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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-4-11

11/4/2017

Un tranquillizzante ritorno ai tradizionali compromessi tra potenze

Gli interessi nazionali vanno visti come binari, o “vettori strategici”, che condizionano le scelte di chi governa, qualunque siano le idee personali. In sintesi, esiste un fattore oggettivo – studiato dalla geopolitica e dalla geopolitica economica – elaborato come Grande strategia, tipicamente custodita e declinata da una burocrazia imperiale nelle grandi nazioni, che condiziona i soggettivismi politici. Questa premessa permette due considerazioni: a) non deve sorprendere che Trump sia rientrato nel binario tradizionale dell’interesse nazionale statunitense; b) lo scenario internazionale ha un certo grado di prevedibilità se si riescono a capire gli interessi nazionali oggettivi che influenzano gli attori del risiko.
Con questo in mente, cerchiamo di prevedere gli esiti delle situazioni nei teatri ora più caldi.
Corea del nord. La Grande strategia della Cina è preservare il primato del Partito comunista usando il libero mercato per rendere ricca e sedata la popolazione priva di libertà politiche e, nel lungo termine, espellere il potere statunitense dal Pacifico per dare a Pechino lo status di prima potenza mondiale. In sintesi, il vettore strategico cinese implica non litigare troppo con l’America per tutelare l’accesso al mercato globale che fornisce ricchezza fino a che non sarà pronta a farlo, nel frattempo attuando un gioco di frizioni e collaborazioni con l’America stessa. La Grande strategia di Washington è mantenere la Pax Americana sul pianeta, ma riducendone i costi per renderli sostenibili. Entro questa cornice ambedue le potenze hanno interesse che la penisola coreana rimanga divisa. Pechino non vuole una Corea unita ipernazionalista che la possa sfidare sul piano industriale e degli armamenti nucleari. L’America vuole la stessa cosa perché la minaccia di Pyongyang è un’ottima scusa per mantenere nell’area un presidio militare diretto. Pertanto i due attori hanno l’interesse di contingenza a collaborare per mantenere l’equilibrio, senza destabilizzare il regime nordcoreano. Potrà succedere di tutto perché il giovane dittatore non ha ben capito la sua utilità se riduce l’aggressività. Tuttavia, è probabile un congelamento collaborativo del teatro come prima opzione e, come seconda, un cambiamento di regime sotto protettorato cinese concordato.
Relazioni russo-americane con fuoco sulla Siria. La Grande strategia russa, invariata dal 1700, è quella di contenere la Cina, controllare l’Asia centrale ed espandere la propria influenza verso ovest. La recente minaccia islamica ha forzato Mosca a stringere di più la tradizionale alleanza con l’Iran e a ingaggiarsi nel teatro mediterraneo, dove per altro da sempre cerca uno sbocco. Nella regione l’America ha interesse a mantenere il ruolo di protettore dei Saud per controllare il prezzo del petrolio e contenere la pressione islamica contro Israele. Obama non era allineato con questo interesse. La burocrazia imperiale ha spiegato a Trump i vantaggi di un riallineamento e questi l’ha eseguito. Washington non ha grossi problemi a lasciare alla Russia basi militari nel Mediterraneo, anzi le fa gioco perché rinforza la Nato. Ma deve proteggere gli interessi dei Saud che non vogliono lasciare agli sciiti la continuità territoriale fra Teheran e Hezbollah libanesi, inserendo un cuneo sunnita nell’area, cioè lo spazio dell’Isis creato dai sauditi ed altri proprio per tale motivo. Le due potenze hanno interesse non a litigare, ma a trovare un confine tra le rispettive aree d’influenza e una collaborazione nelle aree islamiche che ne riduca i costi di gestione. Mosca dovrà convincere l’Iran a limitare le proprie ambizioni di potenza regionale e di sfidante dei sauditi-sunniti. Washington dovrà calmare i Saud. Ambedue dovranno ottenere una tregua tra Iran e Arabia saudita per poi poter definire i confini di influenza reciproca e decidere dove e come collaborare. Il caso è complicato, ma Mosca e Washington hanno più interesse a convergere che a divergere.
Relazioni euroamericane. E’ evidente che gli ingaggi dell’America con Russia e Cina implicano una compattazione tra America ed Europa per interesse della prima a evitare che la seconda sia influenzabile da Mosca e/o Pechino e ciò dovrebbe limitare le temute frizioni commerciali. In conclusione, il riallineamento di Trump al vettore strategico tradizionale ripristina la possibilità di compromessi già praticati nel passato, cosa che il confusionario Obama e le prime dichiarazioni di Trump avevano compromesso. Pertanto, al momento, nello scenario globale la calma (armata) è più probabile della tempesta. L’Italia ha interesse a sostenere una convergenza euroamericana entro cui ritagliare un’autonomia mercantilista, come dal 1948 in poi, lasciando all’America il compito di calmare le tentazioni neoimperiali di Berlino.

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