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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-6-8

8/6/2013

La scelta è tra Italia forte o debole e non tra fuori o dentro

Libero ha meritoriamente inaugurato, nell’area dell’opinione pubblica diffusa, la valutazione della partecipazione dell’Italia all’Eurozona in termini di analisi costi/benefici realistica e non idealistica. Vorrei contribuire individuando i nuovi criteri di calcolo dell’utilità nazionale. L’eurolirismo, o europeismo idealistico, è stato finora dominante non per mancanza di realismo, ma a causa di un realismo che imponeva la creazione di un mito europeo. Negli anni ’80 le èlite politiche italiane si resero conto che non riuscivano a governare la nazione ed iniziarono ad usare il “vincolo esterno”, cioè gli obblighi assunti con Bruxelles, per ottenere un minimo di ordine interno. Pertanto l’utilità nazionale fu calcolata da una classe politica che voleva durare, ma che non poteva/sapeva governare. In particolare, che non poteva/sapeva ridurre il debito perché bloccata da un consenso prevalente al mantenimento di una spesa pubblica crescente e da un dissenso diffuso contro le liberalizzazioni. La conseguenza fu la disponibilità a cedere la sovranità all’Impero franco-tedesco in cambio di bassi costi per interessi e di rifinanziamento del debito in modo da renderlo sostenibile senza necessità di cambiare modello economico. Per nascondere che la cessione di sovranità era a favore, in realtà, di Parigi e Berlino, le èlite italiane enfatizzarono che era bello ed etico sciogliere l’Italia in una idealizzata Europa. Va detto che alcuni individuarono nella formazione di una vera Unione europea l’unica salvezza per una nazione incapace di essere forte ed ordinata: il modello confederale avrebbe tolto i poteri nazionali a tutti e quindi dato un vantaggio all’Italia che era incapace di esercitarli. In sintesi, l’euroconformismo fu diffuso in Italia in base ad una strategia “autoannessionista” decisa da molti per inconsistenza e da alcuni per disperato realismo pragmatico. Ci sono ora le condizioni per cambiare la strategia di cessione di sovranità? L’impero franco-tedesco si è trasformato in 4° Reich, per cedimento di Parigi, e ciò ha europeizzato i criteri del provincialismo economico tedesco, tra cui una posizione rigorista che toglie la garanzia “europea”, di fatto tedesca, al debito italiano rendendone impossibile la sostenibilità, visti i volumi. Tale cambiamento ha annullato il vantaggio per l’Italia della cessione di sovranità alla Germania-Europa e richiede un nuovo calcolo di utilità. Ma c’è un problema di fondo. Senza forza e credibilità proprie l’Italia non ha opzioni e quindi il calcolo di utilità comporta opzioni disperate: arrendersi totalmente al Reich in cambio di clemenza (ma la memoria della spada di Brenno lo sconsiglia) o andarsene, ma con un rischio troppo elevato di insolvenza e argentinizzazione che la distruggerebbe comunque. Senza riordinamento nazionale si potrebbe tentare l’opzione dello scioglimento concordato dell’euro ed il ritorno a valute nazionali con oscillazioni di cambio regolate. Ma la Germania ha interesse a dominare gli europei, organizzati in una entità strutturata, per ottenere una scala tale da ergerla a potenza G3 capace di negoziare con America e Cina e grazie a questo ottenere vantaggi industriali. In subordine potrebbe accettare il dominio dell’area baltica, unita da un euro A, lasciando gli altri in un euro B. Ma ciò darebbe un doppio svantaggio all’Italia (comunque senza sovranità monetaria ed in più marginalizzata e comunque vincolata da parametri depressivi). Quindi l’interesse nazionale italiano è chiaro: trovare un modo per restare nell’Eurozona, dandosi la capacità di condizionarla a proprio vantaggio, nel frattempo sopravvivendo alla mostruosa morsa dell’euro mal disegnato. E l’unico modo per riuscirci è quello di ridurre il debito e darsi efficienza economica con politiche sovrane di riordinamento. Da qui non si scappa: senza ricostruzione della forza nazionale non ci sono opzioni vantaggiose, ma solo di minimizzazione di uno svantaggio. Tale raccomandazione ha anche un senso sistemico perché la Germania sta andando nei guai in quanto il suo modello socialista-mercantilista non regge più nel nuovo scenario globale e la Francia è in piena crisi strutturale. Quindi l’Italia ha anche la responsabilità di rimettersi a posto per evitare la degenerazione del suo ambiente circostante. In conclusione, il problema non è decidere se ritirarsi o meno dall’Europa, ma di riprendere credibilità e forza per condizionare le altre euronazioni a fare un’Europa seria e non la ciofeca che è adesso. Chiediamoci se vogliamo fare questo a cui la politica italiana ha rinunciato per inconsistenza da decenni. Io penso che possiamo farlo. Immaginatevi un negoziato con la Germania in cui l’Italia si presenta avendo ridotto di 1/3 il debito grazie ad un’operazione patrimonio contro debito stesso ed in crescita grazie alla riduzione di spesa e tasse e che il tedesco pretenda qualcosa: rideremmo. Questo il punto.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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