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Carlo A. Pelanda
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Lettere a CP del 2000

27/10/2000

Signor pelanda,

letto il suo articolo su Il Giornale del 26/10/2000

 

le invio quanto segue:

Una nuova forma di povertà
(Perché tasse e contributi elevati sono un vero flagello)

Cosa significa essere di sinistra, piuttosto che di destra, oggi in Europa? La vera natura delle differenze tra l’una e l’altra mentalità sono difficili da definire con precisione unanime.

Parte della sinistra non ha ancora abbandonato il vecchio stereotipo che vuole sia di sinistra chi sta dalla parte dei lavoratori. Un lavoratore che vota a destra manca di coscienza di classe, e sbaglia. Mentre la nuova sinistra democratica propone oggi, quale nuovo e più raffinato elemento distintivo, un fattore genetico (ereditario o meno?) che suddividerebbe la specie umana in due distinte categorie. Quella dei tendenzialmente egoisti (potenziali evasori fiscali), votanti a destra, e quella dei sociali e partecipativi, votanti a sinistra.

Gli economisti parlano di misure diverse di responsabilità personale cui si vuole inchiodare un individuo, per le conseguenze di quella catena di scelte più o meno libere che rappresentano il corso della sua vita. Oppure, parlano di un diverso grado di fiducia riposto nella capacità di un apparato statale e burocratico di gestire efficacemente, e non distruggere, risorse sottratte al mercato per una riallocazione sociale. O ancora, parlano di un diverso peso dato al problema degli incentivi: un disoccupato che percepisce un sussidio generoso, si sforzerà di cercare attivamente un lavoro?

Destra e sinistra, insomma, parlano lingue diverse.

Io penso che, in realtà, almeno per quanto riguarda lo speciale caso italiano, la radice più importante delle generiche differenze di opinione in merito a questioni di carattere economico politico, sia da imputare a due fattori. Primo, una diversa consapevolezza del perché, e di quanto, tasse e contributi elevati siano “un male” di per sé grave. Secondo, una diversa consapevolezza di quale sia il vero livello medio di prelievo fiscale e contributivo raggiunto oggi in Italia.

Comincio dal secondo punto. Un lavoratore dipendente con reddito lordo 100 costa al suo datore di lavoro 153 (in Italia il lordo non è il lordo), e percepisce un netto in busta di circa 70. Se spende tutto il suo reddito e/o possiede un’auto e/o una casa, paga, tra IVA varie-auto ed ICI, almeno altre 15-20 lire di tasse. Riuscendo a consumare effettivamente beni e servizi per un valore di 50-55 lire. Da un vero lordo di 153 (da noi si chiama costo del lavoro) si arriva ad un vero netto di 50-55. L’aliquota fiscale/contributiva complessiva per redditi medio bassi da lavoro dipendente è così del 64-67%, e cioè di due terzi!

Raramente, una persona che vota con convinzione a sinistra da sempre, è stata esposta con chiarezza alla verità di questi semplici, sbugiardanti, disarmanti calcoletti. Lo so per esperienza personale. L’interessato si ribella, protesta, cita i dati forniti dal governo, parla dei confronti fatti in TV con gli altri paesi CEE, prova a rifare i conti. Alla fine, almeno sui numeri, deve capitolare. Conosce la sua busta paga e le sue bollette! Ma si riprende, subito, una rivincita di principio. E allora? Che male c’è, poi lo stato ci paga la pensione, la sanità, in America se ti ammali etc. etc… E la tensione nel frattempo è così palpabile che la discussione non può più andare avanti, il canale della comunicazione si chiude, e non c’è modo di approfondire la vera questione. E cioè, perché aliquote fiscali tanto elevate producono danni tanto devastanti?

La risposta è che aliquote fiscali elevate creano dal nulla una nuova subdola forma di povertà. Provocano un collasso nel livello del benessere generale della popolazione veloce, diffuso, e generalizzato. Provocano danni che, per la sinistra intera, rimangono un fenomeno misterioso ed occulto, ma non sconosciuto! Che l’operaio di oggi stia peggio del suo omologo degli anni ’70 è un’affermazione (corretta!) di Fausto Bertinotti!

Proviamo a fare chiarezza su questo punto. Un dato livello di benessere materiale richiede la capacita di acquistare un determinato paniere di beni e servizi. Ciascun bene o servizio che un italiano oggi acquista è prezzato sulla base di un costo del lavoro di 153, al quale si aggiungono quote legittime di spese generali e di profitto dell’impresa produttrice, più l’IVA al 20% sul totale così ottenuto. Un ora del proprio lavoro rende 50-55, un bene o servizio incorporante un’ora di lavoro altrui costa 200-350! Da ciò, la nuova miseria! E da null’altro! Il paniere effettivamente consumabile non può che essere minuscolo.

Il progresso tecnologico e l’aumento della produttività del lavoro hanno insieme contrastato e nascosto l’arrivo di questa nuova calamità, mentre aliquote e tasse venivano inesorabilmente adeguate verso l’alto negli ultimi 30 anni. In alcuni settori non si sono però potuti fare miracoli. E così l’affitto di un trilocale in una grande città assorbe oggi un intero stipendio base. Ne assorbiva dalla metà ad un terzo trent’anni fa.

Come Italiani non conosciamo la povertà di tipo tradizionale. In un paese come l’India, la produttività del lavoro è bassissima, e questo di per se limita il paniere di beni e servizi consumabili da ciascun indiano. La povertà italiana di oggi è di un genere nuovo. Convive con livelli di produttività del settore privato assai elevati. Con un gigantesco apparato statale dispensatore e sperperatore. Con redditi nominali due-volte-lordi decenti (avremmo superato il PIL della Gran Bretagna). Con prezzi proporzionati a questi ultimi, e quindi elevati, da paese “ricco”. E, infine, con redditi reali due-volte-netti sempre meno distanti da quelli di un paese ex-comunista o del terzo mondo.

Perdonatemi la franchezza.

Samuel Magiar
(samuel.magiar@tin.it)

Quanto paga oggi nel complesso un lavoratore dipendente fra tasse e contributi vari?

Prima ancora di seguirmi nei ragionamenti e nei calcoli che seguiranno, provate a dare voi una risposta immediata. Basandovi sulla vostra esperienza diretta, o su ciò che avete nel tempo assorbito da giornali e televisione. Fatto? Bene. Ricordatevi di questa vostra risposta. Io sono pronto a scommettere che la maggior parte di voi ha pensato ad un salasso che va dal 45% al 55%.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />

Scopo di questo articolo è quello di controbilanciare gli effetti sul vostro modo di percepire e pensare la realtà di tanta (calcolata?) disinformazione globale. Così che, se posti in un futuro prossimo di fronte alla stessa domanda, rispondereste tutti: il salasso per un lavoratore dipendente è di almeno il 70% di quanto questi costi al suo datore di lavoro. Non ci credete? Continuate a leggere!

Prima voce, i contributi INPS a carico del datore di lavoro, e prima mistificazione globale. Il vostro “lordo annuo” non è in realtà per nulla un valore lordo. Una parte preponderante dei contributi che l’INPS pretende da voi per legge (in cambio di una promessa di pensione) non compaiono per nulla nel vostro statino di busta paga. Sono stati eufemisticamente etichettati come contributi “a carico dell’impresa” (ah beh … se li paga l’impresa …). Ma, credetemi, sono pur sempre contributi INPS, e sono purtroppo invece proprio a carico vostro. E sono anche pesanti! Se il vostro lordo è pari a 100, i contributi INPS “a carico dell’impresa” (ha !) ammontano a 53. Se costate quindi al vostro datore di lavoro 153, se cioè il vostro “vero lordo”, il vero costo del vostro servizio lavorativo, è 153, un terzo circa di questo vero lordo se né và solo per questa prima voce contributiva.

Seconda voce, i contributi INPS a carico del lavoratore, sono del 9% circa del falso lordo di cui sopra. E cioè di circa 9 lire. L’INPS incamera 53+9=62 lire per ogni 153 che voi ne costate alla ditta. Il prelievo solo contributivo è del 40% abbondante. Ora vengono le “tasse” vere e proprie.

Terza voce, l’IRPEF. Tassa calcolata per scaglioni di reddito. Con aliquote progressive, e con detrazione fissa per il lavoratore dipendente. L’aliquota più bassa è oggi del 19% (solo pochi anni fa era dell’11%). Se possedete la vostra prima casa, il suo reddito figurato in sede di calcolo IRPEF annulla o quasi l’effetto della detrazione fissa. Pagherete circa 21 lire di IRPEF per ogni 100 lire di “lordo” o 153 lire di costo del lavoro. Vi sono state così sino ad ora tolte 53+9+21=83 lire, il 54% circa delle 153 lire iniziali, e siete rimasti con un “netto in busta” di 70 lire. Ma si tratta di un vero abuso della parola netto. Provate a spenderlo, il vostro netto in busta!

Quarta voce. Nel farlo pagherete l’IVA, al 20% sulla maggior parte dei beni, ed almeno altre 13 lire se ne andranno così.

Quinta voce, la tassa sui carburanti. Non solamente benzina e gasolio da autotrasporto, ma anche gasolio da riscaldamento. Se spendete ogni anno un milione e mezzo di lire di riscaldamento, ed un milione di lire per 10,000 km in auto, avete pagato tasse speciali sui carburanti per circa un milione. Diciamo 3 lire delle vostre 100 lorde e 153 iniziali.

Sesta voce, il bollo auto. Diciamo una lira per ogni 153.

Settima voce, l’ICI. Diciamo un’altra lira.

E qui ci fermiamo e facciamo i conti: 153-53-9-21-13-3-1-1=52! Abbiamo potuto consumare beni e servizi per un valore effettivo di 52lire. 101 lire ci sono state sottratte per tasse e contributi vari. 101 su 153. Paghiamo di tasse e contributi vari più del 65% di quanto otteniamo dai nostri datori di lavoro. E questo è un dato drammaticamente diverso da quello mediamente percepito dalla gente.

Il mega-stato super-sociale, per quanto meraviglioso possa apparire ad una parte di noi, costa, al lavoratore medio, i due terzi delle sue fatiche, e non la metà. A me questa considerazione pare non del tutto trascurabile.

Samuel Magiar
samuel.magiar@tin.it

 


Perché aliquote fiscali e contributive elevate sono un vero flagello per l’economia di un paese sviluppato


Dire che a livello individuale pagar troppe tasse fa male è senza dubbio un’affermazione tanto vera quanto banale. Sostenere che la stessa cosa valga a livello collettivo non è più né semplice né banale. E questo perché, a livello aggregato, via via che aumenta il prelievo fiscale, aumentano anche le entrate dello Stato, che spenderà o redistribuirà i denari così raccolti a beneficio dell’intera collettività.

Vero sarà ancora, comunque, che i benefici addizionali per la collettività di bilanci statali in continua crescita potranno risultare al più proporzionali a tale stessa crescita. Molto probabilmente, per via della legge dell’utilità marginale decrescente, meno che proporzionali. Ciò che qui si vuole invece dimostrare, è che i disagi per la collettività nel suo insieme crescono purtroppo in maniera esponenziale al crescere della pressione fiscale. Che le dimensioni di un apparato statale pubblico, rispetto a quelle del suo sottostante sistema economico privato, non possono essere una scelta di natura esclusivamente politica.

La specializzazione nella produzione di beni e servizi, destinati poi al mercato per una serie di scambi merce-denaro e nuovamente denaro-merce, è ciò che contraddistingue oggi un paese economicamente sviluppato da uno ancora classicamente arretrato e povero. Questa specializzazione consente di raggiungere livelli di produttività, e quindi di benessere collettivo, impensabili per economie basate sull’autoproduzione ed il consumo diretto. Una fiscalità elevata è catastrofica per un sistema economico moderno proprio perché và ad interferire con il funzionamento di questo basilare meccanismo.

Chiariamo quest’ultimo punto. Ciascun bene o servizio che un italiano oggi acquista è prezzato sulla base di un costo medio orario lordo del lavoro pari, poniamo, a 100. E per lordo intendo, qui, lordo anche dei contributi INPS a carico dell’impresa. Un’ora di lavoro frutta invece oggi in media, ad un italiano, un netto di meno di 35 lire. E per netto intendo, qui, netto anche di IVA, ICI, tasse sui carburanti, tasse varie auto, etc. etc. Ecco spiegata la natura del disagio dovuto ad una fiscalità elevata. Un’ora del proprio lavoro rende meno di 35, un bene o servizio incorporante un’ora di lavoro altrui costa 100. la specializzazione nella produzione dei beni finalizzata allo scambio degli stessi viene resa meno conveniente. Il settore privato dell’economia soffre.

Definiamo ora un fattore di disagio d per gli italiani come funzione dell’aliquota media fiscale/contributiva t. Tale fattore, alla luce di quanto visto sopra, potrà essere dato dalla formula: d=[1/(1-t)]-1. Dove il rapporto 1/(1-t) rappresenta il fattore di moltiplicazione dei prezzi reali di scambio di beni e servizi dovuto ad un dato t. Mentre il -1 rappresenta un termine di standardizzazione che fa sì che d(t=Ø) sia pari a zero. In Italia il fattore di moltiplicazione dei prezzi reali è pari a 1/(1-0,65)=2,86 mentre il fattore di disagio d è 1,86. Si noti come d(t) tenda ad infinito all’avvicinarsi di t ad 1 (statalismo assoluto), con il ritorno di un’economia in precedenza sviluppata verso forme primitive di autoproduzione e consumo diretto.

La formula qui proposta per il disagio fiscale d(t) è riscrivibile come: d=[1-(1-t)]/(1-t). Qui il numeratore è interpretabile come la differenza tra, il prezzo reale che i beni scambiati sul mercato raggiungono in presenza di un prelievo fiscale t, standardizzato pari ad 1, ed il prezzo che quegli stessi beni avrebbero sul mercato in assenza di prelievo, e cioè 1-t. Il disagio stesso è a sua volta reinterpretabile, quindi, come la misura dell’incremento percentuale del prezzo reale di mercato che subiscono beni e servizi causa la presenza di un prelievo fiscale t. In Italia tale aumento è pari al … 186%.

 

Qualsiasi considerazione circa le dimensioni ottimali del settore pubblico di un dato paese dovrà tener conto dell’interazione di innegabili fattori di beneficio con l’importante fattore di disagio qui visto. Una funzione che interpreti i benefici marginali di una spesa pubblica finanziata da t avrà una forma pressoché simmetrica verticalmente a quella della funzione disagio qui analizzata. I benefici tenderanno ad essere infinitamente elevati per valori di t vicini allo Ø. Tenderanno però anche ad un valore finito, possibilmente negativo o al più nullo, per valori di t vicini ad 1.

L’analisi qui svolta tende ad escludere che possano venire di per sé considerate ottimali proposte di società estreme. Orientate verso un liberismo capitalistico incontrollato (t vicino allo zero), piuttosto che verso forme di socializzazione comunistica di tutti i beni (t vicino ad uno). Rende però anche difficilmente giustificabili proposte di patti sociali che prevedano aliquote fiscali/contributive superiori al 50%.

Samuel Magiar
samuel.magiar@tin.it

 PEAS sta per: Pubblicazioni Editoriali Amici Samuel
(Sono graditi: commenti, indirizzi e-mail di persone interessate a ricevere i PEAS)

27/10/2000


Grazie per aver dato voce a chi, per dignità e per cultura, non urla il proprio disagio ma è costretto a rivoltare i polsini della camicia per non far vedere che sono ormai consumati. Un'immagine un po' dura, senza dubbio, ma rende il disagio di appartenere alla media borghesia strozzata da una politica rozza. E' il frutto di una sinistra che si è creata uno spazio agiato nel quale vive disprezzando chi produce ma non appartiene alla cosiddetta (ormai inesistente) classe operaia. Penso, in breve, che si sia ribaltata la situazione sociale che ha impregnato i primi anni del '900.

Con viva cordialità
Antonio Ratti

27/10/2000

Premetto che non sono una persona studiata,ma attualmente sono arrivato a studiare circa una settantina di libri riguardanti l'informatica con una media di pagine 700 per libro,leggo il GIORNALE tutte le mattine e anche i suoi articoli.

La mia professione ha la mia professione é quella che i comunisti la chiamano evasore fiscale sfruttatore.IL punto per il quale le scrivo questa email é che non mi tornano i conti,secondo lei,se due anni fa perché si avesse un aumento della occupazione il pil doveva essere superiore al fatidico 3% perché al 3% si é in stallo, con l'euro che in due anni ha perso il 30% e l'aumento delle tasse,sappiamo tutti dove sono andate,ecco il punto,a quanto dovrebbe essere la percentuale perché si avrebbe un aumento della okkupazione ho pardon occupazione.

