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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-10-20

20/10/2013

L’utilità/sostenibilità della stagnazione politica è di 14/18 mesi

La maggioranza fatta di opposti permette solo la continuità di quello che c’è senza variazioni sostanziali. La destra può solo mostrare che non si alzano le tasse, la sinistra che non si taglia la spesa, con il risultato di solo qualche limatura della spesa stessa e di continuità dei carichi fiscali, pur questi ripartiti in modi diversi. Il governo non potrà fare altro che questo. Ma fino a quando tale stagnazione della politica, in particolare economica, sarà sostenibile/utile? Cerco di rispondere, semplificando qui uno scenario sul destino italiano appena terminato dal mio gruppo di ricerca ed a cui ho chiesto di precisare, pur in termini probabilistici, i tempi/condizioni. Da un lato, tale situazione orienta il sistema verso il declino economico per la persistenza di un modello depressivo. Dall’altro, produce una certa stabilità temporanea che tende a rimettere l’Italia entro i parametri europei e quindi a comunicare al mercato che il suo debito sarà difendibile dalla Bce senza che questa debba fare un commissariamento rischiosissimo dell’Italia per salvare l’euro. Tanto basta al mercato finanziario globale, nel breve termine, per trasferire dal dollaro all’euro le speranza di profitto, motivo del rialzo corrente del valore di cambio del secondo. Infatti la, pur temporanea, stabilità italiana permette di ridurre la probabilità di dissoluzione dell’euro e di sfruttare lo spazio di sottovalutazione dei beni denominati in tale valuta. Va ricordato che l’Italia – da metà 2011 fino a qualche settimana fa – era percepita come fonte di una catastrofe globale per il debito eccessivo, la decrescita inarrestabile e l’inconsistenza della sua conduzione politica. Nello scenario ciò implica che vi è una certa utilità dell’assetto di stagnazione politica: la stabilità porterà un premio finanziario all’Italia in termini di riduzione dello spread e di ripresa del credito. In sintesi, dallo “stabilismo” si potranno ricavare un po’ di risorse per finanziare la continuità di un modello economico depressivo. Fino a quando tale situazione sarà sostenibile ed utile? Il punto critico riguarderà la crescita reale combinata con la valutazione della capacità di reggere il debito. Nel 2014 il mercato tenderà a marcare la positività di una pur modesta inversione della recessione. Ma se la crescita 2015 non sarà sufficiente, allora torneranno i dubbi sull’Italia e si ripeterà la situazione del 2011 o peggio. Poiché è improbabile che l’attuale maggioranza fatta di opposti riesca a dare veri impulsi ad un crescita robusta, la sua utilità/sostenibilità cesserebbe tra 14 – 18 mesi. Infatti, per iniziare una crescita forte ci vorrebbe ai primi del 2015 una maggioranza/governo credibile nell’avviare: (a) un trasferimento di almeno 20 miliardi dal servizio del debito, cioè della spesa per intereressi (ora circa 80 e più all’anno) a quello della crescita, ovvero uno spazio di bilancio per detassazione stimolativa ed investimenti, cosa che implica iniziare, e attuare in un decennio, una riduzione del debito di almeno un quarto (500 miliardi) realizzando una cifra equivalente di patrimonio pubblico; (b) oltre a questo, tagliare la spesa corrente e le tasse di almeno 60 miliardi, in tre/cinque anni; (c) ridurre la rigidità del mercato del lavoro e le barriere burocratiche che ostacolano la ripresa del mercato interno. Tale scenario assume che l’Eurozona resti così come è, senza aiuti mutualistici, e che il cambio dell’euro tenda a restare poco competitivo, ipotesi molto probabile data l’influenza del criterio tedesco nell’euro-architettura. In conclusione, l’analisi sistemico-probabilista suggerisce al centrodestra di riorganizzarsi per creare una grande maggioranza discontinuista/liberalizzante – l’eventuale vittoria della sinistra “tassista & spendista” porterebbe ad un declino certo - e di puntare ad elezioni all’inizio del 2015. Auspico che i popolari-centristi ora indipendenti o scomodamente parcheggiati nel PD confluiscano nel nuovo centrodestra per renderne fortissima la vocazione maggioritaria. Perché non ora le elezioni? Sarebbe la miglior opzione, ma ci vuole un tempo tecnico per la riorganizzazione del nuovo centrodestra e, soprattutto, è necessario un periodo di stabilità per abituare i mercati a (ri)considerare l’Italia una nazione normale. Ma poi, appunto, bisognerà essere prontissimi a “discontinuare” il sistema perché la stabilità/continuità diventerà repentinamente insostenibile e negativa.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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