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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-11-27

27/11/2012

Monti pensi di più prima di parlare

Monti ribadisce la guerra all’evasione fiscale e aggiunge che non vi potrà essere pace tra cittadini e tra questi e lo Stato fino a che non verrà eliminata. Queste parole, in realtà, hanno il potenziale per scatenare una guerra civile tra il popolo che vive di mercato e quello che vive di Stato. Nella crisi il secondo rimane protetto, pur con stipendi limati, ma certi. Il primo sta sopportando tutta la crisi sia in termini di costi crescenti sia di incertezza economica. Ora il popolo del mercato sta pagando sempre di più le tasse che prima eludeva o evadeva perché, in effetti, la repressione fiscale sta funzionando. Ma questo fenomeno sta portando l’attenzione di milioni di lavoratori indipendenti, nonché di dipendenti del settore privato, a chiedersi perché devono pagare tante tasse. Molti di loro prima non se lo chiedevano proprio perché evadevano o eludevano o riuscivano ad integrare i magri salari con lavori in nero. Ora, senza più questa valvola di decompressione, se lo chiedono. Probabilmente Monti ritiene che tale fenomeno non avrà conseguenze perché il popolo del mercato in questo momento non ha rappresentanza né un leader che lo organizzi. Inoltre i dipendenti del settore privato sono inquadrati da sindacati che tutelano in misura maggiore i dipendenti pubblici perché più numerosi. Quindi non ne teme il disagio mentre ha certamente paura delle capacità organizzative del popolo che vive di Stato, tutelato da una sinistra ben strutturata e da sindacati combattivi. Da un lato, la scelta di Monti è cinicamente razionale perché privilegia gli interessi di chi ha più potere e forza dissuasiva. Dall’altro, è pericoloso sottovalutare le capacità rivoluzionarie del popolo del mercato, composto da borghesia produttiva e dipendenti del settore privato, maggioranza nella nazione. Anche perché è evidente che troppa spesa pubblica resta sprecata e che quindi una parte rilevante della tassazione finanzia cose inutili. Se poi si analizzasse la spesa pubblica con i nuovi metodi di simulazione e modellistica, si troverebbe che molte funzioni amministrative nazionali e locali – disegnate prima dell’era informatica - potrebbero essere sostituite da procedure meno costose e che richiedono meno personale. Con questi calcoli verrebbe fuori che la spesa sprecata, inutile e sostituibile è tra 110 ed i 90 miliardi annui, cioè il 25% circa della spesa amministrativa rielaborabile che è attorno ai 400 miliardi su un totale di circa 800 di spesa complessiva. Si pensi ad un professionista, artigiano, imprenditore o commerciante che vede ridursi le entrate a causa della recessione dovuta anche al drenaggio fiscale ed aumentare le tasse, nonché i costi sistemici, fino al punto dell’insostenibilità. In una situazione dove uno del popolo del mercato si sveglia presto alla mattina, lavora fino a tardi in affanno e si addormenta con l’incertezza sul poter proseguire la sua attività o meno l’indomani. Si può pensare che quando la massa di questo disagio avrà raggiunto un punto critico - e ci siamo vicini – la gente del mercato non vedrà come bersaglio quel centinaio di miliardi spesi inutilmente e che se fosse tagliato riporterebbe a sostenibilità i bilanci nonché aiuterebbe la ripresa generale del mercato? Secondo me prima o poi milioni di persone prenderanno coscienza di questa realtà. E se chi rappresenta lo Stato insistesse a mantenere il vecchio modello e a finanziarlo senza renderlo efficiente per paura delle reazioni da sinistra, allora sarebbe molto probabile lo scontro aperto tra i due popoli e di quello del mercato contro uno Stato percepito come ladro. Sarebbe una tragedia che è interesse di tutti evitare. Invito Monti a riflettere sul fatto che un premier deve dare soluzioni inclusive e non mettere gli italiani contro. E sull’evidenza che mentre nella politica estera mostra rimarchevole consistenza, in quella interna esibisce un pericoloso dilettantismo.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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