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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-3-5

5/3/2013

La Germania affossa il Fiscal Compact

Il Senato delle regioni tedesco (Bundesrat) a maggioranza socialdemocratica ha di fatto seppellito il trattato Fiscal Compact rifiutando i tagli di bilancio a livello di regioni, necessari a raggiungere il pareggio in quello federale entro il 2015 e l’abbattimento del debito pubblico, ora verso il 90% del Pil, fino al 60%. La Francia ha fatto capire che, pur mettendo sotto controllo la spesa, manco si sogna di forzare un’austerità eccessiva che provochi una spirale depressiva e che quindi resterà in deficit elevato. Così la Spagna. L’Italia non può permettersi tale lusso perché l’entità del suo debito combinata con la poca fiducia sulla sua capacità di ordine politico, la costringe, per ottenere credibilità dal mercato internazionale, a realizzare il pareggio, cioè a non fare più deficit, entro il 2013. Ma in questo nuovo clima di deviazione dagli standard ossessivi di austerità, l’Italia potrà evitare l’obbligo di dover ridurre di ben 1/20 all’anno il volume del debito per portarlo fino al 60% del Pil dal 127% al quale ora è arrivato. Questa possibilità è salvifica per un futuro governo. Io non saprei, infatti, dire dove cavolo si possano trovare dai 20 ai 40 miliardi all’anno (la formula di riduzione non è chiara) per abbattere il debito nei ritmi richiesti dal trattato a partire dal 2014/15. Non saprei nemmeno cosa suggerire ai politici che devono spiegare tale drenaggio di risorse all’elettorato. Se, infatti, metto a pareggio il bilancio ciò significa che non aumenterò il debito via cumulo di deficit annuali. Quindi il debito così congelato ridurrà il proprio valore in base all’inflazione, poniamo mediamente del 3% all’anno quella reale. Significa, calcolando per semplicità il volume di debito sui due trilioni di euro che ogni anno questo perderà almeno 30 miliardi di valore. Ovviamente il calcolo è complicato dai costi di rifinanziamento. Ma resta il concetto che il debito scende se non ne faccio di più. E ciò mi sembra sufficiente per la credibilità, pur considerando che abbatterne una parte vendendo patrimonio sarebbe fondamentale per ridurre i costi di servizio e rifinanziamento e reperire così risorse. Se un elettore argomentasse in tal modo la sua opposizione al Fiscal Compact il politico non avrebbe una risposta sensata. Infatti il Fiscal Compact è un’anomalia spiegabile solo dalle condizioni richieste dalla Germania per rassicurare il proprio elettorato che il disordine altrui sarà limitato e quindi permettere alla Bce interventi di finanziamento d’emergenza agli Stati nei guai. Si tratta di un diktat politico e non di un requisito tecnico. Di tali condizioni è accettabile, pur grave rigidità, quella del pareggio di bilancio, anche considerando la bassa qualità del personale politico che potrebbe tornare a politiche irrazionali di spesa. Ma non possiamo accettare di aggiungere al blocco di bilancio, che appunto è fattore di riduzione implicita del debito, anche il taglio forzato ed ossessivo del debito stesso, con impatto depressivo duraturo. Fino a poco fa l’Italia non poteva nemmeno osare di parlare questo linguaggio. Ora che Francia e Germania stanno abbandonando il rigore, l’Italia ha tutto il diritto di derubricare un parte del Fiscal Compact. Questa è una possibile buona notizia per il futuro governo. Dopo aver pareggiato il bilancio potrà dedicarsi a ridurre il rapporto debito/Pil mettendo in priorità la crescita, potendolo fare concretamente perché dai 20 ai 40 miliardi annui potranno essere impiegati per detassazione o investimenti invece che per ridurre in modi forzati il debito. Al momento è solo un’ipotesi. Ma la ribellione del Senato tedesco non sarà facilmente invertibile anche se Merkel vincesse le elezioni politiche nel settembre 2013. Quindi è probabile più realismo nell’Eurozona e più spazio per l’Italia per tornare a crescere. Che questa buona prospettiva dia più coraggio e fiducia a chi deve tirar fuori un governo dal casino attuale.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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