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Carlo A. Pelanda

Letters to CP year 2015

August 2, 2015

alla cortese attenzione Egr. Sig. Dott. Carlo Pelanda,
Un saggio del passato scrisse : "il fare un libro val men che niente se il libro fatto non rifà la gente"
Concordo , personalmente,
Quindi,chi ha deciso di dedicarsi alla scrittura avrebbe l'onere/dovere di esporre le verità , per informazione ed anche per pretesa di educazione.

Tante sono le scritture che si avvicendano sui quotidiani ( limitiamoci ai quotidiani,appunto,tralasciando per ora i libri) che portano inevitabilmente a chiederci se tali impegni confidino seriamente in un seguito da parte della massa se bisognosa di sapere , oppure pretendano solo la "presenza" senza infine alcuna velleità di informare e/o istruire dando per scontato che non solo non è dovuto...ma é purtroppo inutile..... !

Leggendo il suo articolo su LIBERO di oggi, non posso che – mi consenta – non essere d'accordo (stranamente,perché solitamente approvo e apprezzo le sue esternazioni ) , non sui contenuti ,qui non discutibili, ma sulle risoluzioni proposte che ,appunto, seppur chiaramente esposte, sembrano già di non possibile raggiungimento dati i reali problemi indotti dal nostro non più sostenibile costo dello Stato.

Dall'esordio della presente, ci si aspetta sempre che "qualcuno" spari effettivamente "ad alzo 0 " contro il malaffare statale ,vera metastasi della nostra comunità , per rianimare e dare speranza di vittoria contro il SISTEMA da anni vigente, con le opportune armi che sono la denuncia delle verità, le strategie e manovre occulte a discapito del benessere economico e sociale dei cittadini , le conseguenti identificazioni delle responsabilità,
Le risoluzioni per Investimenti,per nuove tecnologie, per giusti assetti sociali, verranno conseguentemente.
Altrimenti....

La ringrazio per l'attenzione,
Distinti saluti
Gino Vercesi
20020 Arese

August 2, 2015

Egregio Professore,

Sono un signor nessuno e Le porgo i miei complimenti per l'articolo di oggi su Libero.
Nel mio piccolo mi muovo in sintonia con la sua vision. Stiamo lavorando con Anci e alcuni i Comuni italiani per utilizzare il Crowdfunding nello sviluppo urbano.
Sono presidente del Capitolo Italiano dell'International Real Estate Federation FIABCI che Innovating Partner dell'UN Global Compact Cities Programme.

Cordialmente.

Antonio Campagnoli

July 16, 2015

Egr. Sig. Carlo Pelanda,

io leggo da sempre, con gusto, gli articoli che lei scrive su MF.
Ne apprezzo soprattutto la chiarezza espositiva, che è sempre molto difficile da realizzare da parte di chi scrive, con cui lei riesce sempre ad esprimere la concretezza del buon senso.
Così mi è accaduto anche con l’articolo di oggi “Come cedere beni pubblici per tagliare il debito”.
Il tema è sicuramente fondamentale perché pesante palla al piede nella nostra vita quotidiana e per il nostro futuro.
Su questo medesimo argomento, non molto tempo fa, proprio il giornale su cui lei scrive fece una vera e propria “campagna” perché si facessero cose altrettanto sensate.
Non se ne fece niente, così come anche lei sembra inascoltato.
Eppure io non sono convinto che siamo governati, come crede oramai la generalità delle persone, da un branco di persone che non capiscono l’ovvio.
Allora perché accade che sembra invece così? Tento una risposta.
La premessa non scritta del suo articolo è che i debiti, tutti i debiti, per definizione debbono venire pagati.
Nel mondo, circola però, inevaso, il problema della moneta-debito, cioè della moneta che crea interessi.
Questo meccanismo conduce, nel tempo, alla impossibilità matematica di pagare questi interessi senza un corrispondente e analogo aumento del Pil (come lei mi insegna).
Probabilmente, a livello mondiale, questo punto è già stato raggiunto e superato.
Se è cosi si impone con tutta evidenza una revisione del concetto del debito, specialmente di quello degli stati sovrani.
La vicenda UE Grecia in corso è piccola ma significativa testimonianza dell’esistenza di questo problema ma non è la prima volta che ciò accade.
Lei stesso ricorda che nel ’53 fu condonata buona parte del debito della Germania giunta allora al 200% del Pil e, secoli prima, i monarchi già usavano pagare i propri debiti verso i creditori ebrei col metodo dei pogrom.
Dunque ci sono tutte le ragioni per approdare ad una internazionale e al più alto livello conferenza sul debito.
Non potrebbe essere che i nostri governanti hanno in mente che possa essere questa la soluzione del problema frenante che rappresenta in questo momento il nostro debito pubblico?
E se è cosi, voi giornalisti non sarebbe bene che lo diceste invece di gettare al vento tanto preziosi suggerimenti e il tempo e la fatica per darli?
Mi perdoni se l’ho annoiata con delle ovvietà e mi permetta comunque di rimanere suo attento lettore.

