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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-2-5

5/2/2013

Il fisco pensi di più prima di agire

Il Dott. Befera, a capo dell’Agenzia delle entrate, fa parte di quella èlite di funzionari pubblici con poteri non facilmente limitabili dalla politica in condizioni normali e di fatto illimitati in situazioni di politica debole come quella attuale. Pertanto mi rivolgo direttamente a lui, con rispetto per la difficile missione che svolge, ma nella speranza di indurlo a pensare in modi più realistici e prudenti.

Primo tema, fondamentale nelle contingenze. L’uso corretto del redditometro e simili è quello di strumento riservato per indirizzare le indagini. Quello, invece, di applicarlo come schema pubblico di conformità tra spese e redditi è un impiego pericoloso perché ha un impatto sulla propensione al consumo: il cittadino prende precauzioni in quantità superiori a quelle necessarie per essere conforme. Cioè compra di meno di quello che potrebbe in base ai parametri per non rischiare un classificazione che lo sanzionerebbe. Va detto che tale effetto depressivo è ancora un’ipotesi, che ci sono solo ricerche preliminari, rese labili dalla mancanza di comparazioni con altre situazioni perché l’uso del redditometro come dissuasore esplicito è un’iniziativa solo italiana. Ma proprio per questo motivo, cioè la poca conoscenza degli effetti sistemici, bisognerebbe evitare di applicarlo prima di avere una ragionevole certezza che non produca distorsioni. Suggerisco di fare dei test riservati, ingaggiando anche le neuroscienze ed i loro schemi di analisi dei comportamenti economici, e da questi derivare un indice di impatto sistemico da calibrare, possibilmente, con gli esperti del Fmi, in particolare la squadra di O. Blanchard che ha da poco studiato gli effetti depressivi degli aumenti delle tasse trovandoli molto superiori a quanto finora pensato.

Secondo tema: è produttiva o meno la guerra totale agli evasori? Ho l’ambizione di pensare che un articolo su queste pagine, mesi fa, abbia contribuito a sospendere una pubblicità delle Agenzie delle entrate dove l’evasore veniva dipinto come un insetto schifoso, evocando gli stilemi della propaganda nazista. Forse i miei riferimenti ebraici mi hanno reso troppo sensibile, ma certamente vi è una forzatura nella demonizzazione dell’evasione. Più volte, qui, ho cercato di portare l’attenzione sull’anomalia storica del contratto fiscale implicito che vige in Italia da cui si deriva la non totale colpevolezza di milioni di lavoratori indipendenti, pur tra loro molti sciagurati in effetti da punire con durezza. Perseguitarli, rendendo più puntuti gli accertamenti dal 2008, sta scatenando una percezione di ingiustizia che porta a rispondere alla guerra contro l’evasione con quella contro lo Stato. Ci sentiamo veramente di rischiarla? Non sarebbe meglio per la coesione sociale puntare solo sull’evasione totale? Secondo me, per l’evasione solo parziale, sarebbe più razionale e prudente un condono oneroso, sugli 80 miliardi complessivi, per sanare le posizioni fino al 2011. Anche perché l’Agenzia, con fatica immensa e conseguenti imprecisioni dei suoi funzionari, sta recuperando non più di 10 miliardi all’anno. Potrebbe prenderne 80 subito, che servono allo Stato per pagare quasi 50 miliardi di debiti nei confronti delle imprese e per assicurare il pareggio di bilancio nel 2013, e dedicare tutte le risorse ai controlli nel presente per ridurre l’evasione in atto e colpire l’economia criminale, cosa che non sta avvenendo con sufficiente intensità. Befera potrebbe dire che queste cose le decide la politica, ma in realtà la sua posizione sarebbe determinante. Suggerisco un’analisi più approfondita di produttività dell’azione di polizia fiscale. Scrivo queste note con l’intento di evitare una guerra aperta tra Stato e popolo produttivo, ritenendo che gli alti funzionari dello Stato, in una fase di politica confusa che continuerà anche dopo le elezioni, debbano porsi il problema della sopravvivenza dello Stato stesso e sviluppare una “saggezza d’eccezione”.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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