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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-1-17

17/1/2017

L’America ha bisogno degli europei, ma uniti o frammentati?

Nei webinar di fine anno organizzati dai think tank che frequento, americani ed europei, è emersa una posizione insolitamente univoca tra le diverse visioni politiche e nazionali: se le offerte politiche non si caricano di profondità riformatrice non sarà possibile mantenere il capitalismo di massa nelle nazioni. Vorrei trasferire questo messaggio, rinforzandolo con la mia convinzione di ricercatore e progettista di sistemi, all’inizio di un anno elettorale. In particolare, vorrei stimolare quel 20% circa di elettorato italiano che dai primi anni ’90 si sposta per premiare le offerte politiche innovative, restando però sempre deluso. Qui vorrei dargli, pur in modo sommario, motivi per nuovamente sperare e il relativo menù delle nuove teorie guida e di pensiero forte affinché prema i politici di riferimento per trasformarle in proposta di governo.
Dal welfare redistributivo a quello di investimento. Destre liberiste e sinistre stataliste, nelle democrazie, non offrono più versioni estreme delle loro visioni. Dopo decenni di esperienza, infatti, è emerso che le garanzie di protezionismo sociale deprimono la creazione della ricchezza lasciandone di meno alla redistribuzione. Infatti, le nazioni con modello statalista, per esempio Francia e Italia, dai primi anni ’90 finanziano le garanzie con debito e non con crescita. La Germania ha lo stesso problema, ma riesce a nasconderlo bilanciando con un forte surplus da export la stagnazione del mercato interno che indica la crisi strutturale del modello renano. Sull’altro lato, i modelli più liberalizzati di Stati Uniti e Regno Unito mostrano una maggiore capacità di creare crescita e opportunità economiche, ma anche che solo una parte della popolazione riesce a coglierle. Di fronte a questo dato che rende inefficaci i due modelli, per l’obiettivo del capitalismo di massa, le offerte di ambedue hanno cercato un “giusto mix” tra protezionismo sociale e libertà economica: la Terza via (Blair), il Centrismo pragmatico (W. Clinton) e il Nuovo centro (Schroeder), il Repubblicanesimo compassionevole (G.W. Bush), il Conservatorismo consapevole (Cameron), ecc. Ma il “giusto mix” non esiste. Se, infatti, si corregge il liberismo con garanzie assistenziali che sottraggono ricchezza al sistema - perché il capitale fiscale mediato da apparati statali tende a essere improduttivo - non si aumenta in realtà la diffusione sociale della ricchezza. Così come se si corregge lo statalismo con inserimenti settoriali di liberismo economico prevale l’effetto depressivo dello statalismo stesso. Il fallimento della ricerca del giusto mix ha bloccato la riforma dei modelli e provocato, al netto della crisi del 2007-08, la regressione della Le espressioni informali di Trump, prima dell’insediamento, indicano veramente la linea futura della sua amministrazione, particolarmente in politica estera? Secondo me sta usando il periodo in cui può avere libertà di espressione senza conseguenze per spaventare alleati e nemici allo scopo sia di guadagnarne il rispetto – che inizialmente non ha ottenuto - sia per prendere una posizione di vantaggio negoziale, basato su una dissuasione credibile. Inoltre, deve mostrare al proprio elettorato che resta vicino ai contenuti della campagna elettorale mentre nella realtà ha dovuto accettare di piegarsi a quelli del Partito repubblicano che ha la maggioranza nei due rami del Congresso. Questi sono abbastanza allineati con la piattaforma di Trump in politica economica interna, ma diversi al riguardo della posizione degli Stati Uniti nel mercato internazionale. Semplificando, va bene riequilibrare il dare e l’avere nel commercio internazionale, ma senza protezionismi eccessivi che farebbero saltare la globalizzazione creando il danno maggiore proprio all’America, oltre che dare alla Cina lo spazio per creare la più grande regione economica del pianeta e, da questa posizione, determinare gli standard industriali e finanziari mondiali togliendo agli Stati Uniti tale potere di signoraggio. Possibilità, per inciso, che ha convinto Xi Jinping a partecipare come protagonista al forum economico mondiale (Wef) ora in svolgimento a Davos. Pertanto non è credibile che l’America smonterà l’alleanza con gli europei e con le democrazie asiatiche. Infatti, in sede di audizioni al Congresso per la conferma della nomina a segretario di Stato, Tillerson ha ammesso che il trattato Tpp, cioè l’area di libero scambio amerocentrica tra 12 nazioni del Pacifico creata su pressione di Obama per contenere l’influenza cinese nella regione, potrebbe essere non cancellato come invece promesso da Trump in campagna. Trump stesso, interrogato su questo punto, ha liquidato la questione con una battuta indicativa: mi piace che nella mia amministrazione ci siano persone che pensano con la loro testa. In sintesi, le espressioni informali di Trump non sono necessariamente un’anticipazione delle sue politiche reali. Ma nemmeno sono irrilevanti o solo un gioco tra le parti.
Come tentare di prevedere quelle reali? Suggerisco di usare il seguente criterio: capire gli interessi oggettivi dell’America, (pre)vedere Trump come soggetto che li perseguirà con una determinazione finora mai adottata da Washington, guidato dalla priorità di vincere le elezioni di rinnovo parziale del Congresso tra due anni che implica sia un effetto veloce della stimolazione economica sia un successo internazionale, o una situazione di conflitto, che bilanci/giustifichi l’eventuale fallimento della stimolazione stessa. Su questa linea di analisi pare essere anche Clemens, presidente del bavarese Ifo, uno dei 5 istituti di analisi tedeschi di maggior rilievo. Ieri ha emesso una nota in cui raccomanda alla Germania di accordarsi velocemente con Trump affinché in caso di fallimento, ritenuto probabile, della sua politica economica espansiva non prenda la Germania come capro espiatorio e agisca per dissolvere Ue ed Eurozona considerati strumento di potenza per Berlino in divergenza con gli interessi americani. L’interesse statunitense oggettivo è che l’Ue contribuisca di più alla domanda globale attraverso maggiore crescita interna, cosa che implica l’abbandono della priorità del rigore da parte della Germania. Un altro interesse oggettivo dell’America è quello di condizionare la Cina. Il semplice “contenimento” non è sufficiente. Fu adottato nei confronti dell’Unione sovietica perché questa era fuori dal mercato internazionale. Ma la Cina è dentro e il contenerla significherebbe metterla in una crisi che poi contagerebbe il globo intero. Per questo va “condizionata” affinché accetti limiti geopolitici, non aggressività e, soprattutto, standard di reciprocità commerciale e di commercio internazionale onesto. Tale strategia implica creare qualcosa di più grande della Cina per costringerla ad adeguarsi, cioè un’alleanza che la circondi. Ecco perché la Russia è funzionale a tale disegno, così come lo è l’alleanza con gli europei e le democrazie asiatiche, costringendo però la Germania a spostare l’Ue da una posizione neutrale-mercantilista a una più nettamente atlantica e di riequilibrio commerciale. In conclusione, l’America ha bisogno degli alleati europei per perseguire i suoi interessi e l’indifferenza dichiarata verso gli stessi da Trump è dissuasiva/strumentale e non vera. Resta però da vedere se Washington punterà ad una dissoluzione dell’Ue e dell’euro per meglio fidelizzare, e dollarizzare, le nazioni europee, anche togliendo loro la tentazione di un progetto euroasiatico con la Russia, oppure preferirà un’Ue convergente, ma integra. Roma dovrebbe seguire con molta, molta, attenzione questo tema.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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