Cordialità
Dr. Roberto Tenani

Caro Sig. Pelanda,
perdoni l’ingenuità… di un vecchio.

I migliori saluti

Roberto Tenani

July 14, 2015

Egregio Professore

Le propongo un gioco, proverò a dire qualcosa di sinistra ed in risposta 
l'esatto contrario.
Vediamo cosa viene fuori:

- a regime la legge sui congedi parentali - contra - costruiamo più 
centri di assistenza, asili nido e consultori -
- variamo una nuova amnistia - contra - costruiamo più carceri e centri 
di recupero, assumiamo più psicologi e assistenti sociali per stare vicino 
a chi vuole recuperare il posto nello società -
- salviamo gli scafisti a tutti i costi - contra - aiutiamo i bisognosi 
in loco, costringiamo i loro governi ad investire in assistenza e a 
comprare meno armi, rispolveriamo la proposta Carli, oil for food ecc. 
servizi, strade, infrastrutture, servizi in cambio di materie prime, 
lavoro per tutti.
- accontentiamo (sigh) le banche e gli speculatori - contra - 
riprendiamoci la sovranità monetaria e finaziaria, più risorse agli 
investimenti, paghiamo i fornitori della P.A con titoli di stato, più 
risorse a progetti validi , investiamo sui beni culturali e nello sviluppo 
sostenibile, tuteliamo i gioielli di famiglia, alleiamoci con gli altri 
paesi del mediterraneo contro lo strapotere teutonico, ecc.
- freghiamo gli odiati ricchi e i padroni - contra - applichiamo le leggi 
a tutela dei consumatori e dei risparmiatori, coinvolgiamo gli investitori 
in progetti validi, contrastiamo per davvero la criminalità organizzata in 
modo che chi vorrà investire non debba pagare anche il pizzo oltre che 
che le tasse ecc. -
- freghiamocene della sicurezza, anche i delinquenti e le loro famiglie 
votano - contra - riportiamo a casa i marò, sono fra quelli che fanno il 
loro dovere a difesa di noi tutti e dei nostri interessi -
- variamo un'altra manovra da togliere il pelo, l'Europa lo vuole!!! - 
contra - alleggeriamo la pressione fiscale sennò "te salud patria ", i 
migliori andranno via e ci resteranno solo gli imbecilli ad essere buoni, 
che faranno altro danno ecc.
- desidera continuare Lei? -
E' divertente no?

Suo Agdan

June 7, 2015

Caro Pelanda,
non sono solito scrivere a giornali o giornalisti, non credo che sia utile (forse sbagliando), ma dopo aver letto il suo articolo sullo scenario Usa/Russia con l'Italia in posizione centrale (ho forti dubbi sulla capacità, cultura, conoscenza della storia, ecc...della nostra classe politica), devo dirle che non ho mai letto niente di più sensato e corretto. Ho vissuto per vent'anni in Giappone, conosco la Cina del 1968 e continuo a visitarla anche per lavoro, e conosco profondamente il sud est asiatico (come lo chiamiamo noi), ho quindi opinioni molto precise su quella parte di mondo e, ripeto, voglio complimentarmi con lei per quanto ha scritto. Spero solo che il nostro Primo Ministro, il Ministro degli Esteri, tutto il Governo leggano l'articolo, sopratutto lo capiscano, e se ne ispirino per muoversi conseguentemente.
Con i miei migliori saluti,
Claudio Bellavita

May 1, 2015

Ho letto l'attenta analisi contenuta nel  Suo articolo " Ripresa? L'appello di Draghi che Renzi non ha sentito" e vorrei azzardare alcune conclusioni superando la consapevolezza dei propri limiti.