Cordiali saluti

Matteo Merlini

26/10/2000

Egr. sig: Pelanda,
ho letto con molto interesse, ma non con piacere il suo
articolo odierno sul "Giornale".
Non sono un intellettuale, neppure un giornalista, neppure un
manager....sono un artigiano che entra in mille case e da anni.
non sono un sondaggista, ma lei mi insegna che scegliendo a caso 100 casi
si può avere un campione che riflette una realtà più complessa. ebbene io
non scelgo neppure i casi, perchè i casi scelgono me. penso che
sondaggisticamente posso essere più credibile di tanti sondaggisti e
ricerche ufficiali, alle quali io non credo mai perchè deontologicamente non
sono lealissime nei confronti della realtà. hanno infatti un atteggiamento
prevenuto nei confronti della realtà: amano sè stessi più della verità della
realtà.
Non sono un sondaggista, sono molto di più: se non tengo conto della
realtà ci rimetto un sacco di soldi, come avviene a volte.
e quello che le dico è molto semplice: non ci sono più soldi.
parlo del mio amato popolino, che ha una casa, e quella soltanto, che la
ama a dismisura e che per quella casa spendeva....fino a qualche anno fa.
questa casa fatta con tanti sacrifici era amata e vezzeggiata, ora è
odiata, perchè fonte di spesa grande(lei sa che cosa sono le tasse sulla
casa) e il potere di acquisto di quello che prendono nella busta paga è
insufficiente in modo grave, e questo alla faccia dei dati ufficiali. ma c'è
un aspetto ulteriore: la gente, tutta, si è incattivita. E' diventato
difficile accontentare le persone. spesso lavoriamo con il fucile puntato.
queste considerazioni sono condivise da tutti i colleghi e i
rappresentanti che passano raccontano tutti la stessa storia.
io credo che i risultati elettorali saranno sorprendenti... la gente
veramente non ne può più. molti di sinistra non andranno alle urne per il
semplice motivo che anche quelli di sinistra, per fare un esempio, hanno una
casa e i soldi gli girano come girano a quelli di destra.
la ringrazio e le auguro buon lavoro

tassi felino
via XXIV maggio 25
ponte san pietro
bergamo

25/10/2000

Egregio Professore Pelanda, mi permetto di disturbarLa per farLe i miei più sinceri complimenti riguardo alla Sua attività. Sono un laureando in
Giurisprudenza con una "insana" passione per gli studi storici e politico-strategici e, nonostante La segua oramai da anni come un segugio
(libri,articoli, interviste ecc ecc), devo sinceramente confessarLe che ogni volta che mi trovo a leggere un Suo testo resto colpito per la preparazione e la
grande capacità divulgativa di cui è dotato. Mi permetto, quindi, di farLe due richieste che, lo confesso, sono fondamentalmente delle
speranze:

1) perchè non inaugura, sul Suo sito, una rubrica periodica interamente
dedicata alla politica internazionale, con le relative implicazioni
economiche e militari ?
2) perchè non "completa" le rubriche "SAGGI" e "RICERCA"
(quest'ultima in particolare...) ?

Spero di non esserLe sembrato troppo esaltato ma, mi creda, ad un appassionato come me la lettura delle Sue opere provoca un piacere quasi fisico...
una sorta di droga culturale di cui non si può più fare a meno.

Con stima ed ammirazione
Claudio Neri

23/10/2000

Egregio Professore,

Nell'aprile '96 Lei fu "infelice" ed autorevole profeta su come la sinistra avrebbe governato, io proverò in modo più brutale ad esserlo su come farà opposizione.

Ieri l'altro abbiamo visto a Milano una parata di facce, la cui espressione oscilla tra la faccia da "gulag" e quella da "stato sociale".

La loro testa può al massimo produrre l'IRAP, ma non sono stupidi hanno capito già da tempo che hanno enormi probabilità di perdere le politiche, per cui hanno già pianificato la "resistenza" che assomiglierà molto all'operazione terra bruciata attuata dai russi in occasione delle invasioni di Napoleone e di Hitler.

Stanno programmando i danni in modo che si dovrà avanzare in un terreno desolato . Durante il percorso esploderanno ordigni a tempo che creeranno malcontento,un esempio per tutti la revisione della riforma Dini nel 2001. Saranno tanti i nodi che verranno al pettine e la colpa sarà del barbiere del momento. Non mancherro le incursioni di guerriglia, vedremo spesso nella nostre strade i leoncavallini compiere le loro prodezze. Siccome le minoranze organizzate hanno la capacità di far credere che l'unica opinione sia la loro, basterà la pisciata di un cane per vedere gli agitatori di professione inveire in ogni sede contro le alluvioni di stato ed i soccorsi che sono lenti ed inadeguati.

Io mi aspetto questo, le variabili sono:

-le condizioni internazionali se vorranno boicottare o no il nuovo governo

-quanto gli italiani sapranno abbandonare il loro atavico cinismo; comprendendo che oggi il mondo in due anni cambia più che in un decennio,per cui il modo abnorme in cui negli ultimi 30 anni siamo stati governati non può più reggere.

-non sempre il gatto mangia il topo.

Spero di sbagliarmi e di non dover sottostare per un po' a questi buonisti buoni a nulla "più uguali degli altri". Il governo dei "maiali" sta finendo; per noi semplici "animali da soma" innamorati del lavoro rimane la tristezza di averli visti posare l'ancora in anni in cui il vento era tale che bisognava spiegare le vele. Chi era lo skipper?

Cordiali saluti.

Paolo Borri

17/10/2000

Caro Professore,
ho letto con interesse il suo libro "Lo Stato della crescita", ma ho
l'impressione che sia , purtroppo, destinato a restare un miraggio.
Il problema è che il sistema dell'economia mondiale si regge su delle
regole - lo sa meglio di me - che sono stabilite da pochi attori i quali
non hanno i buoni propositi che l'hanno spinta a scrivere tale libro.
Le multinazionali non agiscono in virtù di regole do ordine morale e di
solidarietà: è il mercato - e le sue leggi del massimo profitto - che
spingono ad agire.
La solidarietà e la coscienza non è di questo mondo (economico) .
E poi ci vorrebbe un uomo forte per imporre determinate regole; a mio
avviso un governo mondiale non potrà mai esistere fino a quando non avverrà una
purificazione dei cuori di chi governa l'economia mondiale.
A presto e complimenti per la sua attività.
Massimo Rodà

17/10/2000

Egr. prof. Pelanda,

vorrei rispondere all'intervento del prof. Serra del 15/10/00,
riguardante i finanziamenti della ricerca in Italia e il confronto con
quanto avviene in altri paesi. I dati sono confrontabili. Per avere una
idea del baratro in cui siamo sprofondati negli ultimi anni bastano le
seguenti cifre (dati OCSE agg. 98/99, a parità di popolazione):

Spesa per ricerca in Mld lire: Italia 22.000 - Media UE 42.000
Spesa pro capite (in lire): Italia 371.000 - Media UE 735.000
Attività ricercatori (anni/uomo): Italia 76.400 - Media UE 133.000
Numero ricercatori per 1000 lavoratori: Italia 3,3 - Media UE 5,7

% PIL di investimentio in ricerca:
Giappone 2,9
USA 2,8
Media UE 1,8 (con punte per Svezia 3,95 e Finlandia 2,92)
Italia 1,03
Spagna 0.86
Portogallo 0,65
Grecia 0,5
nota: variazione della % PIL negli anni 90-98 (record dell'Irlanda +14,4
!) comunque
Spagna + 2,5 - Grecia +5,8 - Portogallo + 5,5 - solo l'Italia è negativa
-1,6 !!!

Per quanto riguarda la divisione tra pubblico e privato valgono le
seguenti cifre:
i 76.400 anni/uomo di ricerca fatti in Italia sono così suddivisi:
35.000 nell'Università (circa 50.000 persone), 13.000 negli Enti
Pubblici di Ricerca e 27-30.000 nel settore privato. Sicuramente lo
Stato spende poco per la ricerca ma anche il settore privato non
scherza, con un rapporto di circa 70/30 a favore del pubblico !

Privatizare ! Privatizare ! Privatizzare!
E' la nuova parola d'ordine. Le cifre date sopra dimostrano che se non è
opportunamente stimolato il settore privato non investe in ricerca ( a
parte le lodevoli eccezioni). E' una illusione credere che
spontaneamente si metta a fare ricerca in proprio, non è conveniente a
breve termine!. Come ho già detto in un mio precedente intervento: non
ci si improvvisa ricercatori, occorre un lavoro di studio per molti anni
e notevoli investimenti per attrezzare i laboratori. L'Italia ha già
perso il treno per una rapida innovazione tecnologica. Può cercare di
non rimanere troppo indietro con urgenti misure tampone. Ad esempio può
operare delle forti assunzioni negli Enti di Ricerca Pubblici, dove già
esistono laboratori attrezzati e scuole di ricerca ben affermate che
possono trasmettere rapidamente le conoscenze e le competenze.
Sicuramente deve favorire l'integrazione tra ricerca pubblica e
impresa con opportuni strumenti legislativi del tipo, ad esempio, "una
Tremonti per la Ricerca". Molte altre proposte possono essere avanzate,
riguardanti la formazione di personale altamente qualificato, i corsi
universitari per dottorandi, la mobilità del personale tecnico, ma
nessun intervento d'urgenza può prescindere, a mio giudizio, da una
maggior sostegno pubblico alla ricerca.

E' stato anche toccato il problema etico se sia giusto il finanziamento
pubblico della ricerca. Mi pare che sia come domandarsi se sia giusto il
finanziamento pubblico delle scuole e delle Università, oppure, per
assurdo, se debbano esistere delle strade statali, che il sottoscritto
finanzia ma non percorrà mai. Se il sistema di ricerca pubblico
funziona, tutta la società ne trae beneficio, mi pare quindi ovvio che
ci debba essere un finanziamento pubblico per la ricerca. Tutte le
nazioni avanzate hanno un sistema pubblico di ricerca strutturato in
qualche modo. La questione sollevata di chi debba giudicare le ricerche,
a chi dare i finanziamenti e come effettuare gli avanzamenti di carriera
è giusta ed importante. Meriterebbe sicuramente qualche riflessione che
però risulterebbe complessa ed anche altamente tecnica. Richiederebbe
perciò un intervento piuttosto lungo da fare, penso, in un altro
momento.

Grazie per l'ospitalità,

Giorgio Zizak

15/10/2000

Caro Prof. Pelanda,

Le scrivo in merito al finanziamento della ricerca scientifica in Italia. Una prima domanda: siamo sicuri che quando si parla di spesa pubblica tremendamente bassa per la ricerca, i conti sono fatti nel modo giusto? Ad esempio, si tiene conto, oltre che del denaro speso per finanziare i progetti di ricerca dei singoli ricercatori, anche dei soldi che lo Stato spende per pagare gli stipendi a ricercatori, borsisti, professori, tecnici, segretarie, bibliotecari e personale vario che alla ricerca per lo più si dedica, nonché dei soldi spesi per costruire e arredare i laboratori e per pagare luce, telefono, acqua e gas che vengono consumati (più o meno moderatamente) nei medesimi? E comunque (e vengo alla seconda domanda), per tanti o pochi che siano questi soldi, è giusto che i contribuenti italiani paghino per finanziare pletore di ricerche che per lo più non servono a niente, tranne che alla carriera di chi le fa?

In altre parole, non sarebbe il caso di trovare il modo di destatalizzare anche la ricerca in Italia e puntare alla sua liberalizzazione e privatizzazione?

Colgo l'occasione per esprimerle la mia ammirazione e inviarle molti cordiali saluti.

Maria Cristina Serra
(professore associato di Patologia Generale)

15/10/2000

Caro Professore Pelanda,

ho letto l'articolo che oggi ha pubblicato su Il Giornale ("Tre passi e un salto per entrare nel futuro") e, pur non condividendo un'affermazione forte (sulla riforma fiscale a suo avviso, "Il progetto Berlusconi-Tremonti, in merito,è perfetto e fattibile"), per altri aspetti concordo con i suoi punti di vista. A mo' di integrazione a ciò che lei ha scritto, direi che:

a) le "ricapitalizzazioni di transizione" da farsi nel Sud "con un sostegno pubblico di notevole entità" dovrebbero riguardare più che opere faraoniche il rafforzamento di alcune funzioni pubbliche primarie, cioé istruzione e tutela dell'ordine. Non vorrei che, qualunque dei due schieramenti vinca la prossima competizione elettorale, il primo passo del nuovo governo (anche di centrodestra) fosse di avviare l'edificazione di una novella piramide quale il ponte sullo stretto di Messina;

b) la costruzione di un mercato finanziario orientato al capitale di rischio delle imprese innovative urta - mi pare - con la tendenza attuale del nostro sistema bancario al gigantismo. Chi alimenterebbe un Nasdaq italiano? Le nuove concentrazioni bancarie che si profilano? Ma la grande banca è per sua natura (alti costi di gestione, burocratizzazione, insediamento nel Nord) orientata ad investire il risparmio degli italiani (dei meridionali in primo luogo) nella grande impresa. Il rischio morale congiura in questa direzione: c'è sempre un sovventore di ultima istanza (governo, Banca d'Italia) che impedirà di scoperchiare i bidoni messi in piedi da grande impresa e grande banca alleate;

c) benissimo compiere il terzo passo delle università private, capaci di fertilizzare le imprese (e di esserne fertilizzate). Ma che siano veramente università private, ciò che vuol dire rapporti di lavoro tutti su base contrattuale (non per concorso che assegna a tanti di noi una rendita a vita e demotiva quei pochi che hanno ancora voglia di lavorare), mobilità territoriale degli studenti incentivata con servizi ai meritevoli (non con la miseria dell'attuale assegno di studio) e abolizione del valore legale della laurea.

Con i migliori saluti,

M.D'Antonio

--
Mariano D'Antonio
professore ordinario di Economia dello sviluppo
Facoltà di Economia dell'Università di Roma Tre
Via Ostiense 139, 00154, Roma

mail dantonio@uniroma3.it

14/10/2000

Prof. Pelanda,
sono un giovane studente universitario,premesso che la seguo da tempo su
Il Giornale le pongo una semplice domanda e la prego di rispondermi quando ne avrà
tempo perchè sono curioso di quello che mi dirà.La questione è
questa:riuscirà Berlusconi ad operare la famosa rivoluzione copernicana
e a ridare di conseguenza nuove speranze a noi giovani che purtroppo il
futuro lo vedono sempre meno roseo a causa di questo governicchio post
comunista che piuttosto che pensare al paese ha passato il proprio tempo per
stringere sempre più i rapporti con i famosi poteri forti dell'economia
italiana.Infine una richiesta:perchè in futuro sul quotidiano diretto da
Belpietro non ci propone un bel reportage sul miracolo dell'economia
americana,è un argomento complesso ma assai interesante per capire come
abbiano fatto negli States a creare un meccanismo in grado di creare
milioni di posti di lavoro negli ultimi anni.Se ne parla spesso ma credo troppo
in maniera generica ed invece l'argomento meriterebbe approfondimenti seri
che vadano ad occupare magari un'intera pagina di giornale per più giorni. Se
possibile naturalmente.Nell'attesa di una sua risposta attraverso posta
elettronica le auguro buon lavoro
Emiliano.

