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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-3-28

28/3/2017

All’Italia serve un nuovo Cavour

La formalizzazione del modello d’integrazione europea differenziale impone all’Italia l’elaborazione rapida di una nuova strategia. Sul piano della politica estera, per individuare le condizioni di permanenza vantaggiosa entro un’Eurozona che sarà più compatta e vincolante. Su quello della politica interna, per invertire la situazione di debito troppo alto e crescita troppo bassa che, se restasse così, non le permetterebbe di restare nella moneta unica, o glielo permetterebbe solo alla condizione di un commissariamento penalizzante, depressivo e deindustrializzante.
Integrazione differenziale, infatti, significa in sostanza che l’Eurozona si darà una governance propria e specifica, basata su nuovi trattati per le nazioni del gruppo che adotterà criteri ordinativi più stringenti di quelli ora applicati dalla Commissione. La novità: se più compatta, pur non confederale, l’Eurozona sarà molto meno vulnerabile all’eventuale perdita di nazioni come l’Italia e altre minori. Anzi, senza l’Italia diventerebbe digeribile per gli elettorati delle euronazioni più ordinate accettare una compattazione mutualistica, almeno parziale, dei debiti, una funzione più precisa della Bce come prestatore di ultima istanza nonché maggiori risorse condivise. Tali strutturazioni trasformerebbero l’Eurozona in un’area monetaria meno sub-ottimale, risolvendo in buona parte il maggiore problema di vulnerabilità dell’euro. In sintesi, la prospettiva di un’Eurozona più compattata e omogenea rende meno importante la partecipazione dell’Italia, togliendole potere dissuasivo e quindi negoziale.
Prima di valutare questo nuovo pericolo per l’Italia bisognerebbe aspettare l’esito delle elezioni in Francia, maggio, e in Germania, settembre? Il summit a quattro di un mese fa tra Francia, Germania, Italia e Spagna indica la volontà della Germania di mostrare un euro-nucleo ampio e coeso come risposta alla Brexit e a ipotesi di euro dissoluzione? In realtà tali eventi non sono buoni motivi per rinviare la preparazione della strategia detta in apertura. Anche se Marie Le Pen vincesse non avrebbe interesse, in realtà, ad una Frexit pur minacciandola. Userebbe il successo nazionalista per ripristinare un maggiore potere francese nella diarchia franco-tedesca. Berlino certamente glielo concederebbe e le permetterebbe un regime privilegiato di adesione all’euro perché non potrebbe sostenere l’Eurozona, e il vantaggio che le deriva, senza la Francia. Il prossimo futuro governo tedesco sarà una riedizione della grande coalizione, con linea continuista. Pertanto lo scenario più probabile è che il consolidamento differenziale dell’Eurozona sarà avviato, probabilmente già nel dicembre 2015, data in cui sono in agenda le conferme dei diversi trattati di compattazione dell’Eurozona siglati, anche dall’Italia, negli anni scorsi.
Quale strategia? E’ improbabile che il governo italiano possa presentare un piano credibile di riduzione del debito e di riforme pro-crescita in fase di campagna elettorale. Potrebbe solo, a fatica, portare il deficit annuale programmatico entro i limiti prescritti e mostrare la credibilità di una futura operazione “patrimonio pubblico contro debito”, per ridurlo vendendo un’aliquota rilevante del primo, creando gli strumenti per farlo nel futuro. Poca roba. Pertanto lo sforzo maggiore sarà a carico della nostra politica estera. Un’opzione è quella di esplorare subito un concetto di “contratti nazionali” per aderire alla compattazione dell’Eurozona in tempi e modi basati sulla specificità di ogni singola nazione. Sarebbe una sorta di geometria variabile all’interno dell’Eurozona, ma con un termine temporale e con l’attivazione di sostegni sistemici per permettere alle nazioni di rispettarlo in cambio di controlli sull’esecuzione che non sarebbero un commissariamento, ma un “bollino blu” sulle scelte di politica economica nazionale. Un tale modello indurrebbe il mercato globale a dare più fiducia all’Italia, utile per la ripresa degli investimenti, eviterebbe il rigore depressivo e darebbe il tempo alla politica per varare riforme di efficienza con la giusta pressione per attuarle. Francamente non so se l’Italia avrà la forza e la lucidità per negoziare il modello suggerito perché, appunto, è meno indispensabile nella nuova Eurozona. Ma so che la partecipazione dell’Italia resta comunque rilevante perché, in caso di exit, la formazione di un’area di europei “dollarizzati”, fatta di Italia e Regno Unito, aperta alla Polonia e altri nordici, con il sostegno statunitense, sarebbe considerata pericolosa da Francia e Germania. La strategia suggerita implica un’azione diplomatica non euro-arrendevole, ma una che faccia intendere il potenziale dissuasivo residuo che ci resta anche attivando relazioni bilaterali consone con Washington e Londra pur mantenendo un rapporto leale con Berlino. Non si scherza più: per vincere la prossima partita europea ci vogliono disciplina interna, realismo geopolitico e la capacità tattica di un Cavour.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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