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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-1-15

15/1/2013

Il popolo del mercato è senza rappresentanza

Resisto alla tentazione di trasferirvi la commozione provata nel leggere le tante e-mail disperate che mi arrivano da chi vive di mercato e denuncia stati di crisi e/o repressioni fiscali, spesso connessi, perché queste persone fortissime meritano risposte altrettanto forti e lucide e non lacrime. La soluzione, alla portata di un governo italiano senza sovranità monetaria e vincolato al pareggio di bilancio, c’è, volendo, ed è sintetizzabile in 4 punti: (a) tagliare la spesa pubblica di circa 100 miliardi (6,5 punti di Pil) per ridurre le tasse della stessa cifra e così liberare più capitale per consumi e investimenti; (b) ridurre il debito pubblico attraverso non solo con dismissioni, ma anche con operazioni finanziarie sintetiche che permettano di abbattere sia il costo per interessi sia quello di rifinanziamento, puntando ad una riduzione di almeno 15 miliardi sui circa 90 annui spesi correntemente; (c) convertire, con un calcolo di tenuta sociale, la spesa pubblica assistenziale a favore delle regioni meridionali in riduzione sostanziale delle tasse allo scopo di incentivare il mercato ad investire nelle isole e nella parte estrema della penisola, perché potrà bilanciare i maggiori costi logistici, dando priorità a Sardegna e Sicilia ora in situazioni disastrose locali che poi implicano spese aggiuntive nel bilancio nazionale; (d) riformulare il contratto fiscale nazionale alla luce delle riduzioni prospettiche di spesa e tasse, chiudere il contenzioso fiscale pregresso, fino al 2011, con un’amnistia onerosa (tale da portare nelle casse statali circa 60 miliardi immediati utilizzabili per pagare i debiti nei confronti delle imprese o per sostituire la necessità di una tassa patrimoniale ulteriore per rispettare nel breve l’obbligo al pareggio di bilancio) nonché ridurre l’effetto terroristico del fisco che è uno dei fattori principali della caduta dei consumi nel mercato interno e, per gli stessi motivi, bloccare l’aumento dell’Iva. Ovviamente in un programma articolato di rilancio della crescita dovrebbero esserci una revisione della Legge Fornero per facilitare al massimo gli accessi al lavoro, per tutte le età, la rimozione dei blocchi che rallentano le autorizzazioni per nuove infrastrutture, la costruzione di immobili, ecc. Ma i 4 punti detti, se applicati in un biennio, sarebbero la soluzione dei problemi descritti nelle mail del popolo del mercato. Non è pensabile poter licenziare un certo numero di dipendenti pubblici, nazionali e locali, inutili (sostituibili da un computer o da una procedura più efficiente) per integrare altri tagli, e portarli a 100 miliardi, perché considerati intoccabili? Impensabile l’amnistia fiscale in clima di guerra all’evasione? Impensabili operazioni patrimonio contro debito più efficienti vista la resistenza della burocrazia? Impensabile la soluzione di competitività fiscale per il Sud? Queste cose risultano impensabili perché, semplicemente, gli interessi del popolo del mercato non sono rappresentati da alcun partito. In particolare: gli interessi di circa 17 milioni di lavoratori indipendenti e dipendenti nel settore privato non trovano rappresentanza, mentre quelli di 3,5 milioni di dipendenti pubblici, più circa 2 comunque finanziati da denaro fiscale in mercati protetti e simili, nazionali e locali, sono sovra-rappresentati, evidente sintomo di clientelismo partitico. Pertanto la soluzione sistemica deve iniziare dall’individuazione della distorsione della rappresentanza, imputando un regime partitico irriformato e che favorisce lo statalismo. A cosa serve una tale analisi? A motivare, intanto, la legittimità di azioni forti da parte del popolo del mercato per ripristinare la democrazia rappresentativa e l’equità: o nuovo partito formato in aderenza agli interessi oppure rivolta fiscale se ciò sarà impedito da mediazioni degenerate come finora è stato e continuerà nella fase elettorale corrente se non vi saranno mobilitazioni correttive.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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