14/10/2000

Professor Pelanda, scusi se le mando il terzo messaggio in quindici ore però ho delle
curiosità che lei attraverso posta elettronica deve levarmi il più presto
possibile;naturalmente quando ne avrà tempo.Leggendo il suo
curriculum-vitae e un suo articolo su "Il Giornale" mi chiedo come abbia fatto ad inserirsi
partendo dal nulla all'interno del sistema universitario americano come
ricercatore e docente dopo che aveva constatato che in Italia la teoria
sulla concorrenza veniva per l'ennesima volta superata da quella sul
protezionismo e sulla raccomandazione che ha portato il nostro paese a
diventare una barzelletta internazionale in molti settori.Sistema
scolastico ed economico ne sono due esempi lampanti.Tornando alla mia domanda mi
chiedo se lei quando ha preso quel famoso volo per gli States parlasse già in
maniera perfetta l'inglese o se l' ha perfezionato sul posto?Non conosceva
nessuno quando si è proposto nelle università statunitensi che potesse
inserirla nell'ambiente e che tipo di requisiti aveva oltre alla
laurea?Quanto è stata dura visto la concorrenza che c'è nel settore poichè
la loro percentuale di laureati non è nemmeno paragonabile alla nostra?
Lei preferirebbe vivere e crescere un figlio in USA o in Italia?Mi risponda
prendendo in considerazione scuola,sanità,lavoro,economia,prospettive
future e cultura della gente(comportamenti in generale ed educazione) e via
dicendo.C'è molta differenza fra Stati Uniti ed Inghilterra secondo lei
nei settori citati? I laureati in legge in Usa dopo la laurea devono svolgere
due anni di tirocinio e fare poi l'esame per l'ammissione all'ordine,senza
prendere una lira,come in Italia?Oppure è diverso il loro percorso
post-laurea in quel settore. A Londra invece che percorso devono affrontare
gli studenti dopo la laurea in giurisprudenza? Ultima questione che le
pongo. Berlusconi riuscirà ad operare questa famosa svolta copernicana
oppure le possibilità sono minime?Aspetto sue risposte alle numerose
domande(forse troppe)che le ho rivolto.Scusi se ho esagerato nel dilungarmi però vorrei
capirci qualcosa in più sulle questioni affrontate.
Buon lavoro.
Emiliano.

10/10/2000

Salve Professore!

Come anticipato invio il primo di una serie di miei interventi approfittando della disponibilità del Suo sito per esprimere alcuni miei sentimenti e fare alcune mie osservazioni.

Inizio da un tema di attualità: l’acquisto da parte di ENEL di INFOSTRADA.

È assolutamente inconcepibile che ad ENEL venga permesso di acquisire il controllo dell’operatore privato di telefonia INFOSTRADA. ENEL rappresenta un ex monopolista che sta ancora (e chissà ancora per quanto!) godendo dei privilegi del monopolio elettrico. ENEL possiede una serie di centrali, per la generazione di energia elettrica, tra le più obsolete, tecnologicamente, del continente. Mediamente gli impianti hanno un grado di vetustà impressionane; hanno efficienze termodinamiche scandalose. Cosa fa? Diversifica ed entra in altri settori acquisendo il controllo di una macchina da soldi come l’acquedotto pugliese, investe ingenti risorse in STREAM, investe un patrimonio in WIND e, dulcis in fundo, spende 25000 miliardi per l’acquisto di INFOSTRADA. Sottolineo che ENEL è ancora a grande partecipazione statale. Fantastico!

L’Italia è uno dei Paesi europei che tramite il suo “mitico” governo di sinistra e tramite il “mitico” Amato si vanta di aver percorso con maggior decisione la strada delle privatizzazioni. Vanno in giro dicendo che hanno liberalizzato vari settori e poi permettono che un ente statale camuffato da società privata spenda i soldi dei cittadini in tutto tranne che nel suo core business: la generazione di energia. L’Italia è il Paese dove l’energia costa più cara e questo va a scapito della competitività del sistema Paese. Dipendiamo in maniera esagerata dal petrolio e non facciamo ricerca; dovremmo effettuare i revamping di quasi tutte le centrali elettriche, magari passando alla cogenerazione, ed invece investiamo in televisione o telefonia. Certo, sono le attività che possono dare molti guadagni nel breve periodo ma, sottolineo, ENEL, gode ancora di privilegi e, soprattutto, è ancora a fortissima partecipazione statale. Di questi guadagni ne potremo godere i fruttti? Certo forse nei sogni! Un governo che aspira al bene del Paese non doveva permetterlo!

Ma dimenticavo abbiamo un governo di sinistra!

Saluti al prossimo.

Antonio

4/10/2000

Eg. Prof. Pelanda,
ho letto con interesse il suo articolo sul più recente numero
del settimanale "Tempi", in cui lei parla della fine dell'economia
petrolifera.
Lavorando io in FIAT ed essendo coinvolto, sebbene da poco, nelle
problematiche delle Fuel Cells per autotrazione, mi interesserebbe sapere quali sono
le basi su cui si fonda l'ipotesi di una copertura mediante idrogeno del
5% del fabbisogno energetico autoveicolistico entro il 2015 (spero di non
aver riportato notizie inesatte), come leggo dal suo articolo.
Attualmente mi risulta che non pochi siano i problemi nel ricavare energia
dall'idrogeno. Non è forse vero ad esempio che il rendimento del ciclo
complessivo scende a causa della grossa quantità di energia che io spendo
per comprimere l'idrogeno e per stoccarlo?
Molti in ambiente autoveicolistico dicono che i veri problemi sono la
produzione e lo stoccaggio dell'idrogeno, non tanto la tecnologia per utilizzarlo a bordo.
In sintesi, mi interesserebbe approfondire la conoscenza sull'argomento,
oltre che conoscere il suo parere su queste "obiezioni" che ho già sentito
nell'ambiente; le sarei grato se potesse magari segnalarmi libri e/o articoli circa la
sostituzione del ciclo del petrolio con quello dell'idrogeno, non soltanto
per autotrazione.

La ringrazio anticipatamente e le faccio i miei complimenti

Francesco Muzio

4/10/2000

Salve Professore,

sono Cristiano da Siena.Ho visitato con interesse il Suo sito e conoscendo la Sua esperienza in materia di scenari internazionali ho deciso di farLe alcune domande: innanzitutto in un articolo che lei scrisse mesi addietro su La Nazione, Il Giorno ed Il Resto del Carlino parlava della prospettiva di una probabile catastrofe recessiva stile 1973 se il prezzo del petrolio non fosse sceso.Il pericolo esiste ancora? Il prezzo del greggio e` destinato a calare vista la decisione dell`Opec di aumentare la produzione giornaliera? E ancora, non e` che le scorte di petrolio cominciano a scarseggaiare e per questo, come ci insegnano ad economia, diminuendo l`offerta di un bene ma restando costante l`offerta, il prezzo del bene sale, sale, sale? Infine, non e` che I padroni del petrolio si stanno rendendo conto che l`idrogeno (Vedesi per gli amici l` articolo del Prof. su Il Borghese " Fa acqua ma va a mille" ) soppiantera` nell`arco dei prossimi venti-trenta anni il petrolio come combustibile per auto e per questo cercano di specularci sopra?

Cristiano Contri

24/9/2000

Associazione delle LIME

libere imprenditorie europee

c.f. 90008840267

 

 

 

25/09/00 LETTERA APERTA al: Sindaco

Giunta

Consiglio

Municipio di Castelfranco v.to

 

 Egregio sindaco,

capisco la sua voglia di punire i cittadini che non l’anno votata, ma colpire anche coloro che l’anno fatta ascendere al soglio comunale mi sembra, quantomeno, ingratitudine.

Mi spiego: dal giorno del suo avvento si vedono dei vigili, tiratori scelti, che, armati del famigerato telelaser, appostati, perlopiù, in frondosi anfratti e non in strade di convulso traffico, ma in quieti scorrimenti di frazione, mirano agli utenti della strada, tanto per ricordare, elettori e contribuenti che pagano gli stipendi di tutta la congrega, compresi gli armamenti più o meno impropri.

Se Lei va a leggersi la sentenza N.196/00 del 12/07/00 della II sez. civ. del tribunale di Padova, vedrà che il GIUDICE DICHIARA ILLEGITTIMO IL TELELASER, respingendo quindi la multa inflitta e condannando la prefettura di Padova al pagamento delle spese di giudizio. Mi risulta che Lei sia già a conoscenza, da tempo, di questa sentenza. E allora ?

Perché sin ora non ha agito di conseguenza ? Dimenticanza, forse voluta o peggio ?

Absit injuria verbis.

Lei mi insegna che per PREVENIRE che un imbecille passi a velocità elevata e pericolosa, che so’, ad un incrocio trafficato, nei pressi di una scuola, vicino ad un ospedale etc…., basta mettere un vigile od un auto, anche vuota con lampeggiante acceso, ben visibili, che sicuramente, l’imbecille in questione, rallenterà.

Quindi, hony soit qui mal y pense, vuoi vedere che telelaser ed autovelox servono al comune per fare cassa, estorcendo, malamente, altro denaro al cittadino contribuente ed elettore ?

C’è poi un altro aspetto importante da sottolineare, per così dire di immagine: che dignità e che meschino intelletto ha il frustrato e complessato che si nasconde, solo per vessare un altro ? Qualcuno crede che ci si guadagni così il rispetto ?

 

Sindaco, perché non acquista un OPACIMETRO e fa controllare, dai vigili, lo scarico dei Diesel, vere armi chimiche, che ammorbano l’aria in cui viviamo? Il comune ci guadagnerebbe in multe, pienamente giustificate, legittime ed auspicate, le officine ci guadagnerebbero nel mettere a posto i fuori norma inquinanti ed i cittadini in salute. 

Cordialmente, non proprio, quasi. 

Il presidente

G. Vigni

 

 

 

 

 

Via S. Marco 7 fax: 0423 493961

31033 Castelfranco v.to e-mail: castel@alime.it

19/9/2000

Egregio Professore,
Le invio di nuovo il messaggio precedente
(spedito 8 sett. 00) con l'augurio che possa contribuire allo sviluppo del
sistema di ricerca dell'Italia.
Distinti saluti
Giorgio Zizak

(Nota da site manager: per disguido tecnico abbiamo perso questo messaggio e
lo pubblichiamo in ritardo. Ci scusiamo con l'autore).

Egr. Prof. Pelanda,

Con piacevole sorpresa vedo di aver avuto l'onore di una citazione sulla
prima pagina de Il Giornale di oggi. Grazie, non pensavo di arrivare a
tanto. Con il mio messaggio intendevo solo dare un contributo alla
conoscenza del Sistema Ricerca in Italia. Comunque vista la Sua
disponibilità ne approfitto e, tra le numerosisime considerazioni che
si potrebbero fare, continuo con alcune osservazioni suscitate dal Suo
articolo di oggi "Poche risorse e spese male: così va in crisi la
ricerca".

Come molti, anche Lei si lamenta dei finanziamenti a pioggia che vengono
dati ai professori universitari ed ai ricercatori, più o meno
indistintamente. Sono pochi milioni a testa per andare a qualche
convegno. In totale fanno miliardi persi. Ma che si dovrebbe fare? Se un
docente vuol fare ricerca per prima cosa deve essere aggiornato,
leggendo le pubblicazioni e andare ai convegni. Se i finanziamenti
bastano solo per questo, questa è l'unica attività scientifica che il
docente può fare. Non sono fondi persi. Almeno il docente potrà dare
consigli e suggerimenti alle industrie che vogliono investire in
scienza e tecnologia. Saprà anche cosa fare nel caso fortunato di
ricevere un diluvio di finanziamenti per le sue ricerche. Senza
l'informazione iniziale, cioè senza la lettura e lo studio delle riviste
scientifiche e la partecipazione ai convegni per lo scambio e il
confronto dei risultati, qualsiasi attività scientifica rimane campata
per aria. Se sono pochi, i finanziamenti non possono che essere a
pioggia. Questa mia è una opinione non molto "politically correct".
L'alternativa è quella di costringere la maggioranza dei professori
universitari ad una attività di puro insegnamento, riducendo quindi
l'università ad un super-liceo. I finanziamenti pubblici per la ricerca
verrebbero quindi dati solo agli Enti Pubblici di Ricerca e a qualche
gruppo universitario di particolare eccellenza. Non mi pare però che
questa strada sia praticabile, nè giusta.

Il fatto è che per troppi anni la ricerca scientifica è stata
considerata come un optional. Ne è una prova il CNR, tanto per
continuare a parlare della realtà che conosco meglio. Prendo a prestito
le parole del mio carissimo collega dr. Francesco Cignoli che,
confrontando i vari Enti di ricerca pubblica nei vari paesi (ad esempio
il CNRS francese), ha definito il nostro un "CNR Bonsai". E' così
piccolo, con pochi ricercatori, quasi tutti di buona fama, che fanno
tante pubblicazioni scientifiche, spesso tenuti in ambienti nuovi e ben
puliti. E' un CNR di facciata, bello da vedere, con cui ci si riempie la
bocca parlando di scienza e tecnologia, ma che non dà frutti o molto
pochi, che è praticamente inutile per un vero progresso tecnologico del
sistema industriale italiano. Questo non per colpa o demeriti dei
dipendenti CNR, ma perchè l'Ente è sempre stato mantenuto
sottodimensionato e diretto da persone non provenienti dal CNR stesso.

Ora è in atto una profonda riforma e trasformazione degli Enti Pubblici
di Ricerca, e quindi anche del CNR. Il vecchio sistema non esiste più,
ma nessuno sa con certezza come sarà il nuovo. L'impressione comune è
che per parecchi anni la confusione regnerà sovrana. Come tutti i miei
colleghi ricercatori, continuerò comunque a studiare tranquillamente e a
fare ricerca nel mio Istituto con i mezzi che ho a disposizione, sicuro
di poter contribuire, in un modo o in un altro, a "futurizzare"
l'Italia.

Distinti saluti,

Giorgio Zizak
Dirigente di Ricerca, CNR

19/9/2000
(Nota di CAP): Zizak risponde ad un mio messaggio che chiedeva
chiarimenti su sua posizione in contrasto con l'ottimismo generale sulla
possibilita' di sostituire con buona velocita' ed efficacia il petroliocon
l'idrogeno.

Egr. Professore,
non sono un esperto di fuel cells, anche se ne conosco il funzionamento.
Non nego che ci siano automobili alimentate ad idrogeno od anche,
apparentemente, ad acqua. Il problema è che occorre produrre l'idrogeno, che non si
trova in natura. I processi classici prevedono l'utilizzo di idrocarburi (tipo
benzina, alcool, gas naturale ed anche gasolio) che mediante opportuni
catalizzatori portano alla formazione di CO ed altri idrocarburi e la liberazione
contemporanea di idrogeno. Dopo la separazione dell'idrogeno si possono
alimentare le celle a combustibile dove avviene la reazione con
l'ossigeno dell'aria e la produzione diretta di energia elettrica. E' chiaro però
che nell'intero processo si consumano idrocarburi non rinnovabili. Ci può
essere un guadagno in termini di rendimento, in quanto il processo di
produzione industriale di idrogeno e conversione diretta ad alta efficenza nelle
celle a combustibile può essere migliore della combustione a basso rendimento in
un motore a combustione interna. Come dicevo nel mio precedente messaggio
la scelta delle fuel cells ad idrogeno per autotrazione è fatta per motivi
politici di lotta all'inquinamento nelle grandi aree urbane. Meglio
sarebbe la conversione diretta dell'energia partendo dagli stessi idrocarburi. Si
studiano fuel cells alimentate a metanolo che si può ottenere dalle
biomasse.
Tali celle hanno anche la possibilità di poter essere utilizzate in modo
rigenerativo, utilizzando l'energia solare possono fissare la CO2 in
alcol metilico e suoi derivati. E' una tecnologia estremamente d'avanguardia,
importante, ma che non sposta di tanto il drammatico problema del
provvigionamento energetico mondiale.