Ho la percezione che l'attuale crisi economica sia una conseguenza dell'abnorme squilibrio della distribuzione della ricchezza. A ciò si aggiunge la tendenza a tutelare la sopravvivenza delle aziende e contenerne la dislocazione con provvedimenti a scapito del potere di acquisto dei lavoratori. Mi limito, inoltre a osservare che il carico fiscale e il debito pubblico hanno raggiunto livelli non superabili  e mancano i margini di manovra per innescare una ripresa.
Ciò potrebbe spiegare come esperti di alto livello interni o esterni al sistema di governo non abbiano ancora trovato rimedi risolutivi.
Ho da tempo considerato l'esistenza di una possibilità di dare una spinta di avvio al sistema produttivo mediante un intervento al di fuori degli schemi consueti e del sistema di governo delle risorse dello Stato.
Dal contenuto delle argomentazioni allegate potrebbe trarre lo spunto per un'efficace proposizione.
La prego di informarmi se ritiene di prendere in considerazione quanto proposto.
Ringrazio per l'attenzione dedicata

Pietro Ciriminna

April 28, 2015

Leggo i suoi commenti su L'Arena. Lei quantifica i tagli fiscali necessari per il nostro Paese in 90 miliardi. 

Io credo che servano 71 miliardi per azzerare il deficit, 30 miliardi per dimezzare l'irpef su tutti i redditi inferiori ai 35.000 euro e probabilmente altri 30 miliardi per ridurre le accise e le altre tasse sulle imprese.
Osservo che per un dipendente pubblico una riduzione dello stipendio lordo del 13% accompagnata da un dimezzamento dell'irpef come sopra, lascia lo stipendio netto invariato. Nel privato il dimezzamento dell'Irpef si tradurrebbe in maggiori risorse disponibili pari due- tre volte gli 80 euro. Per i redditi superiori ai 35.000 euro potrebbe essere aumentata la progressività in modo da recuperare risorse e arrivare ai 30 miliardi di riduzione delle accise o dell'irap. Nel pubblico le erogazioni per stipendi (Stato, Regioni comuni ed altro) si aggirano sui 400 miliardi totali. Si potrebbe pensare ad una riduzione dello stipendio lordo medio del 10% e ad una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro da 36 a 30 ore settimanali invece della riduzione, a volte ventilata, del personale mediante licenziamento. In pratica si potrebbero ottenere in questa maniera 50 miliardi di euro di economie.
Leggevo ieri su Il sole 24 ore che il quantitative easing di fatto sta apportando vantaggi ai Paesi ricchi del Nord-Europa mentre si constata per noi un aumento dello spread come era facile aspettarsi se sulla piazza si presenta qualcuno a comprare titoli di debito pubblico sul mercato secondario. Circolano stime di un incremento del PIL dell'1,4 per il QE e mi sembra una trovata con la credibilità di Lehman Brothers   ma non so che utilità abbia la nostra economia da qualche decina di miliardi di euro che va esclusivamente ad alleggerire le posizioni delle banche. 
Osservo che per l'Italia ci sono 2200 miliardi di euro bloccati nel debito pubblico come se da molti anni questo sia un bene rifugio e non il rischio alimentato dalle speculazioni dei pescicani internazionali che ora hanno trovato nuovi pascoli nei derivati del debito pubblico. Incidentalmente ora si pagano sull'unghia i conti sui derivati come nel 1992 la Banca d'Italia bruciò 50 miliardi di dollari in poche ore per difendere il cambio della lira da Soros. Tra i "geni della finanza" che fanno questi errori a nostre spese c'erano allora Ciampi e Draghi.
Mettendo insieme queste considerazioni e basandosi sul fatto che se non avessimo 85 miliardi di euro di puri interessi sul nostro debito noi avremmo un attivo di bilancio di 14 miliardi, io credo che una forma vera di aiuto all'economia europea sarebbe data se la BCE trasformasse progressivamente il nostro debito pubblico in un prestito irredimibile all'1%. Per quest'anno sono in scadenza titoli di debito pubblico da rinnovare per circa 400 miliardi di euro e da pagare 85 miliardi di interessi. Se questo monte fosse trasformato in un prestito irredimibile noi pagheremmo 5 miliardi di euro e 400 euro di debito pubblico sarebbero per incanto spariti. Nel giro di una decina d'anni 1700 miliardi di euro del nostro debito sparirebbero ed alla fine il conto interessi sarebbe nell'ordine dei 25 miliardi. L'ulteriore debito ad esaurimento è spalmato nei successivi 30 e sarebbe un gioco da ragazzi estinguerlo. La BCE dovrebbe comprare debito pubblico italiano e quindi stampare carta moneta per cui ci sarebbe in giro per il mondo una massa di 2200 miliardi di euro ora comodamente parcheggiati nel debito pubblico che dovrebbero trovare un impiego. In pratica il nostro debito pubblico sarebbe anche solo dal primo anno polverizzato. La BCE basterebbe che minacciasse la mossa ed i detentori del debito pubblico chiederebbero di partecipare all'operazione.
In questa maniera noi nei primi anni avremmo a disposizione una massa di 130 miliardi di euro elevabile ulteriormente forse fino a 150 miliardi. Con questi si estinguerebbe da subito il deficit e ci sarebbero risorse per i consumi interni ed un recupero di costi industriali per riduzione di tasse, molto interessante. 
Naturalmente in questo tempo dovremmo avviare un processo di lungo periodo tale da portare la spesa pubblica dal 44% del PIL attuale al 30- 35% all'insegna della considerazione che non esistono pasti gratis e che alla fine qualcuno paga. E chi paga è il sistema privato.
Bruno Gilioli
February 28, 2015

