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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-10-16

16/10/2012

Il Parlamento bocci l’aumento dell’Iva

Insieme a tanti del popolo che vive di mercato mi aspetto che almeno il Senato, dove resiste una maggioranza di centrodestra, respinga il disegno di legge governativo nelle parti dove: (a) aumenta l’Iva dal 21 al 22%; (b) alza le tasse dirette in modo nascosto eliminando detrazioni. I senatori del centrodestra dovrebbero ricordare il mandato prevalente di rappresentanza che hanno ricevuto dai loro elettori nel 2008: le tasse non si alzano. Tale mandato è stato violato già durante il governo precedente, ma nel tentativo comunque di minimizzare gli aumenti fiscali. Durante il governo Monti è stato più che violato, ma gli amici parlamentari sono stati pressati dal messaggio che o si alzavano le tasse per riequilibrare i conti o l’Italia usciva dall’euro, imputabile della sua conseguente dissoluzione. Esagerazioni, incapacità tecnica del governo Monti di applicare il dovuto rigore solo con tagli nell’abbondante parte inutile della spesa pubblica, ma quello era lo spirito dei tempi, lo Zeitgeist, ed è comprensibile che i frastornati e golpizzati votatori siano andati a pelo pur spelando i loro elettori. Ma ora c’è una situazione che permette di valutare a mente più fredda le cose. Ci sono motivi evidenti per bocciare la proposta di aumento dell’Iva e così costringere il governo ad aumentare i tagli alla spesa pubblica per raggiungere il pareggio di bilancio. Sembra poco, ma un 1% in più di tassazione indiretta su un’ampia varietà di beni ridurrà i consumi, in modo pesante, danneggiando sia commercianti sia produttori già provati da almeno 4 anni di crisi ed ora al limite. Se pensate che i commercianti, vittime principali dell’ulteriore aumento dell’Iva, continuerebbero a votarvi vi sbagliereste: potrebbero perdonarvi quello precedente, per i motivi detti sopra, ma non questo. Fate voi. Per farlo meglio e con buoni argomenti potete citare le recenti posizioni del Fondo monetario: l’Eurozona sta soffrendo un eccesso di austerità che ne abbatte il saggio di crescita, così riducendo il gettito fiscale e quindi la capacità di pareggiare il bilancio e di non incrementare il debito. Infatti il debito sta aumentando in relazione al Pil in parecchie nazioni perla caduta a picco della crescita. Alcune euronazioni devono ottenere più tempo per riaggiustarsi – e lo avranno grazie al nuovo clima, Grecia in particolare – altre come l’Italia devono perseguire il rigore, cioè il pareggio di bilancio, tagliando solo spesa senza aumentare di un cent le tasse perché queste hanno superato il limite di depressione strutturale dell’economia. La buona notizia è che l’Italia, diversamente da altri Stati amministrati nel passato in modo più efficiente, ha ancora tanta spesa pubblica inutile, o perfino spreco, da poter tagliare senza intaccare funzioni e garanzie essenziali. Quindi potete dire con serenità a Monti che il pareggio va perseguito tagliando più spesa e non alzando l’Iva e riducendo le detrazioni fiscali. Penso sappiate meglio di me che l’idea originaria del governo era proprio questa, ma poi in sede di Consiglio dei Ministri sono prevalsi interessi settoriali. Segno che Monti deve barcamenarsi a fatica tra le pressioni del partito della spesa che sta riemergendo. Appare, infatti, ormai finita la sua leadership indiscussa basata sul ruolo di skipper in caso di tempesta. Se ponesse la fiducia sul disegno, infatti, potreste negargliela – mi raccomando, con il dovuto rispetto per una riserva della Repubblica - senza timore di danneggiare la nazione perché ora l’Italia è sotto una migliore tutela della Bce. Inoltre è stata ripristinata la verità – ancora da capire perché fu manipolate nell’estate del 2011 - sulla sua solidità. Vuol dire, pur ancora lunga l’uscita dal tunnel e necessaria un’estrema attenzione ai conti, che si può tornare alla politica normale e non d’eccezione dove si scontrano una destra liberalizzante ed una sinistra tassista, i rappresentati della prima richiamati in servizio. E osservati.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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