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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-7-21

21/7/2013

L’operazione patrimonio contro debito potrà salvare tutti

Va chiarito che l’impiego del patrimonio pubblico per ridurre il debito è l’unica politica che può salvare l’Italia. Su questo tutti dovrebbero essere d’accordo. Purtroppo ancora non lo sono - per questo è notizia rilevante che un ministro dell’Economia cominci a parlarne sul serio, pur con difficoltà - perché tale soluzione è contrastata da burocrati “cortovisionisti”, interessi partitici e di sottobosco opachi, dalla natura specialistica delle operazioni patrimonio contro debito che ne rende difficili comunicabilità e comprensione nonché dal disordine politico. Va aggiunto che anche sul lato dell’ingegneria per tale operazione non c’è la chiarezza necessaria. La teoria economica recita che i debiti si abbattono attraverso la crescita. Vero ed ovvio, ma quando l’entità del debito impedisce la crescita stessa – perché il costo degli interessi annuali viene coperto con strumenti fiscali ad alto impatto depressivo – allora la priorità è quella di togliere il macigno. Tale consapevolezza non penetrò le affaticate menti che ci hanno governato negli ultimi due decenni sia per la forza dei contrasti sia per una visione distorta: l’euro dava il beneficio di minimizzare il costo degli interessi senza dover rischiare conflitti interni per abbattere il debito. L’euro fu (mal)interpretato dai politici come scusa per fare la cosa più semplice e non quella giusta, cioè tagliare debito e tasse e così dare impulso alla crescita. Quando, a seguito del caso greco, il mercato scoprì che la Bce non poteva per statuto garantire i debiti sovrani, e che la Germania non voleva ingaggiarsi in una garanzia europea di ultima istanza, pretese un premio di rischio crescente per rifinanziare il debito italiano perché in dubbio la sua “ripagabilità”. La politica andò in panico e sparò nuove tasse a raffica, inducendo una recessione mortifera (la crisi italiana è auto-indotta e non conseguenza di quella globale). Ora è evidente che l’euro non garantisce un costo annuale sostenibile del debito. Infatti Germania e non solo hanno imposto all’Italia, via trattato Fiscal Compact, di abbatterlo di 1/20 all’anno fino a raggiungere l’aliquota del 60% del Pil (mentre ora è vicino al 130%). Da un lato, la Bce dovrebbe fare il garante dei debiti, comprandoli se serve. Dall’altro è evidente che non possiamo chiedere agli altri europei di lasciarglielo fare oltre una certa misura. Pertanto il debito dovrà andare per forza almeno sotto il 100% del Pil, anche per poter poi pretendere una Bce in pienezza di facoltà e non incompleta come ora. Ma se lo si fa prelevando una parte del patrimonio privato degli Italiani, circa 8 trilioni - strategia in atto fino a qualche settimana fa - non ci sarà più un’economia italiana nel futuro. Ecco perché l’unica alternativa è quella di impiegare il patrimonio pubblico contro il debito. Bisogna anche tener conto che la riduzione della spesa, pur necessaria e possibile in una quantità attorno ai 90 miliardi strutturali, non può avvenire in poco tempo né tantomeno, in quantità sensibili, in fase di recessione perché aumenterebbe in modo catastrofico la deflazione, senza contare battaglie sindacali e spugnosità legali. Pertanto l’unico modo consensuale, non-deflazionistico ed in situazione di rigidità di spesa per trovare spazio alla detassazione stimolativa è quella di tagliare il debito ed i suoi costi di interesse annui. Comunisti e sindacati, nonché statalisti di destra, dovrebbero essere i più accesi sostenitori dell’idea perché evita il licenziamento in poco tempo dei dipendenti pubblici che tutelano, cosa che invece sarebbe certa nella strategia di rispettare il Fiscal Compact attraverso tassazione patrimoniale e tagli forzati degli apparati (guardate cosa succede in Grecia oggi). Ma anche il popolo del mercato sarebbe felice perché eviterebbe tasse, tra cui quelle patrimoniali. L’Italia potrebbe rinegoziare condizioni meno depressive nel trattato Fiscal Compact (in esecuzione dal 2015) potendo mostrare la sua capacità sovrana di riduzione del debito. Quanto? Il debito è oltre i 2 trilioni. Il patrimonio pubblico complessivo un po’ meno, quello disponibile, fatto di azioni, immobili (compresi quelli di Comuni e Regioni da riportare sotto gestione nazionale) e concessioni, è tra gli 800 e 600 miliardi: quindi possiamo portare, male che vada, il debito un po’ sotto 100% del Pil (1,4 trilioni a fronte di un Pil di 1,480 circa) in poco tempo. Come? La grande incomprensione è che bisognerebbe venderlo subito. Invece basta spostarlo ad un gestore adatto, e finanziarizzarlo. Ci sono diverse opzioni. Quella che io suggerisco, qui scritta più volte, è supersintetica: 1) conferire tutto il patrimonio disponibile ad un fondo multicomparto, con missione di valorizzarlo e lentamente dismetterlo, che lo paga allo Stato con quote del fondo stesso; 2) poi usate, con ulteriori finanziarizzazioni, per sostituire i titoli di debito, così finalmente annullabili. Ma ci sono altre opzioni. Il punto è che per individuare la meglio fattibile ed efficace, e farla, ci vuole la convergenza di tutta nazione. Per questo, convinto che Saccomanni e suoi collaboratori sappiano come fare, invoco l’ingaggio diretto del Presidente della Repubblica per dare priorità all’operazione patrimonio contro debito. Presidente: ha acceso uno stato di eccezione, lo renda eccezionale.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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