Egregio professore

"Con occhiali meno schermati, infatti, si vede che la lunghezza e pochezza della ripresa in America ed in Europa non è dovuta all’intensità dello shock, ma, al netto degli errori gestionali, alla crisi strutturale dei modelli economici. Il punto: il modello di welfare è fallito. Quello americano più leggero riesce ancora a reggere. Quello europeo continentale, più pesante, no. In sintesi, la crisi si sta prolungando o non risolvendo nelle democrazie perché i modelli economici ad alta intensità redistributiva bruciano ricchezza portando al declino le nazioni che li adottano."

Complimenti ! sono pensieri di una acutezza e finezza intellettuale fuori del comune (oserei dire biblici) e mi meraviglio che il nostro paese così bisognevole di cervello e affini non si sia ancora rivolto a Lei per trovare il bandolo di una matassa che se non verrà sbrogliata ci farà trovare tutti
nel classico scivolo dove precipitò il medico di Buffalmacco.
Ordunque credo che, dalle mie reminiscenze di ragioneria generale, ad ogni debito corrisponda credito, in dare e avere e che a fronte del debito alto, si trova sempre un patrimonio morale e materiale immenso e che tutti ci invidiano.
Pertanto, se l'attività economica risulterà nuovamente vivace e diversificata, con provvedimenti normativi che incoraggino e non ostacolino l'uso delle professionalità imprenditoriali, con culle sempre piene per alimentare il mercato interno e favorire il risparmio delle famiglie e conseguente stabilità economica, con la vera (non finta e propagandistica) tutela normativa dei valori di solidarietà familiare, sicurezza, certezza del diritto, virtù civiche, amor patrio e partecipazione, rimettendo fuori dalla stanza dei bottoni tutti coloro che in tali valori non vi hanno mai creduto, questo Paese credo che sarà in gradonuovamente di stupire il mondo.
Riflettiamo su ciò che sono riusciti a fare gli italiani, nonostante gli handicap dei partiti, delle mafie, dei complotti e affini.....

Suo

Agdan

February 15, 2015

Caro prof. Pelanda,
mi riferisco al suo articolo “L’avanzata di Putin mette nei guai l’Italia apparso su ECONOMIA E FINANZA del 9 febbraio 2015 per esprimere un paio di commenti.
1. Posizione dell’Occidente europeo, con particolare riferimento a Germania e Italia, e degli USA nei confronti di uno scivolamento della crisi ucraina verso un conflitto con la Russia:
Condivido pienamente le differenze di atteggiamento da lei indicate tra gli alleati occidentali. I differenti interessi economici nell’ interscambio tra Russia da un lato e Germania e Italia dall’altro sono evidenti a tutti meno che ad Obama. Aggiungo che fa la differenza sollecitare un conflitto che si svolge una volta di più sul nostro continente (a qualche centinaio di Km dal confine tedesco), rispetto a chi può seguirlo tranquillamente in TV da oltreoceano.
Osservo infine che la posizione degli USA riguardo all’ affaire ucraino mi ricorda stranamente la crisi di Cuba del 1962 con posizioni rovesciate. Allora si parlava di violazione di sfere d’influenza e di minaccia alla sicurezza nazionale USA da parte sovietica. Ma l’ipotizzato ingresso dell’Ucraina nella Nato e la progettata cessione di armi da parte occidentale non rappresenterebbero lo stesso rischio per la Russia oggi ? E non dimentichiamo che gli USA mnacciarono una guerra nucleare per affermare le loro ragioni.
2. Possibile frattura entro l’ Occidente tra Stati Uniti e Germania, Italia e Francia. Ritengo più che possibile questo scenario non solamente per le ragioni di geopolitica economica sopra esposte, ma anche perché questo sembra essere l’intento cardine della politica estera di Putin, e cioè quello di provocare un allentamento dei rapporti tra USA e i principali alleati europei offrendo nel contempo una sponda continentale alle istanze e agli interessi dei tre Paesi. La manifestazione pubblica di questa postura strategica risulta evidente da un recente discorso programmatico del premier russo tenuto in occasione del FORUM INTERNAZIONALE DEL CLUB “VALDAI” del 24 ottobre 2014 che lei certamente conoscerà. Per completezza di trattazione le accludo una mia riflessione su quell’intervento.
Con la consueta stima e cordialità la ringrazio per l’attenzione