Distinti saluti

Giorgio Zizak

 

16/9/2000

Egregio dott. Carlo Pelanda,

sono un lettore de Il Giornale ed è la prima volta che scrivo ad un giornale, anche se in questo caso più precisamente sto scirvendo al Suo sito. Stavolta mi ha indotto la sua riflessione, in calce all'articolo pubblicato sabato 16 settembre, a proposito dell'utilizzo dell'idrogeno.
Ogni giorno il cittadino è torturato dalle dichiarazione sempre più allarmanti sulla salita del greggio, non se ne può davvero più. Aumenta l'inflazione, un inverno di rincari e così via prevedendo.
Mi chiedo: E' possibile che una classe politica dirigente, onesta, responsabile, preoccupata per il benessere dei propri concittadini, non riesca a spingere l'acceleratore verso nuove fonti di energia, che ci possano definitivamente liberare dal ricatto di un manipolo di farisei senza scrupoli, integralisti e sempre sul piede di guerra?
La Sua riflessione, ha coinciso, mi permetta, con la mia che avevo fatto da tempo. Oltretutto, recentemente, all'esposizione di Hannover, è stato mostrato un prototipo di automobile ad idrogeno con un'autonomia di circa 700 Km ed una capacità di viaggiare a 150-160 Kmh. Il pieno di acqua distillata costa non più di 400 lire. La diseconomia prodotta? Sicuramente inferiore ai danni prodotti dal petrolio.
Allora, per concludere, anche i mass media dovrebbero fare più inchieste in questa materia, e Voi del Giornale ne siete sicuramente un esempio, e lanciare forte il segnale di stanchezza dei cittadini, i quali si chiedono perchè alcune tecnologie, conosciute da decenni, non vengono sviluppate ed utilizzate? Viene il dubbio che con l'acqua distillata lo Stato andrebbe in bancarotta! Infine mi chiedo, dove sono finiti quei ...mila miliardi di ricavi in più derivati dall'aumento del greggio? Perchè nel fomoso bous fiscale non ci mettono pure quelli?
Scusandomi per queste mie banali riflessioni Le porgo i migliori saluti.
Marco Pellegrini

16/9/2000

Egregio Prof. Pelanda,

studio Economia all'Università di Brescia (tra poco inizierò il quarto anno) e sto cominciando a lavorare alla mia tesi di laurea in Economia Pubblica dal titolo "Il federalismo fiscale in Inghilterra".
Al proposito, ha da segnalarmi letteratura, documenti, materiale, siti internet e quant'altro possa tornarmi utile?
La ringrazio fin da ora dell'attenzione che vorrà dedicarmi.
And now, un'altra questione:
in questi giorni i giornali strombazzano che la quotazione del barile di petrolio è tornata ai livelli della Guerra del Golfo. Bene (anzi, male), però nessuno fa notare che ai tempi della suddetta guerra un litro di "verde" costava ben meno di 2200 lire.
Allora è forse il caso di cominciare a urlare che:
- l'euro è una grande schifezza, oppure che
- i Governi in questi anni hanno incrementato in modo indecoroso le imposte sui carburanti, oppure che
- non c'è concorrenza tra le varie compagnie petrolifere e tra le varie catene di distribuzione, oppure che
- valgono tutte e tre le considerazioni appena esposte.
Recentemente l'autorità antitrust ha fatto finta di sanzionare il comportamento delle compagnie petrolifer. Che ha fatto? Ha comminato delle multe. Risultato : le compagnie hanno alzato i prezzi dei carburanti per pagare le multe senza rimetterci. Era impossibile pensare (all'antitrust) di obbligare le compagnie ad abbassare il prezzo di 20-30 lire al litro, fino al raggiungimento dell'ammontare previsto?

Grazie per l'attenzione e distinti saluti

Edoardo Savoia

13/9/2000

ASSOCIAZIONE DELLE LIME

LIBERE IMPRENDITORIE EUROPEE

c.f. 90008840267

 

 

 

 

FAX 14/09/00 On.min. F. Bassanini

Ministero per la funzione

06/68997433 pubblica

Roma

 

 

Egregio sig. ministro,

il 12 /09 ho avuto la sventura di recarmi presso l’ufficio locale del Ministero delle finanze per una registrazione.

Su 5 sportelli, 2 solo erano in funzione, quindi code e, come usuale, nonostante la legge, il personale era privo del prescritto cartellino d’identificazione.

Dopo la prima coda ricevo una serie di oscuri e ripetitivi, quindi inutili, moduli da compilare a mano. A cosa serve il computer sul tavolo del sedicente impiegato?

Dopo la seconda coda ricevo e mi piace riconoscerlo, delle delucidazioni chiare e gentili, sempre da due misteriosi signori.

Uno dei moduli, compilati a mano, serve per versare allo stato un pizzo di Lit. ( 250.000 + 24.000 ), oltre ad un’estorsione di Lit. 120.000 in marche da bollo.

Il bello, si fa per dire, è che devo uscire ed andare a versare in una banca, sempre previa coda, poi tornare con la ricevuta e rimettermi in coda per la quarta volta.

Ai sensi e per gli effetti della legge 241/90, chiedo di conoscere, oltre che de visu, per cognome, nome, qualifica ed ufficio coloro che hanno steso questo regolamento, i dirigenti amministrativi ed i politici che lo hanno approvato e reso operativo.

Poiché costoro sono stipendiati dai cittadini contribuenti, che almeno, oltre la grassazione sistematica, non facciano perdere inutilmente del tempo prezioso; prezioso, si precisa, solo per il contribuente che lavora duro e sul serio.

Nell’attesa di un puntuale riscontro, distinti saluti.

 

 

Il presidente

G. Vigni

 

 

 

 


c.p.c.: On.M.Taradash, On.M.Pezzoli, Sen. A. Serena, Prof.C.Pelanda

13/9/2000

Egregio Professore,

grazie per la benevolenza con la quale ha valutato il mio e-mail del 3 settembre u.s.

Approfittando della sua cortesia, integro quanto sottopostole trattando l’argomento "aria" trascurato a causa delle vicissitudini del greggio.

L’aria va tutelata con risultati molto più rispondenti di quelli conseguiti fino ad ora.

Essa risulta pesantemente condizionata anche dall’incessante ed inconsulto sfruttamento selvaggio delle aree forestali ancora esistenti operato a seguito dell’intervento delle grandi compagnie internazionali del legname, che sfruttano il bisogno ma più spesso l’avidità di satrapi africani come di funzionari corruttibili sudamericani ed asiatici.

Non conosco i sistemi di salvaguardia adottati in Canada e negli U.S.A. ma suppongo che siano assimilabili a quelli messi in atto in Svezia e Finlandia, dove per ogni albero abbattuto se ne trapiantano 5 o più. Al presente, grazie ai satelliti del progetto S.R.T.M. (Shuthe Radar Topography Mission) è stata realizzata la mappatura tridimensionale della terra e sono disponibili carte topografiche su cd-rom con dettagli 30 volte superiori a quelle fino ad oggi utilizzate. Pertanto un controllo della deforestazione è già in atto ma, potrei non essere a conoscenza dei fatti, sembra manchino provvedimenti pratici a livello internazionale per arginare i disboscamenti dissennati.

Mi ponevo una domanda: il WWF ed altre consimili organizzazioni, il primo operante da circa 30 anni, a prescindere dai reiterati proclami non sembra abbia conseguito nella salvaguardia delle grandi foreste, i risultati pratici che ci si sarebbe aspettato. Esistono nessi con le grandi società che commerciano il legname ?

Una più importante considerazione riguarda le nazioni nello specifico contesto. Con che diritto ci si intromette nelle problematiche interne di ciascun stato sovrano ? Non è pensabile di ingiungere al governo del Madagascar di non far abbattere le foreste per ricavarne terre coltivabili. Altrettanto dicasi per l’Amazonas e/o le aree forestali del sud est asiatico.

E’ necessario prevedere l’adeguato rimborso a queste nazione per il mancato introito derivante dallo sfruttamento delle loro foreste. Ai paesi ricchi di greggio paghiamo il petrolio, a quelli con le foreste pagheremo l’aria che direttamente ci forniscono.

Un piano globale per l’aria dovrebbe prevedere previo assenso dei governi interessati al:
•pagamento dei diritti per il mancato sfruttamento delle proprie risorse forestali
•approvvigionamento momentaneo di derrate alimentari alle popolazioni con scarse risorse di terreno coltivabile e contemporaneo reperimento di alternative per la produzione di cibo in tali zone, es.: maricoltura se le situazione orografiche lo consentono, o il trasferimento della popolazione in aree più idonee con il contributo delle altre nazioni.
•Istituzione di centri di assistenza sul territorio con laboratori per la rapida propagazione in vitro delle essenze arboricole locali onde costituire vivai in grado di fornire sufficiente materiale per la ricostituzione delle aree forestali abbattute e/o il loro eventuale razionale sfruttamento.

Quali azioni sta conducendo la F.A.O. ed altri organismi dell’O.N.U. per tentare di risolvere questo problema ?

Complimenti per il premio "Capalbio Economia", secondo quest’anno; non mi mandi al diavolo e cordiali saluti.

 

 Giuseppe Cosmi

 

13/9/2000

Carissimo Carlo,

innanzi tutto complimenti sia per i tuoi articoli sia per il tuo impegno politico.
Sono uno studente universitario di ingegneria e mi piace moltissimo cercare di comprendere gli scenari economici e politici che muovono questo mondo.
Per questo mi entusiasmano sempre i tuoi articoli.
Se tu avessi il tempo di leggermi e rispondermi, vorrei farti una domanda un po' "tecnica":
qual'è il motivo per cui è così importante che una moneta valga più di un altra?
- ti faccio un esempio : è sicuramente importante che il dollaro non cresca troppo poichè a esso è legato il prezzo del greggio; contemporaneamente, se ciò accade, noi guadagnamo competitività con gli USA (o no?) nel caso marcotedesco-liraitaliana non dovremmo essere noi avvantaggiati?
Una volta hai detto (sul Giornale) che la bilancia commerciale americana è in passivo con l'Europa ma che gli USA riescono a colmare questo gap con valutazioni azionarie !?!
Vuol dire che loro vendono azioni e ci comprano i nostri prodotti in cambio? - avere una moneta forte significa muoversi in questa direzione? - quando l'economia Usa cresce troppo, il governo interviene alzando i tassi e, apparentemente, sembra voler rallentare questa crescita: mi sembra quasi che abbiano trovato il modo di fare lavorare di più gli altri paesi che dipendono da loro (cioè praticamente tutti nella realtà) piuttosto che gli americani, è questo l'obiettivo di una moneta più forte e di una politica "imperialista" ? se è così, è davvero possibile che ciò possa protrarsi per lungo tempo?
Se mi risponderai o mi segnalerai dove posso aprofondire un tema così particolare, te ne sarò grato.

salutoni, massimo

12/9/2000

Caro prof,
come anticipatoLe, dopo 5 anni di dura militanza LIFE, viste le sue degenerazioni e conseguente sfaldamento, per non perdere un'interessante esperienza ed un notevole patrimonio sabato 9 è nata l' ASSOCIAZIONE DELLE LIME o delle libere imprenditorie europee.
Il nome evoca l'attrezzo principe del lavoro, specialmente per aggiustare e rifinire, inoltre la lima serve a segare le sbarre, in cui ci costringono i "burocretini" e loro accoliti e non ultimo serve a rifilare drasticamente le unghie dei suddetti.
Essendo, ahimè, da noi pagati, possiamo offrire loro anche una sana manicure.
La bandiera sarà blu con 3 lime argento,stilizzate ed un leone di S.Marco col libro chiuso; Lei ne conosce bene il significato.
Saranno i benvenuti, in associazione, anche i pensionati, miniere di esperienza che muiono o si ammalano solo perchè non hanno nulla da fare.
Saranno altresì benvenuti i giovani, disoccupati o in cerca di prima occupazione, pieni di energia sprecata.
Pensi cosa si può tirar fuori mettendo insieme l'esperienza dei vecchi e l'energia dei giovani. Questo sarà il ns progetto "pigamma", paidoi kai geroi ( dal greco: giovani e vecchi).
Istituiremo un comitato scientifico e, naturalmente, contiamo sulla sua partecipazione.
Il prof. F.Zen, docente di "economia degli intermediari finanziari" all'università di Padova ha dato la sua disponibilità quale presidente onorario .
Con altra mail invierò costituzione e statuto.
Cordialmente.
G. Vigni
*******************************************************
Prevesco s.a.s.
via S. Marco, 7
I-31033 Castelfranco Veneto (TV)
Phone: +39 0423 744619 - Fax: +39 0423 493961

12/9/2000

caro professor Pelanda, da anni la leggo sul Giornale, oggi ho scoperto
il suo sito e ho già messo in archivio i due testi che si possono
memorizzare, sarebbe interessante avere anche gli altri!!!
lei mi dirà: chi è questo ingordo?
mi presento: sono Gian Carlo Colombo Amm unico di Iniziative Europee
srl Via Donatello 75 00196 Roma Fax 06 3613439, tel 06 3235182 ed anche
Consulente finanziario con Solidarietà e Finanza Sim praticamente
l'unica Sim collegata con servizi e quindi non venditrice di prodotti
finanziari...
Lei non sa che ricchezza mi ha regalato con il suo sito e come rinforza
le conoscenze mie e della mia Società e come da un punto di vista della
rampino ideologico e tecnologico Lei mi abbia aiutato alla grande

PENSI SOLO CHE FACCIAMO PROGRAMMI DI INNOVAZIONE TECNOLOGICA equindi
dal punto di vista della cultura e della filosofia e dell'operatività
Lei mi ha finanziato agratis come si dice barbaramente a Roma!!!
Grazie suo Gian Carlo Colombo

e grazie al Giornale che diffonde cutura liberaldemocratica anche
tramite Lei

(sconosciuto)

12/9/2000

Arezzo 12 Settembre 2000


Egregio Prof. Pelanda,
sono un lettore del Giornale e leggo sempre con piacere i suoi articoli,
così chiari ed incisivi.
Facendo riferimento al tema a lei così caro, quello sulla scarsa
propensione ad investire in ricerca e sulla scriteriata politica seguita
dai governi succedutisi in Italia nel dopoguerra, vorrei raccontarle una
storia che ha dell'incredibile.
Io sono un libero professionista che svolge, ormai da molti anni, attività
di promozione commerciale nell'ambito del settore informatica (sistemi
medi
IBM e software applicativo per aziende medio-grandi).
Da qualche anno sto aiutando un vecchio amico, inventore autodidatta, con
esperienza di ricerca fatta in Svizzera negli anni '60 e titolare ad oggi
di circa 20 brevetti in settori disparati, prevalentemente elettronica e
meccanica (tanto per fare un esempio vi sono società di ricerca di
proprietà IRI che hanno 3 brevetti).
In particolare possiede due brevetti estesi a livello internazionale,
relativi ad una nuova generazione di motori elettromagnetici lineari, con
caratteristiche uniche e rivoluzionarie, dei quali sono state cedute per
mio tramite le licenze di fabbricazione a due grandi aziende Italiane.
Sarebbero eccezionali anche per trazione (auto,bus,etc.) ma risulta
difficile al momento trovare un acquirente.
Ma non è di questo che voglio parlarle, ma di un progetto (non ancora
brevettato perchè non abbiamo un acquirente) relativo ad un nuovo processo
di generazione di energia totalmente innovativo (non si tratta di processi
nucleari o di fusione), non inquinante ed a costi bassissimi.
Il processo è applicabile sia alla produzione di piccoli impianti
domestici
che alla costruzione di grandi centrali.
Il processo è di tipo elettrochimico (non fuel-cells).
L'inventore dispone di un prototipo e può, previ accordi di tipo
procedurale ed economico, organizzare una dimostrazione.
Ritengo che la portata di questa scoperta debba essere di interesse di
uno
Stato.
In Italia è impossibile collocare un simile progetto.
In questo frangente, con il petrolio alle stelle, è forse arrivato il
momento di fare ricorso a tecnologie e fonti innovative.
Ringraziandola per quanto vorrà fare ed a sua disposizione per qualsiasi
chiarimento, voglia gradire con l'occasione i miei più cordali saluti.


Dr. Giovanni Lenzi

11/9/2000

Antagonismi e alternative


Caro Moreno,
La politica è in crisi, i motivi sono molteplici, ma uno spicca fra tutti. Al momento, nel mondo politico esiste solo una proposta ed è incentrata sull '"antagonismo" e non sull' "alternativa".
Uso queste due parole e le virgoletto, "antagonismo" e "alternativa", perché credo che rappresentino al meglio le due facce della stessa medaglia che finisce sempre per cadere nel medesimo modo .
L'antagonismo riflette il nostro mondo veloce, avido, spregiudicato e senza rimorsi. Il regno del "tutto e subito" , del fast food, del "Io sono più bravo di te perché è così!" .
Chi è che non vuole l'antagonismo dogmatico?
Nessuno! Dalla politica alla vita di tutti i giorni è amato in modo incondizionato! E'l' "Idolo d'oro" dell'occidente, rappresenta il "gratta e vinci" dell'uomo comune!
L¹alternativa, invece, è lenta, riflessiva e colta.
L¹incarna , Dostojeski con il suo motto" il genio è una lunga pazienza". Costruisce il "modus vivendi" , mossa dopo mossa, come in una partita a scacchi.
Cerca di essere compresa e non imposta.
Non ha antagonisti perché si propone da sola !
Non nasce dalle divisioni e dai muri, ma dal necessario, fa tesoro di ciò che scriveva Spengler "La necessità è la madre dell¹invenzione!".
I presunti politici odierni, di sinistra o meno, primi fra tutti i Verdi ,confondono le due cose, cercano l¹alternativa, ma finiscono per professare l'antagonismo.
Da tutto questo nasce quello che lei chiama "starnazzamento".
Ogni Nuovo Verde segue la via dell¹alternativa. Non crede se quello che gli dicono è giusto o sbagliato, ma si domanda solo perché glielo stanno dicendo.
Il "dire una cosa" riassume già una, o come nel caso del bipolarismo, due posizioni, ma vi sono anche altre posizioni esistenti o da creare.

