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Carlo A. Pelanda

LaVerità

2017-1-24

24/1/2017

La priorità della sicurezza territoriale

Bisogna mettere in priorità la sicurezza territoriale dell’Italia. Circa 2/3 del territorio sono esposti al rischio sismico, idrogeologico, vulcanico e di tsunami, spesso combinato. Lo sciame sismico ininterrotto nell’area appenninica e la totale vulnerabilità dell’ambiente costruito mostrano che la rischiosità dell’intero sistema è molto più elevata di quanto finora pensato e ciò impone di ridurla rifacendo quasi tutto il sistema territoriale.
Prima di fare tale invocazione dovrei aspettare le analisi delle scienze geofisiche, idrogeologiche e ambientali? Queste già mostrano rischi territoriali che eccedono le difese in caso di loro attualizzazione e permettono di derivare un’analisi dei costi possibili. Diretti: una sequenza di distruzioni come quella vista nell’Appennino ha costi enormi di ricostruzione, di gestione delle fasi di soccorso e ripristino che se diventasse più frequente e diffusa sarebbe insostenibile. Ma i costi indiretti possono essere maggiori e destabilizzanti: calo degli investimenti non solo nelle aree colpite e poi ricostruite, ma in quelle considerate simili per rischiosità. Inoltre, l’immagine globalizzata di impatti distruttivi non mitigati da prevenzione può deprimere il marchio Italia, trainando i suoi prodotti. Voglio far riflettere proprio su questo punto: scommettiamo su una sequenza moderata di disastri e su loro impatti solo locali con pochi e temporanei effetti sistemici oppure inseriamo nello scenario un rischio maggiore di alta frequenza di eventi distruttivi con impatto sistemico? Lo sciame sismico in atto, appunto, inserito nella sequenza crescente di disastri degli ultimi decenni, più l’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi, mi convince a proporre un cambio di marcia nella politica di prevenzione: invece di calibrarla sulla spesa pubblica sostenibile, che lascerebbe l’Italia massimamente vulnerabile, va basata sulla priorità della riduzione sistemica della vulnerabilità stessa trovando un modo innovativo per finanziarla.
Una prima stima grezza mostra un costo di messa in sicurezza sistemica dell’intero territorio di circa 2.500 miliardi in venti anni, gradualizzata in base alle priorità delle mappe dei rischi. Tale cifra, per lo più spesa pubblica, è insostenibile. C’è un modo per ridurla? L’idea di calibrare la sicurezza antisismica solo fino al punto da minimizzare crolli mortali, evitando di rifare ex-novo centinaia di migliaia di abitazioni, è un’opzione. Minimizzare l’impatto di frane e alluvioni o nevicate, e di tsunami ed eruzioni vulcaniche, migliorando un sistema diffuso di allarme e di protezione civile per evitare danni alle persone, ma non a strutture e infrastrutture, è un’altra. Si potrebbe aggiungere una zonazione che limiti le attività umane in zone molto a rischio. Tale logica ridurrebbe di molto i costi, ma questi resterebbero comunque alti e il livello tecnologico medio-basso. Se non si può fare altro, si inizi almeno con questo modo, cosa accennata, ma poi lasciata cadere, dal governo precedente. Ma si può fare ben altro: abitazioni e infrastrutture indistruttibili con nuove tecnologie, riorganizzazione dell’urbanistica per fini di sicurezza, incanalamento del ciclo delle acque ordinarie e straordinarie su tutto il territorio anche per fini di loro pulizia e impieghi di irrigazione più efficiente. Nonché messa in sicurezza delle strutture storiche rafforzandole con materiali neoplastici di sostegno. Rifacimento con grandi macchine di grandi pezzi di territorio (barriere). Un tale programma a elevato contenuto tecnologico costerebbe di più, ma anche stimolerebbe, via domanda duratura, un’innovazione fortissima e variata delle industrie italiane poi utile per la competitività nei circa 60 Paesi che hanno problemi di vulnerabilità territoriale simili a quelli dell’Italia. Inoltre, un rifacimento più intensivo dell’ambiente costruito va visto come un impiego molto stimolativo della spesa pubblica, cioè capace di alzare in modo rilevante il Pil per lungo tempo. In sintesi, mixando interventi meno tecnologici e quelli più innovativi, e contando sull’effetto dell’economia di scala, il costo in 20 anni potrebbe essere portato attorno ai 1.200 miliardi, sostenibile, ma con un effetto specifico aggiuntivo sul Pil 4-5 volte superiore. Pertanto l’ipotesi da approfondire riguarda un programma di sicurezza territoriale estensivo e innovativo che possa trasformare la spesa di prevenzione in investimento che risolve non solo il problema di sicurezza stessa, ma anche quello della crescita. Ma bisogna anche approfondire il come l’Italia possa rendere disponibile la cifra detta entro i vincoli europei. Suggerisco di inserire nella Costituzione un rafforzamento delle tutele di sicurezza che legittimi una collocazione extradeficit della spesa per prevenzione. La combinazione dei rischi in Italia in relazione all’ambiente costruito è unica al mondo e richiede un capitolo speciale anche in sede di regole europee. Facciamo pressione.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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