Giuseppe Zuccarini

 

 

 

OGGETTO: Commento nel merito del discorso programmatico tenuto da Vladimir PUTIN il 24 ottobre 2014 al Forum Internazionale del club “VALDAI”.


 

In apparenza un discorso da Premio NOBEL per la pace: critiche aspre agli USA che, ritenendo di aver vinto la guerra fredda, agiscono unilateralmente per difendere i loro interessi nel mondo e imporre il loro stile di vita, nel contempo ignorando la necessità di un bilanciamento di forze e di potenza che anziché ridurre la conflittualità la esaspera. Peggio ancora questa politica avventurista americana (evidenti i riferimenti alle guerre in Iraq ed in Afganistan e da ultimo la posizione assunta nel conflitto Russia - Ucraina) ha trascinato con sé i paesi europei che, ingenui e sottomessi partners, hanno condiviso e compartecipato alle iniziative USA. Essendo tali iniziative non proprio terminate con successo, Putin ha buon gioco nel dire “io ve l’avevo detto” e di invocare pertanto un ritorno ad un approccio multilaterale della conflittualità nel mondo, soprattutto nei confronti del terrorismo internazionale di matrice islamica. In altri termini l’obiettivo evidente del premier russo e quello di voler rientrare nei gioco, ponendo fine ad un isolamento, non solo per ragioni di prestigio, ma anche per evitare di essere di fronte al fatto compiuto allorquando siano sfiorati o compromessi gli interessi del suo Paese.
Fin qui direi che Putin non ha tutti torti dal momento che gli USA di errori ne hanno commessi tanti in quest’ ultimo ventennio. Basti pensare alla prima ed alla seconda guerra contro l’Iraq voluta da Bush padre e Bush figlio e in particolare al sostegno in armi e finanziamenti dato ai ribelli in Siria contro Assad, dai quali (pare) siano nati i primi gruppi di combattimento dell’ISIS. Su quest’ultimo aspetto poi ci sarebbe da riflettere sul comportamento dell’Arabia Saudita e di alcuni Emirati del Golfo anch’essi sospettati di finanziare con i proventi del petrolio quei massacratori vestiti di nero.
Certo, si potrebbe obiettare a Putin di aver dimenticato che nel dopoguerra i suoi predecessori, a cominciare da Stalin, in fatto di iniziative unilaterali non erano da meno degli USA di oggi. Basti ricordare il blocco di Berlino nel 1948, l’invasione dell’Ungheria del1956 e quella della Cecoslovacchia nel 1968, come anche i tentativi di espandere l’influenza sovietica in Africa (Angola e Mozambico) negli anni 1965-1975 e nel Centro America nei1962 (Cuba) . Ma sarebbe perdita di tempo. D’altra parte risalire alle colpe dei padri è operazione sterile date le sempre mutevoli condizioni storiche che segnano i tempi.