Ad esempio, chi ha mai detto e dove è stato scritto che i regimi comunisti erano ecologisti?
L¹ambiente, in passato, veniva sfruttato nello stesso identico modo indipendentemente dal modello di sviluppo.
I regimi comunisti non miravano forse alla produttività e alla globalizzazione come quelli capitalisti?
L'Unione Sovietica non era forse la miniglobalizzazione di una parte del mondo?
L'unica differenza per comunisti e capitalisti era solo la divisione degli utili: il profitto al popolo per il primo, e il profitto al singolo per il secondo.
Caro Moreno, come una pallina, Lei ricade in una delle due buche che hanno scavato per Lei.
E' stato l'antagonismo, e non la religione, l'oppio dei popoli . L'alternativa ,oggi come allora, non rappresenta solo la terza o le molteplici posizioni, ma bensì un approccio diverso alle versioni fornite, un manuale di sopravvivenza alle comunicazioni di massa, un kit di montaggio per costruirsi una via di fuga.
Non ne faccia mai una questione del "Votare contro" o "Votare a favore" non ne faccia mai una questione di "destra o sinistra", di "bianco e nero".
Non riduca tutto a "progresso si" o "progresso no" perché il progresso, ad esempio, non può essere fermato. Che lo si voglia o no, è un falso problema con il quale vogliono che Lei perda il Suo tempo . Lasciamo quindi gli schematismi ai giornali che dispongono di poche righe per spiegare i problemi nel loro complesso.

Per ciò che riguarda l'elettore Verde, non commetta lo stesso errore. Si può essere colti, leggere libri, ricchi e illuminati, ma si pùò anche essere completamente disinteressati alla politica.
Si può credere al pensiero verde passivamente senza andare a vedere cosa realmente fanno i Verdi.
Prenda ad esempio il bacino del non voto; ormai quasi il 40% degli italiani se ne frega delle consultazioni elettorali .
Tutti questi signori si ammalano il giorno delle elezioni?
E crede che il popolo dei non votanti sia composto solo da comunisti, antiprogressisti , poveretti o sfigati?
Probabilmente tra loro ci sono anche persone liberiste, progressiste , fasciste , ricche e colte, ma tutti non si sentono rappresentati e probabilmente non lo sono , da nessuno dei due poli . Incarnano una posizione, sulla quale nessuno si interroga o fa sondaggi.


Se poi crediamo che i Verdi non debbano essere collocati a sinistra lanciamo da questo sito o dalle pagine de "Il Giornale" sul quale il Dott.Pelanda scrive, un sondaggio e credo che avremo molte sorprese.

Ad esempio:
Sono stati più ecologisti i regimi comunisti , quelli fascisti o nessuno dei due?

Secondo voi i Verdi sono: utopisti, venduti, ininfluenti, battaglieri, utili o inutili?

Chi difende maggiormente l¹ambiente in Italia : i Verdi, I cittadini riuniti in comitati o le Associazioni (WWF, Lipu, Legambiente, eccŠ)

Ritenete che l'ambiente sia stato difeso bene dai Verdi fino ad oggi?

Preferite vedere i Verdi collocati nel centrosinistra o nel centrodestra?

Secondo voi i Verdi si devono occupare solo di ambiente o anche di problemi sociali?

Nella speranza che il dibattito possa continuare, porgo a Lei e a tutti i navigatori del sito, cordiali saluti.


Davide Celli
Capolista solo dei Verdi a Bologna
davcelli@tin.it

6/9/2000

Caro Professore
Rispondo e commento, tramite il sito, alla lettera del Sig.Celli. Il quadro é desolante, e siamo a Bologna.

Cordiali saluti

Moreno Lupi

 

Caro Celli

Solo oggi ho potuto leggere la sua missiva, dedicata ai Verdi, pubblicata sul sito del Prof. Pelanda.

Mi punge vaghezza di aprire, tramite il sito, il corso ad alcune mie considerazioni, che il suo appassionato scritto suscita.

La situazione che Lei tratteggia, quella di Bologna, con tutto quell’intreccio di beghe, ripicche, sotterfugi, nominalismi, colpi bassi, invidie, dispetti e infantilismi, mi induce un sorriso, e il pensiero vola a quegli opportunisti, che, gabellando piombo per oro, parlano, straparlano, starnazzano sulla “centralità della politica”, sulla politica che “deve riprendere il suo ruolo”, sulla necessità di ottenere consensi per “programmi politici”, “sulla nobiltà della politica vera”, e via cantando. Bologna è lo specchio di come la politica, in Italia, sia quella del “contro”, mai, purtroppo, quella del “per”.

Per fare la politica del “per” bisogna riconoscere all’avversario pari dignità. La sinistra italiana non lo sa fare.

Per i DS, piaccia o no, l’unico vero programma politico è quello del possesso pieno, assoluto del potere.

Cito Gramsci “ogni atto politico è utile o dannoso, virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il Partito, e serve ad incrementare il suo potere o a contrastarlo”.

Come dire: “Il fine giustifica i mezzi”, come dire “l’ArciCaccia” porta voti, come dire “ senza di noi sono nessuno”, come dire “noi legittimiamo, extra ecclesiam nulla salus”.

Tutte queste cose le sanno benissimo i militanti, gli eletti, gli incaricati, ma “non cale”, appartenere alla maggioranza porta vantaggi e privilegi, due ministeri due, bel colpo! Le sanno anche i Sig.ri Celli.

Possibile che il “prototipo” d’elettore Verde, come Lei lo descrive, non lo sappia?

Va bene essere “animali” particolari, ma se sono: benestanti, residenti in quartieri non degradati, informati, buoni lettori di libri e riviste specialistiche, e, aggiungo io, in possesso di una cultura medio-alta, ebbene, tutte queste caratteristiche non possono generare, assolutamente, soggetti che “non s’interessano di politica”.

Perché, vede, Sig. Celli, il credere, il solo pensare, o peggio presumere che la difesa delle loro aspirazioni possa essere affidata alla sinistra italiana, sottolineo, italiana, come oggi si presenta e dare il voto a quei Verdi, che, nota giustamente Lei, Verdi non sono, é un atto pienamente politico.

E’ un atto politico insensato, è una speranza mal riposta, è un’illusione, è un’utopia.

Sono buoni lettori, di cattive letture. La favola della buona sinistra rispettosa dell’ambiente, ecologista, che pone l’uomo dopo la natura è una colossale mistificazione.

Ha visitato mai i paesi dell’Est, dove per 50 anni il potere del Partito, laggiù lo Stato non esisteva, è stato unico ed assoluto? Io sì. L’ecologia assassinata, misfatti ambientali enormi, Volga, Danubio, e, ciliegina sulla torta, nessun sentore di cultura ambientalista.

E allora? Perché votare Verde?

L’unica spiegazione risiede nell’atteggiamento del “contro”. Votare “contro” dà la sensazione di essere forte, di punire, di contare, di poter prendersi delle rivincite, perciò contro l’America, contro l’Occidente, contro la Destra, contro il mercato, contro il progresso, che la propaganda, non merita il rango di “cultura”, di più parti ha identificato col demonio. Ricorda la lotta furibonda, senza esclusione di colpi, che il cattolicesimo fece contro “la modernità”?

Mentre il progresso, nella sua accezione complessiva, pratica e ideale, conduce alla libertà.

Il comunismo è incompatibile con la libertà. Parole di Walter Veltroni. Quando dice la verità viene snobbato o minuscolizzato.

Tornando al dibattito promosso dal Prof. Pelanda, “Il progresso alleato con la giusta ecologia” dovrebbe esserle chiaro che l’abolizione o lo stravolgimento strumentale del progresso, non porta ad una giusta ecologia, e che la sola cultura che, faticosamente, con plurime difficoltà, con alti e bassi, con aspri contrasti interni da comporre, possa gettare le basi per una giusta ecologia, è quella liberale o, più precisamente, quella neoliberale.

Allora il Nuovo Verde, uomo tranquillo, pacato e benestante, che non avrà antipatia per la Destra, che vuole più verde nel quartiere, e pretende che gli alberi non siano divelti per far posto al cemento, che chiede correttezza e sincerità, deve, in primis, non votare a sinistra perché, da quella parte, gli esempi sono forniti anche da Lei, non potrà trovare la realizzazione delle sue aspirazioni.

Cordiali saluti

Moreno Lupi hihlup@tin.it

1/9/2000

IN MERITO AI VERDI

Egregio Dott. Pelanda,
ho ricevuto il suo articolo sui Verdi 15 giorni fa, ma non disponendo di nessun mezzo elettronico le scrivo solo ora di ritorno dalle vacanze e davanti al computer del mio ufficio. Il suo articolo mi ha coinvolto molto, però ritengo che vi sia una visione dei verdi non del tutto corretta.
Mi permetto di dire ciò perché gli amici del Sole che ride sono delle mie vecchie conoscenze. Mi spiego: durante l¹ultima campagna elettorale io e mio padre siamo stati pubblicamente diffamati da questi signori.
Su di noi hanno fatto circolare le storie più allucinanti, hanno costruito persino un boycottaggio e per finire si sono inventati un nullatenente che, ammaestrato ad arte, è andato ai giornali dicendo che il sottoscritto, con fare mafioso, minacciava le persone a casa. Si chiederà allora a quale partito appartenevo per meritare tanto odio? E¹ semplice al loro!
Il sottoscritto, Davide Celli, figlio di Giorgio (Europarlamentare Verde),
è stato capolista dei Verdi alle passate elezioni.
Perché farlo capolista allora, se era tanto antipatico?
Me lo chiedo anch¹io e se lo chiedono anche tutti i miei amici animalisti che, credendo nel rinnovamento, pensavano di poter finalmente esprimere un candidato che si opponesse alle lobby dei cacciatori tanto forti nella nostra regione*. Purtroppo nessuno ci aveva detto che il rinnovamento e tutte le assemblee che ne sono seguite, sono una farsa, una piece teatrale da mettere in scena davanti ai telegiornali.
Se l¹esito delle assemblee è di loro gradimento, cioè se è in linea con tutti i Verdi che assediano il partito da un millennio, tutto bene, altrimenti, apriti cielo. I gattopardi ti fanno a fettine!
Le racconto tutto questo solo per farle capire che essendo io completamente solo durante la campagna elettorale, e non avendo nessun giornale o mezzo informativo dalla mia parte, ho visto come unica possibilità quella di capire come arrivare all¹elettorato verde. Ciò che ho intuito mi è servito molto e il mio risultato elettorale, sebbene non mi abbia portato la vittoria, è abbastanza eloquente. Sono il primo candidato a Bologna, (800 preferenze contro le 600 della consigliera verde uscente Daniela Guerra), sono il primo in provincia, e perdo solo per 120 voti rispetto alla Guerra che nella sua cittadina (Imola) totalizza 400 preferenze contro le mie 50.
Veniamo dunque alle mie considerazioni, la prima é forse la più importante.
I Verdi Politici, ovvero i militanti, gli eletti e gli incaricati, sono una cosa, elettori Verdi un¹altra cosa. Non si assomigliano per nulla e viene quindi da domandarsi perché questo sodalizio continui? E¹ presto detto, il quorum degli elettori verdi é particolarissimo, la prima cosa che sorprende è trovarlo ricco o benestante e residente in quartieri non popolari.
*da noi si spara perfino agli aironi. Infatti la giunta guidata da Errani ha inserito i trampolieri combattenti nelle specie cacciabili. Tutto ciò al momento è tenuto fermo a Roma, ma passata la festa, gabbato lo santo.
A Bologna ad esempio a Borgo Panigale, ex quartiere operaio e feudo incontrastato dei ds, ci sono pochissimi voti verdi e nessuna preferenza espressa. L¹elettore verde considera quindi l¹ambiente come il suo must più importante, un bene di lusso da difendere.
Tendenzialmente é informato, legge molto, soprattutto libri o riviste specializzate, ma non si interessa di politica.
Probabilmente se seguisse il lavoro dei Verdi scoprirebbe che tanto verdi non sono, ma nella sua mente il verde attivista ha le sembianze di un¹ambientalista da battaglia, che si deve battere per l¹albero che ha davanti a casa. Il Verde è in breve una specie di giardiniere da combattimento. Si crea quindi un quorum Verde che viene occupato da politici il più delle volte transughi da altri partiti. Però la camicia Verde và a tutti stretta e nascono i complessi di inferiorità tanto è vero che alle assemblee senti dire frasi del tipo: ³ Noi non siamo i Verdi dell¹alberino² oppure ³Non lasciamo credere ai DS di essere quelli relegati solo all¹ambiente, noi abbiamo la capacità politica di occuparci di tutto² , ³Noi non siamo quelli che dicono sempre di no² ed ecco vederli tutti correre dietro ai problemi sociali dimenticandosi della loro specificità di partenza. In due parole tutti giocano a fare i Democratici di Sinistra.
Sono da capire: è molto meglio sedersi ad un tavolo di un palazzo importante con fuori i giornalisti e le tv piuttosto che legarsi ad un albero.
Il giochetto continua, tanto l¹elettorato verde non li segue. Però alle volte qualcosa non funziona, ed ecco che ti salta fuori la guerra del Kossovo. I Verdi rimangono al governo mentre il petrolio delle raffinerie si rovescia in mare e mentre la NATO contamina tutto con proiettili all¹uranio impoverito.
La giustificazione è: bisogna intervenire per salvare i Kossovari, poverini, anche se ciò comporterà qualche prezzo ambientale da pagare.
L¹uomo viene posto al di sopra dell¹ambiente.
Anche il più disinteressato degli elettori non può cogliere il paradosso e il risultato elettorale delle elezioni Europee porta il sole che ride a percentuali vicine allo zero.
Ma veniamo alle tipologie dei Verdi da Lei descritte.

I Verdi ³rossi dentro² appartengono appunto ai transfughi. Molti di loro non hanno voluto sottostare al duro tirocinio dei DS. Dentro ai Verdi scimmiottano quello che hanno visto fare dai fratellini più grandi. C¹è anche da dire che chi si appollaia su posizioni rosse ne ha tutta la convenienza. Ad esempio: le firme per la presentazione delle liste sono raccolte dai DS stessi. Sembrerà una cosa da poco, ma quando non si hanno attivisti può diventare spiacevole dover abbandonare una poltrona in parlamento per andare all¹angolo di una strada.
A Bologna di militanti disposti a fare tavolini fuori dai periodi elettorali non ne ho mai incontrati. Io ne ho fatti una cinquantina in meno di un anno. Quando andavo alle riunioni se mai veniva qualche nuovo tesserato se ne andava dopo due sedute e alla fine eravamo sempre in tre. Dopo un po¹ ci si addormentava o si finiva a parlare di vacanze davanti a una pizza.

Di Verdi antiprogressisti non ne ho mai incontrati. Molti partono da posizioni di chiusura decantate sui giornali, ma finiscono sempre per cedere nella penombra di qualche stanzone del potere.
Prendiamo gli OGM. Si è partiti da posizioni di contrasto assoluto, poi si è continuato dicendo che forse per scopi legati alla medicina si poteva autorizzare qualche esperimento. Passate le prossime elezioni ci diranno che se una scatoletta porta la dicitura in corpo tre e in aramaico ³libero da organismi geneticamente modificati² è tutto merito loro.
Si dice che a Bologna un noto Verde, all¹inizio del mandato, aveva creato un movimento chiamato ³Sù la testa!². Dopo qualche mese era già noto come ³Su la testa e giù le braghe!².
In Emilia Romagna, i Verdi hanno votato a favore del famigerato PRIT, un piano dei trasporti che affonderà la nostra regione sotto un manto di autostrade, hanno avvallato la legge Rivola sulla parità scolastica e hanno proposto la privatizzazione degli asili e chi più ne ha, più ne metta.

Di Verdi neobuddisti o New Age ce ne sono, ma in percentuali ininfluenti dal punto di vista elettorale.

