La formalizzazione di un’Europa a diverse velocità potrebbe essere una trappola per l’Italia e un ostacolo per le prospettive di ricompattazione dell’Occidente. Per tale motivo Roma dovrebbe bloccare tale iniziativa, lanciata dai leader del Benelux e fatta propria da Merkel, che forse l’ha riservatamente stimolata, e proporre nuovi modelli di convergenza. Perché una trappola? Usiamo l’immagine fornita dal ministro degli Esteri, Alfano: un’Europa a cerchi concentrici. Il primo cerchio corrisponderebbe con l’Eurozona, probabilmente senza Grecia, Portogallo, ecc., e verrebbe compattata in modo differenziale e germanocentrico entro l’Ue. Alfano fa intendere che l’obiettivo dell’Italia è di far parte di questo primo cerchio. Ma sembra non aver considerato che se l’Italia esprimesse questa posizione sarebbe più esposta al ricatto della Germania: inclusione in cambio di un allineamento vincolante al criterio tedesco. Cioè per far parte di questo nucleo l’Italia dovrebbe forzare una riduzione del debito via patrimonio privato e basare il proprio modello economico sul rigore depressivo, cosa che implica l’indebolimento del nostro sistema industriale e finanziario e il suo destino di assorbimento entro quello tedesco. Forse Alfano valuta che la Germania abbia bisogno dell’Italia per formare il proprio nucleo d’influenza diretta per resistere alle pressioni americane e continuare nel suo neutralismo mercantilista e tesaurizzazione solo interna del surplus commerciale e che ciò permetta a Roma di negoziare accordi favorevoli. Da un lato, non è irrealistico prevedere un’annessione morbida. Dall’altro, la formalizzazione di un eurocerchio germanocentrico implica l’annessione e la fine sostanziale della sovranità italiana, considerando la correlazione stretta tra sovranità (aperta) e ricchezza. Posso capire che Alfano candidi l’Italia al primo cerchio sia per evitare un’uscita devastante dall’euro sia per metterla in condizione di attutire l’annessione. Ma dichiarare la resa prima di tentare di usare la forza nazionale residua per influenzare scenari alternativi lo trovo controproducente per l’interesse nazionale. E occidentale.

La formazione di un nucleo europeo a diretto comando tedesco, infatti, implica la frammentazione dell’area atlantica e del mondo del capitalismo democratico, indebolendo l’Occidente. Il pensiero politico italiano conformista tende ad esprimere un europeismo che non tiene conto della missione di compattazione globale del capitalismo democratico e persegue l’integrazione europea in contrapposizione all’America e, ora, al Regno Unito. Io ritengo tale europeismo un provincialismo culturale. Così come l’antieuropeismo exitista o il sovranismo irriflessivo. Trovo positiva, invece, una strategia di convergenza che veda l’integrazione europea strumento per ulteriori aggregazioni tra democrazie allo scopo di formare una comunità globale tra loro. L’Europa ha senso per questo scopo di espansione mondiale del progetto democratico. Senza tale progetto è solo strumento di potenza per una sola nazione. Il pensiero politico italiano dovrebbe marcare questo punto. La svolta americanista di Trump lo rende irrealistico perché impone una risposta simmetrica di consolidamento europeo germanocentrico? I segnali degli ultimi giorni fanno intendere un rientro dell’Amministrazione Trump entro i binari di una politica estera razionale e della tradizionale rilevanza dell’alleanza con gli europei. Alla fine la svolta riguarderà principalmente solo il riequilibrio del dare e dell’avere tra europei e Stati Uniti e non certo la derubricazione dell’alleanza. A queste pressioni la Germania vorrà rispondere riducendo la competitività valutaria, alzando il cambio dell’euro, per calmare Washington, cosa che coincide anche con il massimo consenso dell’elettorato. E la formalizzazione di un cerchio germanocentrico sembra servire ad ambedue gli scopi. Ma anche ad un terzo: dominare più direttamente l’Eurozona per usarla come massa nei propri giochi globali. Certamente Berlino vede la nuova tendenza: grandi nazioni che puntano a satellizzare altre per dominare mercati interni grandi abbastanza, almeno tra i 200 e 300 milioni di consumatori, per scambiare gli accessi e su questo costruire accordi politici. E certamente la proposta di formalizzare un’Europa differenziata che faciliti la formazione di un cerchio a diretto, e non solo indiretto, comando tedesco è una reazione strategica a tale situazione. Ma all’Italia, così, non va bene. Né va bene per il mondo del capitalismo democratico perché, frammentato, lascerebbe al capitalismo autoritario cinese il potere di definire gli standard mondiali. Poiché penso che l’America non glielo lascerà fare mi sembra razionale, al momento, bloccare la proposta tedesca per l’Europa e impostare una dottrina G7 di compattazione occidentalista, tra cui la globalizzazione della Nato, di produzione italiana, esplorando con quali alleati lanciarla.