Vorrei invece soffermarmi su ciò che Putin non ha detto e che tuttavia potrebbe (è ovviamente un’ opinione ) rappresentare il senso profondo del suo intervento, il messaggio subliminale che, assieme alle aspre critiche agli USA, configurerebbe un quadro compiuto di politica internazionale di assoluto rilievo. Mi riferisco al fatto che Putin, pur non menzionandoli, attribuisce ai Paesi dell’Unione Europea, ma qui preferirei parlare soprattutto di Germania, Francia e Italia, la responsabilità di continuare a sottostare supinamente alla politica estera americana senza battere ciglio. E’ come se dicesse, io capisco che la vostra scelta di campo è dipesa dal fatto che gli USA vi hanno salvato dalla fame e tutto sommato sono stati indulgenti con voi vinti e capisco anche che in Unione Sovietica era instaurata una dittatura feroce non certo desiderabile, ma è possibile che dopo 70 anni di alleanza non vi siete resi conto che gli americani badano soltanto ai loro interessi mettendo in secondo piano i vostri? E’ evidente che Putin è oltremodo deluso che questi 3 Paesi abbiano partecipato a operazioni militari a supporto degli USA (Iraq, Afganistan, Libia ecc.) e soprattutto che si siano schierati a fianco degli americani nel conflitto Russia - Ucraina condividendo anche le sanzioni. E questo perché in cuor suo ritiene che sarebbe molto più logico e conveniente che paesi appartenenti allo stesso continente avessero tra loro un rapporto di grande amicizia se non di alleanza (senza considerare i rapporti di mutua interdipendenza economica), oggi possibile per effetto delle mutate condizioni polito-sociali avvenute in Russia in senso democratico.
A mio avviso Putin sogna un allentamento delle relazioni dei principali Stati dell’ Europa occidentale (specialmente della Germania) con gli Stati Uniti a vantaggio di un rafforzamento dei rapporti con la Russia in cui vede reciproci benefici politici ed economici. Come progetto non sarebbe una novità: è un’idea già prospettata da De Gaulle “ l ’Europa dall’Atlantico agli Urali” che lui prefigurava come “Europa delle Patrie” senza intermediarie organizzazioni multinazionali.
D’altra parte la geopolitica è in continua evoluzione. Gli Stati Uniti resteranno una potenza dominante forse animata dalla tentazione di ampliare la sua sfera d’ influenza nel Pacifico (Sud Est asiatico), la Cina si avvia ad esercitare la sua supremazia nell’Asia continentale con proiezioni verso gli Stati dell’Asia centrale ricchi di petrolio. La Russia ? Appare in confronto la potenza più debole oggi. Perché dunque non cercare nuove alleanze in Europa riducendo nel contempo l’influenza degli USA nel continente ? Non ultimo, credo che una visione politica siffatta possa incontrare il consenso della maggioranza del popolo russo che per razza, costumi, religione e sentimenti sarà piuttosto restio ad accogliere l’alternativa di un riavvicinamento della Russia alla Cina.
I Russi e lo stesso Putin - come sappiamo - amano lo stile di vita e la cultura dell’europa occidentale e segnatamente della Germania, della Francia e dell’Italia in particolare, con cui vorrebbero convivere in pace e nel benessere.
L’intervento del premier russo, in conclusione, esprime dure critiche nei confronti degli Stati Uniti per aprire gli occhi dell’Europa, ma nel contempo offre una sponda e la disponibilità della Russia a nuovi rapporti di amicizia e collaborazione con i principali Stati del vecchio continente.