I Nuovi Verdi siamo noi: io mio padre e un gruppetto di 40 Verdi delusi dal rinnovamento che ci doveva essere e non c¹è stato. Tutti noi crediamo che i Nuovi Verdi debbano essere collocati oltre la destra e la sinistra, in breve un movimento trasversale che affonda le sue radici nel pensiero Verde delle origini.
Per finire ritengo che il vero Verde che dobbiamo avere come riferimento è semplicemente l¹elettore tipo, un uomo distinto e pacato di un quartiere benestante che non ha antipatia per la destra e tantomeno per la sinistra e che chiede solo che il suo quartiere abbia un po¹ più di verde. Non crede troppo a quello che scrivono i giornali ed è per questo che non segue la politica, ma se tocca con mano che lo stai tradendo non ti concederà mai più la sua fiducia. E¹ convinto che gli alberi davanti a casa sua debbano essere tutelati e non svenduti al primo costruttore. E¹ sicuro che con molto verde l¹aria sarà migliore e il caldo estivo meno opprimente. Vuole mangiare cibo sano, ma ritiene però che se qualcuno vuole mangiare cibi transgenici è libero di farlo. Ama il verde e spera di poter lasciare il mondo ai suoi figli un tantino più in ordine di come lo ha trovato.
Non è antiprogressista, ma è convinto che solo il progresso può salvarci dal progresso.
Chiede solo un po¹ di correttezza e sincerità.
Probabilmente ama i gatti ed è questa la sua qualità più interessante. Chissà, non sarà forse lui stesso un gatto?

Restando in attesa di una sua risposta, colgo l'occasione per porgerLe i miei più cordiali saluti.
Davide Celli


P.S. Se vuole posso mandarLe tutti i materiali che desidera (sondaggi, articoli, commenti, eccŠ) a riprova di quanto ho detto.

Davide Celli
Via Andrea da Faenza 37/a
40129 Bologna
0339/1729800
051/352311
davcelli@tin.it


Egregio dott. Pelanda,
le invio un esempio di bollettino di controinformazione verde che faccio circolare tra gli iscritti non allineati Bolognesi.

Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà.
Matteo XXIV, 29

Cari amici, compagni, Verdi e cara Presidente,
per dirla alla Nanni Moretti vorrei dirvi ³Qualcosa² e credo che sarà ³Qualcosa di verde².
Oggi i Verdi, a guardarli dal di fuori, hanno una struttura che ricorda un¹azienda grande come la FIAT. Hanno un Presidente, un esecutivo, un coordinamento formato da 100 dirigenti, e come se non bastasse questi organi sono divisi in duecentocinquantamila correnti (Rosso verdi, Verdi rossi, Rossi nascosti nei Verdi, Verdi nascosti tra i rossi, Verdi di Manconi, Monconi Verdi, Verdi-Verdi, Verdi in saldo di fine millennio, Verdi Ventesimi, e chi più ne ha più ne metta).
Le dirigenze Verdi mi ricordano tanto quel Re, personaggio buffo del Piccolo Principe di Saint - Exupéry, che continua a considerarsi tale, pur non avendo sudditi.
Anche noi Verdi abbiamo un Piccolo Principe, l¹abbiamo proposto e accolto sul nostro asteroide e si chiama Giuliano Amato, purtroppo i suoi desideri, al contrario di quello che accade nella fiaba, non coincidono con i nostri.
Pensiamo al dissenso espresso al Gay pride, pensiamo all¹OCSE, pensiamo ai finanziamenti concessi al trasporto su gomma e così via.
Certo i Verdi dissentono, si stracciano i vestiti, divulgano i loro gusti sessuali, si fanno picchiare dalla polizia a Bologna, lanciano agenzie contro il trasporto su gomma, ma a nessuno, dico a nessuno, viene in mente di abbandonare il governo. Infatti un gesto del genere comprometterebbe la cara poltroncina, che seppur consunta e logorata dalle numerose legislature fatte, frutta e continuerà a fruttare un certo gruzzoletto.
Guardando indietro scopriamo che la politica del Piccolo Principe non è cosa nuova e che di Principi ³senza principi² ne abbiamo incontrati parecchi.
Vi ricordate, quando noi Verdi da un lato appoggiavano un governo in guerra e dall¹altro manifestavano fuori dalle basi Nato?
Vi ricordate quando ci dichiaravamo animalisti e lavoravamo per la deroga sulla legge per la macellazione rituale?
Vi ricordate quando ci professavamo anticaccia candidando un cacciatore al Parlamento Europeo?
Vi ricordate quando uniti per il sociale votavamo la famosa legge Rivola o la privatizzazione degli asili, tanto per scendere nel mio ambito regionale?
Per quanto tempo ancora crediamo che la gente possa credere a questi continui controsensi? Per quanto tempo pensiamo che possa sopravvivere questo serraglio di cani pavloviani?
La nostra amata costituente avrebbe dovuto portare nuove risorse umane da spendere sul territorio, ma si è ridotta ad un supermercato delle tessere pronto a trasformarsi in un gigantesco banchetto, in una zattera della medusa dove tutti si mangiano fra loro alla prima occasione, come è accaduto durante il recente rimpasto.
Cotto e mangiato il pensiero verde, alle dirigenze, non rimane che consumare la carne viva dei pensatori.
Molti mi chiedono di continuare a combattere, nella convinzione che i Verdi debbano essere cambiati dall¹interno e partendo dal presupposto che il pensiero Verde può essere rappresentato solo dal ³marchio² del ³sole che ride².
Io credo invece il contrario e cioè, che dobbiamo rigettare l¹idea consumistica che identifica un logo con un contenuto.
I Verdi non sono la Coca Cola, le Nike o la Malboro!
Per dirla con le parole del Piccolo Principe: ³Š.non si vede bene che col cuore. L¹essenziale è invisibile agli occhi!²
Il pensiero verde è libero!
Libero di volare come una farfalla di fiore in fiore e di prato in prato.
Dobbiamo seminare e coltivare il prato se vogliamo accogliere le molte farfalle che, disgustate dai numerosi controsensi, avranno voglia di posarsi sui nostri fiori.
Davide Celli
Capolista ³mancato² dei Verdi a Bologna.


Ecco un altro esempio di bollettino di controinformazione.

Bollettino di controinformazione verde n°3

Viva la caccia, sono un verde!

Mi scrive Nerio da BolognaŠ. Come avete potuto, proprio voi, Celli padre e Figlio andare mescolarvi con una manifestazione che reca tra le associazioni animaliste anche l¹Arcicaccia? (tralascio il poco edificante seguito che per modi e lessico non credo sia degno di essere riportato)


Nei precedenti bollettini ho calcato la mano sul comportamento dei Verdi, denunciavo il fatto che nel partito del Sole che ride ³si predica bene e si razzola male. Purtroppo ho finito per vedere la pagliuzza nell¹occhio del vicino e non la trave che era nel mio, ma facciamo un passo indietro e partiamo dall¹origine del peccato.
Il mio vero mestiere è quello di grafico e illustratore. Questa professione mi è particolarmente congeniale e contrariamente a quello che capita a molti politici che se messi a casa muoiono di fame, al sottoscritto ha sempre fruttato molto bene. In qualità di disegnatore più o meno un anno fa ho ricevuto l¹incarico di illustrare un libro scritto da Roberto Marchesini, bioetico di fama, dedicato al comportamento degli animali. Il mio compenso veniva elargito dal Comune di Bologna e il volume sarebbe stato stampato dalla casa editrice EDAGRICOLE.
Fin qui niente di male. Circa un mese fa mi telefona l¹autore, e mi invita alla presentazione del libro, mi chiede anche se è possibile avere la partecipazione di mio padre. Io rispondo che per me non c¹é problema e che per la partecipazione di mio padre è opportuno contattarlo direttamente.
Il giorno della presentazione mi reco sul posto e scopro che non si tratta di una semplice presentazione, ma di un¹iniziativa complessa promossa dalla casa editrice Edagricole in collaborazione con la Provincia di Bologna dal titolo"Animali intorno a noi" e patrocinata dalla Regione Emilia-Romagna. Partecipano anche noti personaggi come Fulco Pratesi e Francesco Mezzatesta.

Apparentemente sembra un¹iniziativa tranquilla. Dietro al bancone della libreria Calderini scorgo il Consigliere Regionale Daniela Guerra e Giorgio Celli intervistati da un¹emittente privata (foto 1). Fuori sul piazzale, con fare istrionico si aggira Pamela Maier.
Mi domando: come mai la più accanita nemica dei Celli, colei che vorrebbe vederci morti, accetta di prendere parte a un¹iniziativa che vede coinvolta l¹infausta famiglia?
Come sempre, negli enigmi verdi, una risposta c¹è!
La manifestazione promossa dalla Provincia e con l¹assenso del nostro Assessore Pamela Maier, aveva tra gli aderenti anche un¹associazione che si è sempre distinta per la salvaguardia dell¹ambiente e per l¹amore degli animali e cioè l¹ARCI CACCIA!

Continua la lettera di Nerio: ³ŠI due Celli finalmente, da me più volte votati, si comportano da veri Verdi hanno abbandonando tutti quei loro modi da scapigliati indipendenti aderiscono ad una manifestazione che riconosce ai cacciatori quel ruolo ambientalista che tutti fino ad oggi gli hanno sempre negatoŠ²

E Celli? E Pratesi? E Mezzatesta? Lo sapevano che fra loro c¹erano anche i cacciatori dell¹Arcicaccia? O forse Pamela si era dimenticata di farglielo sapere. Una svista, forseŠ
Non importa, i Celli chiedono scusa a Nerio, agli animalisti e agli ambientalisti ³non cacciatori².
Dal vostro capolista ³solo²
Davide Celli

NB
http://www.provincia.bologna.it/home/novita/cani.html
http://www.provincia.bologna.it/home/novita/cani.html
Ops! Un¹altra svista, in questi due siti si sono dimenticati di inserire l¹arci
caccia tra gli aderenti, ma noi abbiamo trovato il volantino.

foto n° 2

ARRIVA A PUNTINO

dal Resto del Carlino del 16 Lug 2000

Colpi di fucile alla nuca dei cani
Sono stati uccisi giovedì sera. E ieri pomeriggio si trovavano ancora lì, sul ciglio della strada, a pochi metri dall'argine del Reno. Le mosche hanno ormai assalito i resti di tre piccoli cani meticci, freddati con tre colpi di fucile alla testa, uno ciascuno, da una mano crudele. Con il sospetto che si sia trattato di di una gratuita esecuzione maturata per esibizionismo nei confroni di un gruppo. A fare la penosa scoperta è stata una signora di Galliera, Antonella Righetti, che abitata in via Reno Est, a pochi metri dall'argine dove tre giorni fa si è verificato un episodio dai contorni davvero macabri, almeno stando alla testimonianza che la donna ha fornito ai carabinieri. ³Dopo cena ho guardato fuori dalla finestra ‹ racconta la signora Righetti ‹ e sull'argine del fiume ho notato la presenza di almeno sei uomini: in tre hanno preso fuori dai bauli delle auto dei fucili. All'improvviso uno ha gridato: ³Vai, vai². Pochi secondi e ho sentito alcuni spari, seguiti da un paio di scaini lancinanti. Questa ‹ prosegue il racconto della donna ‹ è una zona di ripopolamento dove vige il divieto di caccia. Io e mio marito, incuriositi, siamo usciti di casa, ci siamo recati sull'argine e lì abbiamo visto alcune macchie di sangue. Da dietro un cespuglio abbiamo sentito il rumore come di un rantolo. Pochi metri più avanti abbiamo trovato, morti, tre bastardini².
Poco dopo, la donna ha fermato una gazzella dei carabinieri e assieme a loro si è recata sul posto. Non distante c'erano ancora i sei uomini visti dalla finestra, quelli che avevano sparato. I carabinieri li hanno identificati. Di loro si sa ben poco. Pare comunque che ai militari abbiano dichiarato di essere in possesso di regolari permessi per sparare a nutrie e volpi, nell'ambito dei piani di abbattimento predisposti dai Comuni e coordinati dalla polizia provinciale.
Dalle sigle trovate sui corpi dei tre cagnolini si è potuti risalire alla loro provenienza, vale a dire alla provincia di Pescara. Dell'episodio è stato informato anche l'Enpa, l'Ente nazionale protezione animali.
Lorenzo Priviato

Domenica 16 luglio 2000
L'Onorevole Giorgio Celli, in riferimento all'articolo apparso oggi sul Resto del Carlino, dal titolo "Colpi di fucile alla nuca dei cani", dichiara, da una località francese dove si trova in vacanza:

Sembrerà strano, ma quando mi schiero contro la caccia, non lo faccio solo in difesa degli animali, ma degli stessi cacciatori, perché penso che qualsiasi arma peggiori la natura umana di chi la possiede.
Avere un fucile tra le mani aumenta l'aggrssività e il mito del superuomo, per cui, alla fine di ogni dibattito con i cacciatori, qualcuno di loro ha sempre finito per minacciarmi nella mia persona.
Una cosa simile non mi succede mai quando discuto con gli avversari politici o con gli interlocutori scientifici. Ma forse nessuno di loro possiede un fucile. A riprova, i loschi figuri che hanno massacrato i cagnolini non credo possano essere definiti dei gentiluomini, erano solo dei superuomini, resi tali e incattiviti dal fucile, nonché da una lunga pratica di uccisione degli animali, se non dei cani, delle beccacce, ma sempre di esseri viventi si trattava.
Alla Provincia ho segnalato più volte il pericolo di distribuire a destra e a manca la licenza di uccidere a colpi di fucile le nutrie o le volpi, e di mettere così in circolazione centinaia di persone che, evidentemente, ci provano gusto nel farlo. Il pericolo è quello di creare un esercito di sparatori che, lasciati liberi di premere il grilletto, non si sa che cosa decidano di mettere nel mirino, forse perfino dei cuccioli di cane.
A parte i killer presi con le mani nel sacco, che quando tornerò farò di tutto perché vengano puniti a norma di legge, mi sembra che la faccenda del massacro di animali presunti dannosi debba essere tutta rimessa in discussione.

Giorgio Celli

31/8/2000

Egregio Professore,

accolgo il suo invito di inserire tra i messaggi pubblici la vicenda di colui che ho battezzato come la "fortezza blu". Per ovvi motivi di riservatezza non firmerò la lettera e cercherò di rendere il meno possibile riconoscibile il protagonista della vicenda.
A mio avviso si tratta di una lezione di stato sociale nella maniera in cui senz'altro viene intesa da lei e dai suoi estimatori; chi sa provvedere a se stesso senza aspettarsi la manna dal cielo non è un peso per gli altri e con moltissime probabilità è in grado di promuovere il benessere altrui. Questa credo sia l'essenza della rivoluzione blu. Non più gregge a cui l'elitè illuminata indica la strada maestra, ma ognuno di noi apripista in grado di percorrere per se per gli altri infiniti e nuovi cammini.
Circa un mese fa un mio amico perde una gamba in un sinistro stradale: sala di rianimazione, quattro interventi chirurgigi.Ieri lo chiamo per avere notizie, a sette giorni dall'ultima operazione ed il giorno dopo la dimissione, senza che fosse necessario ,era già nella sua piccola azienda a rendersi utile anche manualmente, per quello che gli era possibile, seduto sulla carrozzina che aveva comperato senza aspettare l'arrivo di quella che la USL gli avrebbe fornito. Che differenza con tanti giovani iscritti alle liste di disoccupazione ,che ciondolano al bar con tanto di cellulare, auto ed occhiali da sole griffati che non accettano una paga doppia per raccogliere la frutta perchè "oggi fa caldo".!
Se Lei ha coniato l'espressione di bandiere blu questo signore,che ha fatto cose enormi nel mondo del volontariato, è senz'altro una fortezza blu, una nazione che che conta di questi cittadini ha ancora grandi riserve di ricchezza da mettere al servizio di tutti.
Distinti saluti
P.B.

30/8/2000

Egregio prof.
dato che il Giubileo dei giovani è stato un evento comunista e che Papa
Giovanni XXIII è stato un Papa comunista, come si affannano a dichiarare la
stampa e le televisioni, naturalmente le più qualificate, attendo ora, con
impazienza, la dedica dell'anno dell'infanzia ad Erode, il più grande
pedagogo di tutti i tempi.

