. A parte i rischi di transizione, tra cui l’azzeramento dei risparmi, questa opzione non è realistica perché il mercato punirebbe l’Italia e le altre nazioni non le permetterebbero di godere troppo della svalutazione a loro danno, ripristinando le dogane. Non c’è più spazio per progetti nazionali bucanieri nel mondo. Pertanto il nuovo progetto nazionale italiano dovrà contemplare la permanenza nell’euro nonostante l’effetto deflazionistico ed irrigidente della sua architettura. Ottenere aiuto da altri europei è improbabile e sicuramente con risultati insufficienti o controproducenti. Ciò impone il ricorso a soluzioni sovrane: vendere patrimonio pubblico nonché tagliare spesa e tasse per ridurre il debito e mantenere quasi a zero il deficit annuo. Più o meno aderire agli europarametri, pur negoziando con più forza tempi e flessibilità. Da un lato, l’Italia può farlo. Dall’altro, la crescita della sua economia dovrà trovare una leva esterna anche per finanziare, con più opportunità di lavoro, l’operazione di riordinamento sovrano. In Europa non c’è. Ma c’è in America. In particolare, se si realizzasse il mercato integrato euroamericano, ora oggetto di negoziato tra Ue ed Usa con il nome di TTIP, l’Italia potrebbe contare su un più di punto di Pil aggiuntivo all’anno. Qui la chiave: alla ricerca di dove l’Europa sia utile per l’Italia si trova che lo è come mercato integrato a sua volta veicolo di accordi di libero scambio con America ed altri di grande vantaggio per l’industria ed il mercato interno nazionali. Senza la Ue accordi di libero scambio così profittevoli, per tutti e per noi, non sarebbero possibili. Riassumendo, la nuova strategia post-europeista dell’Italia dovrebbe accettare un grande sforzo sovrano per ridurre il debito e restare nell’euro, ma in cambio ottenere dagli altri europei una accelerazione dell’accordo di libero scambio tra Ue ed Usa, entro il 2014. Senza amore, senza odio, puntiamo pragmaticamente all’Europa utile smettendo di vederla o come un mito o come un lager da cui scappare. E l’eccitazione? Essere parte di un mercato globale delle democrazie, l’idea di Europa un provincialismo in relazione a quella di un unico mercato tra America, Europa, Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud, ecc. Appunto: il vento, gli oceani. Buon 2014, così.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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