G. Zuccarini
30 ottobre 2014

January 27, 2015

Egregio Professore

ho molto apprezzato la Sua acuta analisi della situazione politica greca 
ed i possibili futuri sviluppi nei rapporti con l'Europa, profeticamente 
evidenziati.
Mi auguro che i greci possano a breve risolvere i loro problemi, per 
intanto i nostri sono ben difficili da affrontare, considerata la 
pochezza della nostra classe politica.
Le propongo un'idea rivoluzionaria, anche se semiseria (ma poi non 
tanto): le dicevo le propongo un governo tecnico composto da Vigili del 
Fuoco, gli unici che ci amano davvero e si butterebbero nel fuoco per 
salvarci !!!
Nessuno potrebbe fare peggio di quelli che ci sono adesso.
Cordiali saluti

Suo
Agdan

January 14, 2015

Caro professor Pelanda,
mi riferisco al contenuto del suo articolo su Libero apparso l'11 gennaio 2015 dal titolo "l'Occidente si allei con la Russia e divida i musulmani". di cui ho apprezzato l'intento di elaborare una linea strategica dell'Occidente che si opponga alla crescente minaccia proveniente dal mondo islamico, sulla quale finora si sono cimentati solo pochissimi giornalisti e nessun politico per ragioni facilmente intuibili.
Sono tuttavia perplesso sui termini della sua impostazione di fondo che a mio avviso (sintetizzo) risiede nella divisione di quel mondo in propugnatori di una conquista "slow" o "fast", sulla quale noi dovremmo esercitare una spinta divaricatrice per favorire l' una e contrastare l'altra. Tale perplessità - a parte la difficoltà di individuare con certezza le due categorie nell'ambito di una vastissima comunità così frastagliata, differenziata e volubile - trae origine dal potenziale effetto contrario che siffatta strategia potrebbe provocare e cioè un effetto unificante, quale potrebbe innescarsi a causa delle inevitabili misure di controreazione da noi adottatabili che il mondo islamico dovesse percepire o subire.
Proverò a spiegarmi con una similitudine: ben sappiamo che nel nostro campo il Cristianesimo, pur credendo in un Dio unico, si è nel tempo manifestato in varie forme come il Cattolicesimo, il Protestantesimo, l'Anglicanesimo ecc. Sono perciò rami diversi, ma tutti appartenenti allo stesso albero. Ora è difficile a mio avviso ritenere che
una forza separatrice esterna, per quanto abile e impetuosa, possa sradicare l'albero e le sue radici confidando sulle lacerazioni interne del Cristianesimo. E' mia convinzione perciò che, ove detta forza venisse esercitata, assisteremmo ad una più forte integrazione tra confessioni Cristiane, piuttosto che ad una loro separazione
Temo dunque che questa impostazione "slow"-"fast" sia debole, anche perché si affida alle reazioni imprevedibili di tipi umani (i musulmani) che hanno un modo diverso da noi di ragionare e di credere.
In sostanza detta strategia intenderebbe puntare sulle eventuali contraddizioni e debolezze dell'avversario che noi spereremmo di suscitare, mentre invece potremmo e dovremmo fare ricorso a nostri punti di forza che noi stessi possiamo ben calcolare, come d'altra parte lei stesso auspica Ma non voglio solo dissentire, tanto più su di un tema capitale quale quello della difesa della nostra civiltà. Proverò pertanto a dire la mia, con la premessa che la strategia islamica contro l'Occidente - "slow" o "fast" che sia - è motivata da un contrasto di visione del mondo fortemente condizionato dalla religione; visione che presenta serie implicazioni sui modi di vivere e sui costumi che sono tipici delle democrazie. A tale strategia deve contrapporsi tutto il mondo occidentale
e sperabilmente anche i paesi che islamici non sono, con una controstrategia unitaria profondamente condivisa che punti, non già alla vittoria e alla distruzione dell'avversario, ma semplicemente allo smantellamento di idee espansive e di dominio del mondo. nel presupposto che Il pianeta Terra è ancora sufficientemente grande per
consentire a tutti di vivere in pace secondo il proprio stile di vita e le proprie credenze.
Se tale percezione della minaccia e le finalità di detta contro-strategia dovessero essere condivise dall'Occidente, gli interventi da adottare potrebbero configurarsi in azioni di natura e tempi diversi miranti:
- a neutralizzare o comunque ridurre il terrorismo sul nostro territorio (interventi di natura militare altamente reattivi conseguenti all'attacco subito);
- ad affievolire la tracotanza e la sicumera di un disegno di conquista che confida nella nostra disunione ed arrendevolezza, attraverso l'utilizzo della potenza economica e tecnologica di cui l'Occidente è capace (intervento non militare di lungo tempo).
A - Intervento militare contro atti di terrorismo perpetrati sul nostro territorio (ha carattere di tempestività)
E' imposto dal fatto che il terrorismo ha il vantaggio dell'iniziativa e può colpire dovunque e in ogni momento. Sappiamo già che la difesa di tutto ciò che per noi è prezioso è pressoché impossibile. Sappiamo anche
che non si può far vivere le popolazioni in perenne stato di assedio. Di contro, sappiamo qual'è l'impatto emotivo e gli effetti depressivi che gli attentati producono sulla psicologia delle nostre pubbliche opinioni.