Cordialmente.
G. Vigni

30/8/2000

Caro Professore

Mi perdoni se la coinvolgo, ma la sua opinione sull’articolo della Sig.ra Ida Magli, il Giornale 28/08/2000

“Il comunismo ha vinto. Ci renderanno tutti uguali”, non me la vorrei perdere.
Io dico la mia.
Lo scritto è due volte paradossale, l’inizio vuole stupire il lettore, il suo prosèguo vuole dimostrare che, sottoposta ad una analisi critica, nonostante le apparenze e il comune pensiero, la tesi presentata é valida.
In sintesi: si sostiene che quello che non ha potuto ottenere Marx, Lenin, Stalin e l’armata rossa, farci, in pratica, diventare tutti uguali, tutti comunisti, sta avvenendo per opera di un “cupio dissolvi” generale.
La mia modesta, analisi mi conduce a queste considerazioni:

Il comunismo del mercato, cui allude Tremonti e da cui prende spunto l’argomentazione della Signora Magli, non richiede assolutamente che i consumatori debbano essere tutti uguali.
Uguali in che? Nei gusti? Nei desideri? Nei sentimenti? Nelle scelte? Nell’uso degli oggetti? Nell’alimentazione? Nel modo di vestire? Nella cultura? Si potrebbe anche continuare.
Se ciò accadesse, avremmo, semplicemente, la scomparsa del mercato e, di conseguenza, l’assenza del problema.
Tremonti, secondo me, con “comunismo del mercato” intendeva affermare la necessità di un mercato che diviene comune a tutti, aperto a tutti, con regole comuni, ma capace, questo sì, di soddisfare, esempio a caso, il desiderio di ogni donna di essere diversa dalle altre.
Il mercato di Tremonti ha, come pilastro portante, la concorrenza, tra produttori di beni o di servizi, che esige, a sua volta, la diversità dei consumatori. La politica di Tremonti, giusta o sbagliata, attuabile o no, è quella di sostituire quanto più Stato possibile col mercato.
Seguono alcuni esempi di come “il dover essere tutti uguali” si manifesti nel “il pensiero unico” che, scrive la Sig.ra Magli, tutte le categorie politiche, economiche, religiose, scientifiche ecc. hanno adottato. Ma se esistesse “il pensiero unico” saremmo già tutti uguali; cosa palesemente contraddetta dalla realtà.

Identificare, poi, il comunismo, con l’ideale dell’uguaglianza intriga maliziosamente il lettore, perché non si chiarisce a quale “comunismo” si alluda; a quello come s’è concretamente realizzato nel XX secolo, oppure a quello “vero” di Bertinotti che, a tutt’oggi, rimane un oggetto misterioso?
Barnard, quando effettuò il primo trapianto, non era mosso dall’imperativo di rendere un cardiopatico terminale “uguale” ad un individuo sano, ma di essere il Primo al mondo, il Pioniere, diverso da tutti gli altri cardiochirurghi.

Le Biotecnologie possono abbattere le barriere naturali poste dal codice genetico; è come affermare che l’energia nucleare può distruggere ogni forma di vita sulla terra. E allora?
Gira e rigira si ritorna all’uomo, alle sue pulsioni innate, alla sua, anche se inconfessata, aspirazione d’essere “unico”, al suo desiderio di potere e di potenza, alla sua tendenza alla sopraffazione, al suo istinto di conservazione.
Sarà proprio quest’ultimo, con mezzi, modi e anche costi, che nemmeno possiamo immaginare, ad impedire che trapianti, manipolazioni genetiche, clonazioni, “pensiero unico” ecc. possano renderci tutti uguali.
Il finale dell’articolo pone, giustamente, problemi reali. Concordo pienamente sulla loro importanza, e sulla necessità di aprire un dibattito nella pubblica opinione per non lasciare le decisioni alla solita oligarchia.
Mi sembra la conclusione di un altro articolo.

Cordiali saluti

P.S. Non posso rivolgermi direttamente alla Sig.ra Magli perché non so come fare.

27/8/2000

Caro Professore

Trovo sul sito altri contributi al dibattito su “Il progresso alleato della giusta ecologia”, e vorrei intervenire ancora.

Cerchiamo di chiarire subito: quali settori culturali e politici hanno gli “strumenti” necessari per realizzare una giusta ecologia? Lei, con un colpo d’ala, propone l’alleanza del progresso con l’ecologia. L’alleanza, per definizione, presuppone legittimazione reciproca, obiettivi comuni e condivisi, il necessario rispetto degli interessi in campo e una flessibilità intellettuale ed operativa sul “come fare”. La questione è politica. Chi sono gli interlocutori politici e cosa possiamo aspettarci dai loro “come fare”.

Premessa: L’uomo è imperfetto e come tale strutturalmente impossibilitato, dal suo stesso essere, ad elaborare e ad attuare un sistema politico/sociale/economico perfetto, “il paradiso in terra”.

Sembra ovvio, ma alcune ideologie pretendono, presunzione suprema, di essere investite dal divino compito di “perfezionare” l’uomo.

I Verdi, gli ambientalisti, i variopinti soggetti che Lei descrive e la sinistra in genere, sostengono che solo politiche anticapitalistiche e limitanti la tecnologia risolveranno il problema.

Queste pretese investono il campo della libertà della persona.

Per il pensiero giacobino/rivoluzionario/leninista la libertà, sic! consiste nella realizzazione di un fine collettivo giusto e indiscutibile, che coincide col Bene e con la Verità. La politica, “il come fare”, diviene onnipotente, assoluta, assurge al ruolo di categoria perfetta e, come tale, non tollera opposizione. La prassi rivoluzionaria è intesa come metodo per cambiare l’uomo; i suoi costi, di qualsiasi tipo ed entità, sono legittimati dal fine.

E così, come nota Bertrand Russell, una volta raggiunto il Bene e la Verità, il genere umano può anche chiudere bottega.

Questo, pur con implicazioni diverse, è un tratto comune di tutti i totalitarismi.

Il pensiero liberale, invece, accetta l’uomo con tutte le sue imperfezioni e identifica la libertà nell’assenza di coercizione, non escludendo, beninteso, un sistema di regole, di leggi e di controlli, sistema, invocato, direi, dalla stessa imperfezione umana. Per il liberalismo, la politica, è vissuta come una categoria imperfetta: come gli uomini che la fanno. L’aver presente quest’imperfezione e la necessità di costanti, continui, tempestivi ed efficaci aggiustamenti è, nello stesso tempo, la sua grande forza e la sua immane fatica.

L’alleanza è di pertinenza dei sistemi liberali.

L’immane fatica, necessaria per la sua attuazione, sia il suo orgoglioso stimolo.

Da notare: la sacrosanta crociata iniziale dei Verdi, legittimata dalla miopia politica e culturale del mondo industriale occidentale poté, in ogni modo, sorgere e svilupparsi nel tanto odiato occidente capitalistico.

I disastri “ecologici”, causati dall’economia collettivistica, non soggetta, come recita il dogma, alle nefande pulsioni degli interessi del capitale, sono stati, anche per una maggiore arretratezza tecnologica, più ingenti e permanenti di quelli prodottisi in occidente. E tutti zitti.

Assioma: non è corretto indicare nel capitalismo, come sistema, il solo responsabile dei danni ambientali.

Ovviamente le caratteristiche fondamentaliste, dogmatiche e conseguentemente deboli sul piano scientifico, sono più pronunciate nei nostri Verdi, figliocci complessati di una sinistra, che, come scrive giustamente Paolo Guzzanti, è quanto di peggio possa esistere a sinistra. Il che è tutto dire.

Io sarò maligno, ma se il capitale segue solo ai suoi interessi, mi viene da ridere a pensare che la Sig.ra Francescato e compagnia, non facciano altrettanto. Io do l’appoggio a te, tu dai un ministero a me.

Cordiali saluti
Moreno Lupi

21/8/2000

Caro Sig.Franceschi

Leggo sul sito del Prof.Pelanda, il Suo contributo al dibattito auspicato dall’articolo “Il progresso alleato della giusta ecologia”.

Lei suscita interessanti argomenti cui vorrei aggiungere, su alcuni punti, il mio parere.

1) ..Concetti d’ecologia scientifica

chi ha scritto e sostenuto che una qualsivoglia affermazione, per essere definita scientifica, debba essere accettata dagli scienziati? Gli “scienziati” stessi, naturalmente. Nell’accezione generale è scientifico/a tutto ciò che, nei limiti propri delle capacità d’indagine e delle tecnologie del suo tempo, soddisfa i requisiti del metodo sperimentale. La “verità scientifica”, da Galileo in poi, non può più rivendicare l’attributo della definitività e dell’immutabilità. L’ecologia è una scienza “giovane”, con implicazioni che si prestano a strumentalizzazioni politiche, perciò occorre attenzione a non cadere nella trappola, costruita da noi stessi, che pretende di unire indissolubilmente al problema scientifico in se il suo contenuto morale. Platone sosteneva la capacità, del sapere, di ordinare non solo l’essere ma anche “il dover essere”, vale a dire la morale. Kant riteneva che la legge morale, il “tu devi”, che è presente in ogni uomo, sarebbe riuscita a governare lo sviluppo della scienza e dell’industrializzazione. A proposito si sono sentite tante tesi; Fichte, Comte, J.Dewey, Russel, Husserl, Adorno e altri danno primaria importanza, mi si permetta la semplificazione, all’aspetto filosofico/culturale del problema suggerendo un ricupero in tal senso. Marx, invece, sostiene che l’industrialismo é una necessità ineludibile, ma, tuttavia, per annullarne gli effetti disumani, deve essere posto sotto il completo controllo politico. Politico di chi? Del Partito naturalmente. I famosi “piani quinquennali” costituiscono, infatti, dottrina di come si possa, in un colpo solo, abolire “l’essere” e “il dover essere”.

Punti fermi

“panta rei”: La storia ha insegnato quanto giusto sia l’originale pensiero d’Eraclito.

Malthus non “aveva” torto. Non possedendo, come tutti i mortali, capacità divinatorie, costruiva un’ipotesi in conformità a quello che osservava, che era noto al suo tempo e deduceva alcune conseguenze. Niente metodo sperimentale. Si può, correttamente, affermare che Malthus, per ora, “ha avuto torto”. Teniamo, poi, realisticamente presente, che la soddisfazione del bisogno alimentare elimina, sì, la fame ma non attenua o razionalizza i desideri, anzi.

Sovrappopolazione, concordo con Lei, è un termine sbagliato. Il pericolo è costituito dal fatto che l’incremento demografico e l’aspettativa di vita, non sono configurabili come entità illimitate. Questo nel nostro, attuale, ecosistema; se poi renderemo, o scopriremo compatibili con la nostra struttura organica, altri pianeti della Galassia o dell’Universo, il discorso cambierà. La politica dei governi, Indiano e Cinese, che obbliga, con vari mezzi, il decremento demografico nei rispettivi paesi, come deve essere interpretata? Non credo che la quantità produca, conseguentemente e neppure statisticamente, la qualità.

Cordiali saluti

Moreno Lupi
hihlup@tin.it

18/8/2000

Preg.mo dott. Pelanda,

Ho avuto modo di leggere con interesse il Suo recente articolo su
progresso
ed ecologia, pubblicato su Il Giornale, di cui sono assiduo lettore.
Ho pensato di raccogliere il Suo invito all'apertura di un dibattito
inviandoLe alcune mie riflessioni sull'argomento.
Ovviamente ritengo che il tema non sia esaurito con queste brevi note,
tuttavia mi farebbe molto piacere avere un suo commento su quanto le invio
in allegato.

Federico Reggio

venerdì 18 agosto 2000

Preg.mo sig. Pelanda,

 

Riflettere su quale sia la giusta e possibile difesa dell'ambiente è un tema che abbraccia problematiche così vaste e complesse da far sorgere la tentazione di ritenere la lotta per l'ambiente una battaglia già persa.

Per forma mentis e forse anche per la mia giovane età non amo ritenere un problema irresolvibile; anzi penso che spesso affermare affermare l'impossibilità di un miglioramento costituisca un comodo pretesto per giustificare la propria inadeguatezza o la manzanza di coraggio e di determinazione nei confronti di un problema.

Mi trovo pienamente d'accordo con Lei su un'affermazione centrale dell' articolo, comparso sul Giornale di qualche giorno fa, con il titolo " Il progresso alleato della giusta ecologia ecologia": è possibile, anzi è doveroso mirare ad una sintesi tra progresso tecnologico ed ecologia; è possibile, io penso, nella misura in cui, assieme ad un ripensamento sul concetto di ecologia si saprà parallelamente affrontare un ripensamento sul capitalismo.

Certamente il primo passo è quello di rendersi e far rendere conto che la politica dei Verdi in Italia ed in Europa non è quella giusta: come Lei ha ben evidenziato, sotto il nome di "Verdi" si sono coagulati pensieri politici tanto eterogenei quanto parimenti dannosi (se non addirittura antitetici) al conseguimento di una corretta ed efficace tutela dell'ambiente.

In Germania la radicalità e l'assurdità delle proposte dei "Fundis", corrente "integralista", ha portato all'affermazione politica dei "Realos" che, più che gli ambientalisti, rappresentano una fascia radical-marx-progressista che ben si avvicina a quella rappresentata, anche se in modo certo meno consistente, dai Verdi italiani. A fianco della loro "noluntas" politica che, a partire dall'assurda campagna antinucleare, non fa che allontanare le possibilità di incontro e di reciproco controllo che ecologia e progresso devono avere, vorrei evidenziare un altro importante motivo per censurare la politica verde: l'assoluta contradditorietà in cui essi incorrono ogni qual volta il problema si sposta dal piano biologico a quello bioetico: i Verdi, che tanto gridano contro la clonazione dei pomodori e le alterazioni genetiche della soja, come si schierano in tema di clonazione umana, fecondazione eterologa, aborto? "Salvaguardiamo l'ambiente ma guardiamoci bene dall'includere, in questo immenso zoo, l'uomo", è forse questo il loro pensiero di fondo?

Alla Sua riflessione, pienamente condivisibile, sulla necessità di pensare una nuova ecologia a tutela dell'ambiente, vorrei affiancare qualche pensiero sulla parallela necessità di pensare anche un nuovo e più attento capitalismo, ritenendo che ecologia e progresso economico debbano correre lungo la stessa strada con pari dignità e peso dialettico. L'incubo di un colossale disastro ecologico che sempre più pressantemente bussa alla nostra porta fonda le sue preoccupanti (e ahimè realistiche) prospettive su quella mentalità scientista e tecnocratica, dominante nei secoli che vanno dal XV a metà del '900, e che va sotto il nome di modernità, una delle cui più efficaci e lampanti manifestazioni è rappresentata dal capitalismo. Il suicidio ecologico a cui ci esponiamo sempre di più affonda le sue radici su un presupposto antropoligico di homo faber, non custode ma dominatore e trasformatore della natura secondo un disegno volto a perseguire la massima utilità individuale. Non è banale, anche lampante, affermare che non saremmo arrivati a questo punto se non ci fosse sempre stato un motivo che ha portato a mettere in secondo piano il problema ecologico: il business. Il motore al alcool (combustibile poco inquinante ed ottenibile dal riciclaggio di rifiuti organici), già realtà nei primi anni '80, sarebbe universalmente diffuso se non fossero invece prevalsi i giochi e gli interessi delle potentissime lobbies dell'oro nero. Potrei citare moltissimi altri esempi di soluzioni ecologiche che sono state accantonate vuoi perché troppo costose, vuoi perché in conflitto con altri, più immediatamente tangibili, benefici. Tutto ciò non cambierà mai se non si riuscirà a mitigare l'onnipresente egemonia dei criteri del "profit" o dell'asettica "analisi costi-benefici" nel determinare scelte politiche. Capitalismo e ambiente, tecnologia ed ecologia possono coesistere solo se si mette al centro la persona umana e la sua posizione dialogica, non dominativa, nei confronti della natura. Credo che ciò sia possibile: innanzitutto grazie alla cultura, all'affermazione di nuove e più concrete istanze ecologiche, in secondo luogo grazie al ricorso ad una più efficace ed attuale tutela normativa. Non è né in forza del buonsenso, né di un vago umanitarismo che il progresso tecnologico può salvarsi dalla sua corsa spesso distruttiva e suicida, ma grazie alla traduzione dei valori in principi di legge che possano agire da confine e da indirizzo allo sviluppo dell'economia capitalistica in armonia con l'ambiente e con le prerogative di sopravvivenza.

Sarà necessario giungere, a mio avviso, ad una costituzionalizzazione della tutela dell'ambiente restituendo alla legge il suo più nobile e principale ruolo: quello di limite e guida delle attività umane.