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La formazione di un nucleo europeo a diretto comando tedesco, infatti, implica la frammentazione dell’area atlantica e del mondo del capitalismo democratico, indebolendo l’Occidente. Il pensiero politico italiano conformista tende ad esprimere un europeismo che non tiene conto della missione di compattazione globale del capitalismo democratico e persegue l’integrazione europea in contrapposizione all’America e, ora, al Regno Unito. Io ritengo tale europeismo un provincialismo culturale. Così come l’antieuropeismo exitista o il sovranismo irriflessivo. Trovo positiva, invece, una strategia di convergenza che veda l’integrazione europea strumento per ulteriori aggregazioni tra democrazie allo scopo di formare una comunità globale tra loro. L’Europa ha senso per questo scopo di espansione mondiale del progetto democratico. Senza tale progetto è solo strumento di potenza per una sola nazione. Il pensiero politico italiano dovrebbe marcare questo punto. La svolta americanista di Trump lo rende irrealistico perché impone una risposta simmetrica di consolidamento europeo germanocentrico? I segnali degli ultimi giorni fanno intendere un rientro dell’Amministrazione Trump entro i binari di una politica estera razionale e della tradizionale rilevanza dell’alleanza con gli europei. Alla fine la svolta riguarderà principalmente solo il riequilibrio del dare e dell’avere tra europei e Stati Uniti e non certo la derubricazione dell’alleanza. A queste pressioni la Germania vorrà rispondere riducendo la competitività valutaria, alzando il cambio dell’euro, per calmare Washington, cosa che coincide anche con il massimo consenso dell’elettorato. E la formalizzazione di un cerchio germanocentrico sembra servire ad ambedue gli scopi. Ma anche ad un terzo: dominare più direttamente l’Eurozona per usarla come massa nei propri giochi globali. Certamente Berlino vede la nuova tendenza: grandi nazioni che puntano a satellizzare altre per dominare mercati interni grandi abbastanza, almeno tra i 200 e 300 milioni di consumatori, per scambiare gli accessi e su questo costruire accordi politici. E certamente la proposta di formalizzare un’Europa differenziata che faciliti la formazione di un cerchio a diretto, e non solo indiretto, comando tedesco è una reazione strategica a tale situazione. Ma all’Italia, così, non va bene. Né va bene per il mondo del capitalismo democratico perché, frammentato, lascerebbe al capitalismo autoritario cinese il potere di definire gli standard mondiali. Poiché penso che l’America non glielo lascerà fare mi sembra razionale, al momento, bloccare la proposta tedesca per l’Europa e impostare una dottrina G7 di compattazione occidentalista, tra cui la globalizzazione della Nato, di produzione italiana, esplorando con quali alleati lanciarla.

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La formazione di un nucleo europeo a diretto comando tedesco, infatti, implica la frammentazione dell’area atlantica e del mondo del capitalismo democratico, indebolendo l’Occidente. Il pensiero politico italiano conformista tende ad esprimere un europeismo che non tiene conto della missione di compattazione globale del capitalismo democratico e persegue l’integrazione europea in contrapposizione all’America e, ora, al Regno Unito. Io ritengo tale europeismo un provincialismo culturale. Così come l’antieuropeismo exitista o il sovranismo irriflessivo. Trovo positiva, invece, una strategia di convergenza che veda l’integrazione europea strumento per ulteriori aggregazioni tra democrazie allo scopo di formare una comunità globale tra loro. L’Europa ha senso per questo scopo di espansione mondiale del progetto democratico. Senza tale progetto è solo strumento di potenza per una sola nazione. Il pensiero politico italiano dovrebbe marcare questo punto. La svolta americanista di Trump lo rende irrealistico perché impone una risposta simmetrica di consolidamento europeo germanocentrico? I segnali degli ultimi giorni fanno intendere un rientro dell’Amministrazione Trump entro i binari di una politica estera razionale e della tradizionale rilevanza dell’alleanza con gli europei. Alla fine la svolta riguarderà principalmente solo il riequilibrio del dare e dell’avere tra europei e Stati Uniti e non certo la derubricazione dell’alleanza. A queste pressioni la Germania vorrà rispondere riducendo la competitività valutaria, alzando il cambio dell’euro, per calmare Washington, cosa che coincide anche con il massimo consenso dell’elettorato. E la formalizzazione di un cerchio germanocentrico sembra servire ad ambedue gli scopi. Ma anche ad un terzo: dominare più direttamente l’Eurozona per usarla come massa nei propri giochi globali. Certamente Berlino vede la nuova tendenza: grandi nazioni che puntano a satellizzare altre per dominare mercati interni grandi abbastanza, almeno tra i 200 e 300 milioni di consumatori, per scambiare gli accessi e su questo costruire accordi politici. E certamente la proposta di formalizzare un’Europa differenziata che faciliti la formazione di un cerchio a diretto, e non solo indiretto, comando tedesco è una reazione strategica a tale situazione. Ma all’Italia, così, non va bene. Né va bene per il mondo del capitalismo democratico perché, frammentato, lascerebbe al capitalismo autoritario cinese il potere di definire gli standard mondiali. Poiché penso che l’America non glielo lascerà fare mi sembra razionale, al momento, bloccare la proposta tedesca per l’Europa e impostare una dottrina G7 di compattazione occidentalista, tra cui la globalizzazione della Nato, di produzione italiana, esplorando con quali alleati lanciarla.