Occorre perciò contrastarli con la massima efficacia per mezzo di azioni militari immediatamente susseguenti che facciano apparire alto il prezzo da pagare per commetterli, un prezzo molto più alto che non la perdita della vita da parte degli stessi terroristi. L' intervento militare pertanto dovrà avere carattere dissuasivo, o se si vuole di rappresaglia e si rivolge contro tuttociò che appartiene ai clan di provenienza dei terroristi.
A differenza del recente passato nel quale i terroristi non avavano una base di facile individuazione geografica, come nel caso di Al Qaeda, oggi esiste uno Stato Islamico, un Califfato con un territorio e infrastrutture preziose che possono rappresentare obbiettivi paganti, la cui neutralizzazione non necessariamente richiede l'intervento di truppe di terra, ciò che riduce il rischio di perdite umane.
E' purtuttavia evidente che l' intervento militare contro le basi terroristiche da solo non sembra idoneo a risolvere la sfida che ci attende; potrà però ridurre lo stillicidio di atti barbari di violenza contro di
noi e al tempo stesso costituire per il mondo islamico un primo segnale della determinazione dell' Occidente a non lasciarsi sopraffare.
B - Interventi non militari utilizzanti le capacità economiche e la tecnologia dell' Occidente (operano nel lungo tempo)
Questo tipo di interventi è della massima importanza perché ha carattere potenzialmente risolutivo e può neutralizzare per lungo tempo la visione islamica di un dominio del mondo. Visione che appartiene da sempre alla religione del Profeta, ma che ha riacquistato negli ultimi lustri diffusione e aggressività. Dovremmo dunque chiederci le ragioni di tale evoluzione, tra le quali c'è certamente il progressivo indebolimento dell' Occidente derivante da un'acuta crisi economica dell'Europa innescata dalla globalizzazione e dalle numerose campagne militari degli USA dal dubbio esito che hanno coinvolto importanti paesi europei. Di contro, i paesi islamici soprattutto del Medio Oriente hanno conosciuto un periodo di grandi fortune economiche dovute all'estrazione del petrolio, talchè un gigantesco fiume di denaro da molti anni inonda i capienti forzieri del Golfo assicurando benessere alle popolazioni, ricchezza, influenza e prestigio ai loro reggitori.
Ora se un dogma religioso prevede perfino l'uso della forza per convertire quelli che essi chiamano gli infedeli, va da sè che la straripante ricchezza affluita nei paesi del Golfo assicura un'arma in più e comunque il supporto materiale per tentare di realizzare un sogno di dominio che - per loro - è anche il soddisfacimento di un dovere
profondamente sentito.
Questa ricchezza dunque ha un ruolo cruciale nell'animosità crescente che caratterizza i rapporti tra Islam e Occidente. Ricchezza che - occorre precisare - non è bene né male di per sé, né può essere criticabile o essere oggetto di invidia. E' un fatto, una scelta di madre natura che ha riempito le profondità dei deserti di oro nero e della storia degli uomini che vi si sono insediati. E questa realtà non può essere oggetto di contesa o di conflitto fino a quando regna l'armonia e la pace tra gli uomini, ma allorquando la ricchezza medesima viene utilizzata per finanziare più o meno apertamente gruppi armati che si propongono diaggredire l'Occidente, allora essa stessa diviene strumento di guerra ecome tale deve essere ostacolata e combattuta.
Assodato che è il petrolio la fonte primaria che garantisce la possibilità di assecondare ogni sogno di potenza, è su questo punto che l'Occidente compatto dovrà concentrare i suoi sforzi, tesi non già a interventi distruttivi o di sabotaggio, ma a introdurre nuove tecnologie nel settore delle ricerche energetiche che progressivamente sostituiscano l'oro nero con prodotti anche meno inquinanti. Idee e progetti al riguardo esistono già: si pensi alla "fusione fredda" come fonte generale di energia della quale si parla da molto tempo, oppure la "water fuel cell" basata sulla elettrolisi dell'acqua che sarebbe in grado di fornire energia motrice per gli automezzi. Ovviamente non è questa la sede per affrontare nel dettaglio la fattibilità di questo o quel progetto. Importante
è il principio che queste ricerche sottendono, vale a dire consentire all'Occidente di recuperare uno strumento per riequilibrare i flussi di ricchezza con i paesi islamici produttori di petrolio e perciò affievolire la
loro volontà di dominio.
Termino facendo solo cenno ad un problema interno all'Occidente dove spesso per ragioni di mero predominio economico talune lobbies tentano di frenare l'introduzione sul mercato di nuove tecnologie e prodotti. Nel nostro caso ciò equivarrebbe a scegliere il'uovo oggi (il denaro), anziché la gallina domani ( la salvaguardia della
nostra democrazia e della nostra libertà).
Chiedo scusa, caro Professore, dell' eccessiva lunghezza di questa mia.
Con viva cordialità Giuseppe Zuccarini
14 gennaio 2015

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