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Carlo A. Pelanda

LaVerità

2017-4-4

4/4/2017

La riconvergenza tra Usa e Ue è una priorità

La giusta risposta dell’Ue alla minaccia statunitense di applicare dazi alle esportazioni europee non è inasprire lo scontro, ma proporre un nuovo accordo commerciale bilaterale di convergenza. Vediamo se è possibile e se l’Italia potrà sollecitarlo come presidente di turno del G7.  

 C’è un negoziato, ora congelato, ma formalmente ancora attivo, al quale fare riferimento: il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, in sigla Ttip (Transatlantic Trade and Investments Partnership). Fu proposto all’Ue dall’Amministrazione Obama nel 2013 nell’ambito di una strategia di consolidamento dell’influenza statunitense globale che prevedeva la formazione di due aree di libero scambio amerocentriche, una sul lato del Pacifico (Tpp) e l’altra su quello atlantico (il Ttip) che creasse il più grande mercato integrato del pianeta, escludendo Cina e Russia per poterle condizionare con la maggiore potenza economica. Obama aveva anche la priorità di dare più spinta alla ripresa interna, che arrancava pur dopo molteplici e massicci stimoli monetari, e di contenere l’estrema sinistra del Partito democratico che invocava soluzioni protezioniste. Per questa priorità fece dare al Ttip un’impostazione quasi emergenziale: aprire tutto il mercato europeo, e in un colpo, per mostrare la prospettiva di reciprocità e di riequilibrio a favore dei lavoratori statunitensi. Tale approccio mise in difficoltà i negoziatori europei che dovevano fare i conti con parecchie nazioni intenzionate a mantenere protezioni in alcuni settori economici che gli americani chiedevano di aprire. Inoltre, e più importante, Russia e Cina attuarono sabotaggi pesantissimi, la prima con strategie di controinformazione che sfondarono il Ttip come un coltello caldo nel burro. Nel 2016 la Francia congelò le trattative, con il sostegno silenzioso di Berlino, solo l’Italia e il Regno Unito favorevoli. Il negoziato fu sospeso, ma non morì.

Lo si potrebbe riprendere, considerando che Trump non vuole trattati commerciali multilaterali, come il Tpp che ha cancellato, ma solo bilaterali e che la Commissione Ue ha il mandato  di rappresentare le nazioni per gli accordi di commercio estero, quindi controparte unica dell’America? Sarebbe la via migliore, cambiando sia nome al Ttip, ormai demonizzato, sia il formato. Questa proposta potrebbe essere accettabile da Washington se precorsa da una chiara volontà europea di riequilibrare il dare e l’avere tra i due. Ma sarà molto difficile convincere la Germania a re-impiegare il proprio surplus commerciale in investimenti interni e intraeuropei che aumentino la domanda di beni, anche a favore degli esportatori statunitensi, e, soprattutto, Parigi ad aprire i settori dell’agricoltura, dei media, dei servizi finanziari, ecc. Certamente non durante le campagne elettorali. In una situazione analoga di pressione per l’apertura del proprio mercato, il protezionista Giappone, e con tanto surplus, è riuscito a trovare una qualche convergenza di riequilibrio con Trump minacciando di farsi da solo le armi, tra cui quella nucleare, ma anche offrendo la carota di mantenere le basi americane, di far lavorare l’industria militare statunitense e investire di più in America. Potrebbe l’Ue imitarlo? Dipende da quanto l’America trumpiana voglia restare impero o ridursi a regno. Il Prof. Panebianco teme che ormai a Washington non interessi più un ingaggio mondiale diretto e il tipo di compromessi conseguenti. Forse, ma è più probabile che la strategia statunitense non riesca ancora ad armonizzare i requisiti per il riequilibrio commerciale, priorità di Trump,  con quelli di mantenimento della leadership mondiale che, per altro, implica il mantenimento dei vantaggi di signoraggio politico e monetario, interesse di cui certamente Trump è consapevole. Anche perché la Cina sta facendo di tutto, in modi riservati, per conquistare spazi d’influenza una volta americani e ora non più presidiati. Se la Cina conquistasse anche l’Europa, e la Germania ricattabile da Pechino difficilmente potrebbe resisterle, per l’America finirebbe il signoraggio globale che è la sua vera leva di ricchezza. Non credo che agli strateghi statunitensi sfugga questo scenario. Non credo nemmeno sfugga agli strateghi tedeschi che conviene mollare qualcosa sul rigore e sui settori economici protetti piuttosto che trovarsi schiacciati tra un’America ostile, una Cina aggressiva e una Russia che punta al dissolvimento dell’Ue per far avanzare la sua influenza a ovest. Pertanto ritengo che sia necessario dare il giusto tempo a Washington e Berlino per riflettere, nel frattempo segnalando dal lato europeo la volontà di convergenza e la necessità di un tavolo preliminare per studiare le compensazioni commerciali e/o sistemiche da cui poi derivare, nel 2018, un nuovo accordo costruito su basi di reciproco vantaggio. Questa secondo me dovrebbe essere la proposta italiana e penso che Roma sia il soggetto giusto per spingerla in sede G7.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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