Federico Reggio

21 anni, studente di Giurisprudenza,
collaboratore esterno del settimanale diocesano Verona Fedele

16/8/2000

Sono, in linea di massima, d'accordo con quanto scritto circa i Verdi come partito (è un vero partito azienda, che decide i nostri consumi e ci obbliga a certe spese pubbliche e private senza alcuna possibilità di dibattito).
Io non credo che vi sarà alcuna possibilità di confronto, credo che Lei si attirerà dieci o venti lettere saccenti di cattedratici dell'ambiente, più intorcinate e cervellotiche di un quesito referendario. E basta, fine del dibattito. Parlano i soloni e tutti gli altri zitti. Invece i movimenti ambientalisti erano nati dalla gente comune, non dai professori universitari, amici e pagati da chi inquinava. A parte gli integralisti islamici che guidano i Verdi, il popolo avrebbe bisogno davvero di dibattere, di imparare e applicare nuove metodiche, e quindi credo che i "fondamentali" del partito verde ci siano ancora, purtroppo oggi molto confusi, ma ci sono ancora.
Credo che non sia il caso di insistere nei dibattiti oziosi, credo che si debba affrontare il problema rivolgendosi alla gente direttamente. Lasciando perdere i Verdi e i loro "esperti", magari affrontando un tema alla volta, con metodo. Se, voleva davvero aprire un dibattito ozioso con una controparte di politici traditori dello spirito originario la cosa è poco interessante. Interesserà una ventina di accademici e basta. Se invece voleva rivolgersi al vasto pubblico allora le cose possono essere più produttive e interessanti.
Seguirò con attenzione gli sviluppi. Non anticipo nulla. Però qualche ideuzza il popolo (che è meno coglione di quanto si creda) la può dare. Certo si potrà far poco contro l'inquinamento radioattivo franco-russo. Ma se una piccola applicazione, alla portata di tutti, viene introdotta l'ambiente ci guadagna. E applicazione dopo applicazione...qualcosa cambierà. Con ossequio.
Giovanni Rizzoli

16/8/2000

Mi permetto di commentare alcune affermazioni del Sig G. De Padova del
15/8/2000
1)
I motivi di interesse, secondo me, non sono "incoffessabili", ma la base
dell'economia e del patto sociale.
Non possimamo prescinderne. Solo in una econimia libera prevarranno i
comportamenti utili.
Che resteranno comunque ispirati anche da una confessabilissima ricerca del
profitto.
2)
La natura non è statica nè buona.
Ogni individuo è diverso.
La natura è anche nemica:
veleni vegetali e animali, catastrofi naturali, competitività fra le speci....
Quindi quel che la natura ha creato in miliardi di anni non è un punto
d'arrivo perfetto e immutabile, ma uno stato di un continuo divenire del
quale anche l'uomo fa parte.
(Se un virus fa strage di esseri umani, non è che la natura si senta
"incasinata" più di tanto).
3)
Nell'articolo di Carlo Pelanda non si parlava tanto di genetica quanto di
biotecnologie (e anche di "biocibernazione"-Professor Pelanda, per favore,
mi aiuti a capire meglio il concetto-).

Chiedo al Sig. De Padova:
Se una pianta viene resa resistente ai parassiti e alla siccità, aumentando
le rese, divenendo coltivabile anche in zone aride e non avendo più bisogno
di antiparassitari, che sono tutti nocivi, questo è positivo o negativo?

Per il resto sono d'accordissimo. La metafora dei circuiti logici semplici
si adatta bene.
Ma questo è proprio il compito dei ricercatori e degli scienziati.

Cordiali saluti
Fabio Franceschi
franceschi@esemir.it

15/8/2000

egr. prof. Pelanda,
mi permetto di farLe i complimenti per la lucida analisi che Lei fa nel suo
editoriale a proposito dei movimenti ambientalisti.

Concordo con la sua analisi e trovo che i "motori" da Lei citati, che
costituiscono la base del Mondo Verde, sono presenti e spesso in modo
combinatorio (cioé più di uno alla volta).

Lo confermo anche perché ho la ventura di avere un ambientalista in famiglia
(tipo la benzina a 10.000 lire, ...)
che puntualmente fa tirare un respiro di sollievo a tutti tutte le volte che
si allontana.

Sul problema genetico devo invece dissentire.

Sono daccordo che ormai anche forze oscure potranno accedere alla
manipolazione genetica e che quindi i buoni, cioé l'occidente, dovranno
comunque padroneggiare questa tecnologia.

MA :
1 - i buoni non esistono : sono tutti spinti da inconfessabili motivi di
interesse che rendono le mere barriere morali delle mere barriere morali;
2 - il campo di applicazione della genetica è così complesso che si può solo
scegliere uno degli infiniti modi di incasinare (si può dire?) quello che la
natura ha realizzato in miliardi di anni.

Il mio campo di applicazione è l'automazione industriale. Devo spesso
realizzare dei programmi per gestire sistemi con un numero limitato di
variabili.
Ebbene, pur non essendo sicuramente geniale come gli studiosi che opera
nell'ingegneria genetica, prima di realizzare un codice che non contenga al
suo interno indesiderati errori deve passare molto tempo e molti tentativi e
molti lambiccamenti.
Ed ho una ventennale esperieza.
E la cosa più interessante (!) è quando si fa una modifichina di 2 minuti ad
un programma esistente : si corregge, si prova, tutto ok, si va a casa e
squilla il telefono e c'è qualcosa che non va!
E sono pochissime variabili.

Poi l'uomo come agisce?
Questa cosa non serve? Via!
E partirebbero i denti del giudizio, retaggio atavico di quando mangiavamo
carne cruda.
Invece la natura ci metterà qualche migliaio di anni ed intanto scopriamo
che, secondo alcuni studi, la non corretta impostazione del morso è la causa
di molte patologie.

Quindi vi prego lasciate stare la genetica e diamoci da fare per una
"ecologia giusta"

Ancora complimenti
Saluti da G. De Padova
gdepadova@adhoc.net

14/8/2000

Con riferimento all'articolo" Il progresso alleato della giusta ecologia" Il Giornale 14/8/2000 che si cocnlude con "Si apra il dibattito"

Contributo al dibattito.

A)......CONCETTI DI ECOLOGIA SCIENTIFICA.
Occorre definire meglio.
E' scientifico ciò che è accettato dagli scienziati?
Gli scienziati sono milioni. Non esiste argomento sul quale ci sia unanimità di vedute.
(Vedere: Arno Penzias su "il sole della domenica" del 6/8/2000)
(Oppure: Platone -Dialoghi- Eutifrone ".....Il giusto è ciò che piace agli Dei?..").

B) PUNTI FERMI
Occorre elencare alcuni punti fermi e incontestabili da opporre al catastrofirmo.
Ci provo, con preghiera di completamento e approfondimento:

1) Malthus aveva torto.
La produzione agricola cresce più rapidamente della popolazione.
(E' documentabile. Credo che questa informazione vada diffusa)

2) La sovrappopolazione non è un pericolo (o meglio è un termine sbagliato).
più esseri umani=più materia grigia=più possibilità di trovare soluzioni.
Oppure:
popolazione che aumenta non vuol dire che aumentano solo le bocche da sfamare, ma anche le braccia per lavorare e i cervelli per pensare.
Questo argomento è più debole. So che molti non lo condividono.
E' approfondito in:
Maria Cristina Fiocchi-Antonio Gaspari
ONU E SANTA SEDE. LE RAGIONI DEL CONFRONTO
©1997 Edizioni 21.mo Secolo via Piacenza 24 20135 Milano tel 02-5456061 fax 02-54100453.

3)Il movimento ecologista è strumentalizzato
esempi:
3.1il piombo nella benzina è pericoloso
soluzione
mettiamoci il benzene
(il benzene è un potente cancerogeno per contatto e per inalazione. Le marmitte catalitiche funzionano solo a caldo e rilasciano Platino. Gli addetti ai distributori respirano i vapori. Gli impianti di aspirazione vapori si stanno diffondendo solo da un paio d'anni, in Italia, e non sono una protezione assoluta).
3.2
I CloroFuoroCarburi (CFC) bucano lo strato d'ozono.
Mettiamoli al bando.
Nel 1998 o giù di lì è scaduto il brevetto sui CFC. Licenze di produzione erano state concesse in tutto il mondo specie in paesi in via di sviluppo: a brevetto scaduto i prezzi sarebbero crollati.
I CFC sono stabili, non combustibili, economici.
Oggi c'è chi ci mette il propano nei circuiti frigoriferi.
La prova che siano i CFC a bucare l'ozono dov'è?
.................
Mi fermo per ora.
Mi dica, Professor Pelanda, se è un approccio come questo che Lei si aspetta dal dibattito.

Cordiali saluti
Fabio Franceschi
franceschi@esemir.it

14/8/2000

Egregio Professore

Ho letto, sul Suo sito, l’introduzione del suo libro “Lo stato della crescita”. La Sua analisi concernente i problemi politici/sociali posti dal capitalismo globalizzato è esemplare, esauriente, illuminante e stimolante.

Poiché, tertium non datur, o aveva ragione Marx quando affermava che il capitalismo non sarebbe stato in grado di controllare, oltre un certo limite, quelle forze produttive da lui stesso suscitate e sviluppate, e come ovvia conseguenza si sarebbe instaurata un’economia mondiale collettivizzata, oppure il capitalismo riesce a comporre la dicotomia tra necessità, ormai ineludibile, di crescita continua e una ripartizione socialmente equa della ricchezza prodotta dal sistema; cioè, direttamente o indirettamente, da tutti.

Credo che il concetto di crescita continua come “conditio sine qua non” sia, per la mente umana, strutturalmente creatasi e sviluppatasi in termini finiti e temporali, arduo. Infatti, nel mondo che noi conosciamo, per tutte le culture presenti, il concetto di continuo, estraendoci dal contesto matematico, è legato indissolubilmente al ritmo vita, morte, morte, vita.

Certamente crescita continua vuole significare, in effetti, crescita continua ciclica.

Probabilmente, nelle caratteristiche strutturali del nuovo mercato globale sono insiti gli anticorpi, ma comunque sorge categorico, come Lei giustamente sottolinea, l’imperativo che il sistema politico mondiale esca da quello stato di torpore, di attendismo, di timore e di riluttanza a pensare “nuovo” che attualmente manifesta.

Ho la sensazione che gli strumenti delle due dottrine guida, quella liberale e quella socialista, comprese le loro varie sottocategorie, non siano adeguati, così come gli abbiamo concepiti, a fronteggiare e a risolvere i problemi emergenti. Seattle lo fa capire. Siamo alla presenza della necessità di un radicale rinnovamento culturale dei sistemi politici/economici che hanno caratterizzato i due secoli passati. E’ quanto Lei, in definitiva, sostiene nel momento che indica la strada del superamento degli ambiti nazionali, europei ed americani per far sorgere un nuovo sistema politico, economico e sociale che paragonerei ad un grande puzzle, che è globalmente unitario, ma in cui ogni singola tessera ha una sua precisa funzione e identità.

Un compito a cui bisogna da subito porre mano ma con un respiro immancabilmente generazionale. Non riesco, poi, a vedere l’UE, più o meno allargata, protagonista di questo nuovo corso. La civiltà europea, in senso lato, dovrebbe avere la positiva umiltà di smettere di considerarsi, ancora e per sempre, il centro motore dell’intero universo. Oltre l’America con il suo predominio nell’alta tecnologia e nella ricerca di base, cosa sarà la Cina tra vent’anni? Mi sbaglio, sono eccessivamente pessimista?

Io non trovo molto strano che, come Lei scrive, “ ci sia così poco dibattito nella nostra comunità nazionale riguardo alle politiche globali”. Quale politico italiano, con incarichi di partito o di governo, possiede il background culturale e la visione strategica necessaria per pensare oltre il suo “particulare” contingente?

Quale seguito, i voti si contano, produrrebbero i dibattiti sulle politiche globali?

Rimarrebbero le Università, ma qui, “il tacere è bello”.

Cordiali saluti

Moreno Lupi

11/8/2000

Egregio Professore

 

Ho letto il suo articolo “La micro Italia”. Il panorama del sistema/modello industriale italiano che Lei, così acutamente ed esaurientemente tratteggia, è, purtroppo, esatto e lascia intravedere un futuro di, anche se lento, inevitabile declino. Dal punto di vista dell’economia complessiva, reale e potenziale, siamo già in serie B, ammesso di essere stati, in alcuni periodi, in serie A.

Le cause vengono da molto lontano. Mi viene da pensare cosa sarebbe oggi l’Italia se, il primo Parlamento del 1861, avesse avuto il coraggio e la lungimiranza strategica di approvare i quattro disegni di legge presentati da Marco Minghetti concernenti il decentramento amministrativo dello stato (poteri agli enti locali, ordinamento regionale su base elettiva, base elettorale allargata indipendentemente dal censo e dal grado d’istruzione, sindaci eletti dai consigli comunali, potere legislativo e autonomia finanziaria alle Regioni per sanità, lavori pubblici, istruzione superiore, agricoltura). La “devolution” con 140 anni d’anticipo. Comprendo che, per la cultura risorgimentale, per gli interessi dinastici e dei vari centri di potere, createsi con la costituzione dello stato unitario e per l’intrinseca riluttanza dei nostri governanti, e anche di noi governati, ad affrontare i problemi strutturali, la proposta apparisse quasi blasfema. Comprendo che la sua attuazione, considerando anche l’influenza della Chiesa, antiliberale, antirisorgimentale e antiunitaria (Non expedit), avrebbe comportato rischi, anche notevoli, per quell’unità appena conquistata, ma che restava, ed é rimasta, unità di territorio ma non d’intenti. L’assenza, o l’ininfluenza della cultura liberale nella storia italiana si paga. Il percorso etico-politico dell’Italia è stato un susseguirsi di situazioni anomale: trasformismo, fascismo, cattocomunismo, consociativisnmo, ribaltoni, ecc. Tutto subordinato a meschini interessi di bottega. Non siamo mai stati, in modo chiaro, netto e consequenziale, o liberali o socialisti e nemmeno socialdemocratici e nemmeno lib-lab. L’alternanza esige il confronto tra due culture di governo; quando mai abbiamo avuto, effettivamente, due culture che potessero, nelle loro chiare diversità, offrire alternativa ed alternanza? Le due egemoni, quella cattolica e quella della sinistra comunista, dopo un lungo, apparentemente burrascoso, fidanzamento si sono sposate. E’ vecchia disputa se deve essere la politica a guidare l’economia, il governo della casa, o viceversa. La situazione ottimale sarebbe quella in cui gli obiettivi fossero comuni e condivisi. La storia c’insegna che questo non è mai accaduto. Considerata la natura dell’uomo, caratterizzata indelebilmente dall’istinto di conservazione e dal desiderio del potere, le due categorie sono naturalmente conflittuali. Solo alla presenza di una reciproca, convinta legittimazione, con tutto quello che ne deriva, anche in termini di controllo, si realizza il miglior compromesso e sviluppo possibile. In Italia, ancora oggi, per il pensiero politico della sinistra, economia è una parolaccia. Alcune settimane fa, in televisione, si citava il Vangelo a proposito del cammello, della cruna dell’ago e del ricco nel regno dei cieli. Questa la sinistra dell’ex DC travasata nel PPI. Sorge spontaneo, dolce, soave e consolatorio il pensiero “mandiamoli a casina loro”.

Con i “se ed i “ma” non si mutano i dati di fatto. Dopo la diagnosi, la terapia. Quella da Lei proposta, con la giustissima osservazione che, la strada delle privatizzazioni, finora fatte male perché, gratta gratta, non si vuole rinunciare a posizioni di potere, e della riduzione del carico fiscale, potrebbe non essere sufficiente, mi trova completamente d’accordo, ma suscita la domanda dei “criteri di fattibilità”.

Mettere in atto i quattro punti da Lei indicati presuppone uno scenario culturale, politico, economico e sindacale che non esiste, e che, anche un governo di centrodestra, avrebbe difficoltà a far emergere.

Salvo che: (1) affermazione elettorale netta, inequivocabile, con ampio margine di governabilità del centro destra; (2) massima coesione, motivazione e disegno strategico fortemente condiviso dalla maggioranza, dal governo e dagli elettori; (4) la calma dei forti, reazioni composte e accompagnate da una tensione morale che lasciasse perdere la voglia, fine a se stessa, di “togliersi i sassolini dalle scarpe”; (3) gli uomini dei partiti della coalizione si mettono la cera negli orecchi per resistere al canto delle sirene, interne ed esterne.

Un governo, ed una maggioranza con questi “attributi”, e perciò con la potenzialità e la prospettiva di “durare”, metterebbe in crisi irreversibile quell’enorme, plumbeo, soffocante grumo di interessi e di rendite di posizioni, pubbliche e private, che sono l’area di riferimento e di supporto dell’attuale governo. Succederebbe, allora, che il 90% dei sostenitori, (intellettuali, imprenditori, sindacalisti, pubblici funzionari, giornalisti ecc.) dell’attuale maggioranza, comportandosi da buoni italiani, salirebbero di corsa sul carro, e intonerebbero il canto “quando la barca va, lasciala andare”, magari ingaggiando Orietta Berti.

Cordiali saluti

Moreno Lupi hihlup@tin.it

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