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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-4-2

2/4/2012

La necessità di un nuovo contratto fiscale

Non mi aspettavo che un governo denso di professori, e per questo con pretesa di superiorità tecnica derivata dal potere cognitivo, producesse analisi e soluzioni della questione fiscale così superficiali e repressive. Vorrei qui mostrare, anche per difendere la categoria dei professori se mi permettete di scherzare su un tema così delicato, che la materia richiede una visione più ampia, profonda e realistica.

In una democrazia le tasse si pagano in base ad un “contratto fiscale” determinato dall’elezione di una maggioranza. Ciò distingue i “cittadini” dai “sudditi”. Nella democrazia italiana il confronto politico tra portatori di contratti fiscali “tassista” e “detassista” non è mai stato netto. Dal 1964 fino al 1993 le maggioranze furono composte da un mix di statalisti e (semi)liberisti. Da questa configurazione emerse un contratto fiscale del tutto anomalo: tasse crescenti per finanziare protezioni sociali ed apparati, ma combinato con una sorta di permesso implicito, per chi poteva, di evadere le tasse. Fu un compromesso che diede pace sociale alla nazione durante la Guerra fredda e permise al mercato di restare dinamico nonostante i crescenti pesi fiscali. Ma creò una situazione ingestibile. Quando, nel 1994 e dal 2001 al 2006, l’offerta detassista fu maggioritaria e più netta, la sua realizzazione fu bloccata dalla necessità di coprire costi pubblici ormai difficilmente riducibili, complicati dall’enorme debito e dai nuovi eurovincoli. Poiché non era possibile far scendere le tasse, anche per l’alta densità di clientelismo finanziato con spesa pubblica, la maggioranza detassista perpetuò il contratto fiscale anomalo, cioè il permesso di evasione, per soddisfare i propri elettori. Ora lo Stato è in emergenza: deve fare cassa subito mentre la riduzione della spesa e delle tasse è un processo lungo. Per tale motivo sta violando il contratto fiscale implicito, ma reiterato nelle elezioni del 2008, costringendo quelli che ritenevano un non-crimine evadere parte delle tasse a pagarle tutte, demonizzandoli e pressandoli per fini dimostrativi fino ad ottenere da qualcuno il suicidio. Gli evasori, però, hanno usato uno spazio discrezionale lasciato loro dalla politica: legalmente colpevoli, ma sostanzialmente non imputabili. Quindi non andrebbero perseguitati, ma riorganizzati entro un nuovo e chiaro contratto fiscale: (a) chiudere il passato con un condono, oneroso, in cambio dell’impegno trasparente degli evasori di pagare tutto nel futuro; (b) impostare un progetto di bilancio che, al raggiungimento della saturazione del gettito, riduca gradualmente le tasse per tutti. Il condono oneroso è materia di questo governo. La conferma del nuovo contratto fiscale – paghiamo tutto per pagare meno dopo - dovrà essere fatta nelle elezioni del 2013, ma il governo dovrebbe già impostarne lo schema. Questo sarebbe il modo equo per risolvere la questione fiscale, quello in corso sbagliato sul piano delle regole di una democrazia. Ed è anche sbagliato sul piano del realismo. L’Italia ha effettivamente bisogno di più gettito nel 2012 e 2013 per arrivare al pareggio di bilancio promesso alla Ue ed ai mercati. Quei circa 100 miliardi che possono essere recuperati dall’evasione verranno fuori meglio da un accordo contrattuale o da un’azione repressiva? I circa 60 miliardi extra che servirebbero nel 2012 per attutire la recessione verrebbero fuori meglio da un’azione contrattuale, il condono oneroso, oppure da un’indagine estrattiva sui cinque anni passati, difficile e lunga per la complessità dei controlli? Se ai cittadini impongo tasse soffocanti senza dare loro in cambio una prospettiva di riduzione futura e di migliori servizi, pensate che lo accettino senza ribellarsi? Chi vuole la pace sociale deve capire che la questione fiscale va trattata con metodo contrattuale, pragmatico, e non repressivo, ideologico o solo contabile.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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