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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-9-4

4/9/2012

Dopo 10 mesi è evidente il fallimento di Monti

Spiace scriverlo per la stima personale che provo per Monti, ma i dati dopo dieci mesi di attività del suo governo sono spaventosi: caduta del Pil verso il 2%, forse più; aumento dell’inflazione a causa dell’incremento dei costi sistemici (tariffe e tasse indirette); aumento stellare della disoccupazione; restrizione depressiva del credito; ecc. In sintesi, l’Italia sta subendo un rapido impoverimento, accelerato dall’autunno del 2011. Di fronte a questi dati una persona onesta, e Monti lo è, dovrebbe dichiarare la propria inadeguatezza e lasciare. Anche perché la sua missione principale, quella per cui la nazione ha accettato lo “stato d’eccezione”, di riconquistare la fiducia dei mercati affinché il costo di rifinanziamento del debito restasse sostenibile, è sostanzialmente fallita. Siamo tutti in attesa, infatti, del salvataggio che la Bce annuncerà il 6 settembre, ansiosi di conoscere le condizioni alle quali l’Italia potrà accedervi. Da un lato, è innegabile che Monti abbia conquistato credibilità internazionale. Dall’altro, ciò ha avuto ben poco effetto concreto. In sintesi, Monti deve prendere atto che le sue strategie estere ed interne non hanno funzionato. Prima di invitarlo a lasciare, tuttavia, dobbiamo chiederci e chiedergli se potrà riparare. Non si butta via, infatti, una risorsa della Repubblica a cuor leggero. La lista degli errori più gravi sul piano interno: (a) sottovalutazione dell’effetto depressivo del terrorismo fiscale sui consumi, cosa che vale almeno 1/3 della recessione in atto; (b) mancata correzione della legge Fornero nella parte che blocca le nuove assunzioni, errore con effetto depressivo permanente; (c) progetti di taglio della spesa pubblica troppo in ritardo e troppo poco incisivi; (d) lo stesso al riguardo delle operazioni patrimonio contro debito; (e) mancati interventi d’emergenza per il ripristino del credito, la cui restrizione vale almeno 1/3 della recessione. In sintesi, almeno 2/3 della recessione italiana sono imputabili ad errori del governo. Questi dipendono in parte da situazioni non imputabili a Monti, per esempio l’inesperienza di alcuni ministri economici, ma anche dall’impronta personale data all’azione di governo. Per esempio, la scelta di convergere con la Germania, invece che di dissuaderla con le brutte, serve più l’interesse di costruire l’Europa confederale che non quello nazionale. Purtroppo l’Europa comunitaria non esiste più, e, se esisterà, sarà in forma di Reich: ciò costringe l’Italia a rivedere la propria strategia di interesse nazionale, certamente segnalando una capacità di autonomia e dissuasione. Non so se la scelta di Monti sia solo tattica, per timore che Berlino ci faccia male nel breve. Ricordo che in primavera propose con Londra un’idea di Europa pragmatica divergente da quella tedesca e ciò fa ritenere che non sia disponibile alla sudditanza. Ma negli ultimi mesi ha certamente concesso troppo a Berlino e ciò è un errore. Cedere al criterio tedesco significa impoverire l’Italia. Darle un progetto nazionale che la metta in ordine e la renda più competitiva in tempi e modi adeguati alla sua specificità, pur eurocompatibili, significa darle una speranza di ricchezza. Ad un tale progetto nazionale Monti non pensa, pur possibile, quindi non cerca i fattori di forza per negoziarlo con Berlino. Pensa, per lo più, a pareggiare il bilancio via avanzo primario gonfiato con la pressione fiscale, come vuole il rigore stile berlinese, invece che tagliare 100 miliardi di spesa e tasse per ridare vita al mercato interno che si sta spegnendo. Che governo d’emergenza è se non fa azioni d’emergenza? Ha l’attenuante di una maggioranza intrattabile. Ma proprio questo dovrebbe indurlo a dire la verità: non funziona. Se se la sente di riparare, lo dica. In caso contrario lasci libera la democrazia di fluire, pur con la sua acqua sporca, ma alla fine più fertile dei governi artificiali.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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