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Carlo Pelanda: 2017-2-7LaVerità

2017-2-7

7/2/2017

No al cerchio germanocentrico

La formalizzazione di un’Europa a diverse velocità potrebbe essere una trappola per l’Italia e un ostacolo per le prospettive di ricompattazione dell’Occidente. Per tale motivo Roma dovrebbe bloccare tale iniziativa, lanciata dai leader del Benelux e fatta propria da Merkel, che forse l’ha riservatamente stimolata, e proporre nuovi modelli di convergenza. Perché una trappola? Usiamo l’immagine fornita dal ministro degli Esteri, Alfano: un’Europa a cerchi concentrici. Il primo cerchio corrisponderebbe con l’Eurozona, probabilmente senza Grecia, Portogallo, ecc., e verrebbe compattata in modo differenziale e germanocentrico entro l’Ue. Alfano fa intendere che l’obiettivo dell’Italia è di far parte di questo primo cerchio. Ma sembra non aver considerato che se l’Italia esprimesse questa posizione sarebbe più esposta al ricatto della Germania: inclusione in cambio di un allineamento vincolante al criterio tedesco. Cioè per far parte di questo nucleo l’Italia dovrebbe forzare una riduzione del debito via patrimonio privato e basare il proprio modello economico sul rigore depressivo, cosa che implica l’indebolimento del nostro sistema industriale e finanziario e il suo destino di assorbimento entro quello tedesco. Forse Alfano valuta che la Germania abbia bisogno dell’Italia per formare il proprio nucleo d’influenza diretta per resistere alle pressioni americane e continuare nel suo neutralismo mercantilista e tesaurizzazione solo interna del surplus commerciale e che ciò permetta a Roma di negoziare accordi favorevoli. Da un lato, non è irrealistico prevedere un’annessione morbida. Dall’altro, la formalizzazione di un eurocerchio germanocentrico implica l’annessione e la fine sostanziale della sovranità italiana, considerando la correlazione stretta tra sovranità (aperta) e ricchezza. Posso capire che Alfano candidi l’Italia al primo cerchio sia per evitare un’uscita devastante dall’euro sia per metterla in condizione di attutire l’annessione. Ma dichiarare la resa prima di tentare di usare la forza nazionale residua per influenzare scenari alternativi lo trovo controproducente per l’interesse nazionale. E occidentale.

La formazione di un nucleo europeo a diretto comando tedesco, infatti, implica la frammentazione dell’area atlantica e del mondo del capitalismo democratico, indebolendo l’Occidente. Il pensiero politico italiano conformista tende ad esprimere un europeismo che non tiene conto della missione di compattazione globale del capitalismo democratico e persegue l’integrazione europea in contrapposizione all’America e, ora, al Regno Unito. Io ritengo tale europeismo un provincialismo culturale. Così come l’antieuropeismo exitista o il sovranismo irriflessivo. Trovo positiva, invece, una strategia di convergenza che veda l’integrazione europea strumento per ulteriori aggregazioni tra democrazie allo scopo di formare una comunità globale tra loro. L’Europa ha senso per questo scopo di espansione mondiale del progetto democratico. Senza tale progetto è solo strumento di potenza per una sola nazione. Il pensiero politico italiano dovrebbe marcare questo punto. La svolta americanista di Trump lo rende irrealistico perché impone una risposta simmetrica di consolidamento europeo germanocentrico? I segnali degli ultimi giorni fanno intendere un rientro dell’Amministrazione Trump entro i binari di una politica estera razionale e della tradizionale rilevanza dell’alleanza con gli europei. Alla fine la svolta riguarderà principalmente solo il riequilibrio del dare e dell’avere tra europei e Stati Uniti e non certo la derubricazione dell’alleanza. A queste pressioni la Germania vorrà rispondere riducendo la competitività valutaria, alzando il cambio dell’euro, per calmare Washington, cosa che coincide anche con il massimo consenso dell’elettorato. E la formalizzazione di un cerchio germanocentrico sembra servire ad ambedue gli scopi. Ma anche ad un terzo: dominare più direttamente l’Eurozona per usarla come massa nei propri giochi globali. Certamente Berlino vede la nuova tendenza: grandi nazioni che puntano a satellizzare altre per dominare mercati interni grandi abbastanza, almeno tra i 200 e 300 milioni di consumatori, per scambiare gli accessi e su questo costruire accordi politici. E certamente la proposta di formalizzare un’Europa differenziata che faciliti la formazione di un cerchio a diretto, e non solo indiretto, comando tedesco è una reazione strategica a tale situazione. Ma all’Italia, così, non va bene. Né va bene per il mondo del capitalismo democratico perché, frammentato, lascerebbe al capitalismo autoritario cinese il potere di definire gli standard mondiali. Poiché penso che l’America non glielo lascerà fare mi sembra razionale, al momento, bloccare la proposta tedesca per l’Europa e impostare una dottrina G7 di compattazione occidentalista, tra cui la globalizzazione della Nato, di produzione italiana, esplorando con quali alleati lanciarla.

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