A cosa serve la “nominazione” di un processo storico? A governarlo. Quale nome descrive meglio la nuova era? Qui già proposi “era del riequilibrio” per indicare la nuova priorità dell’America di bilanciare i flussi commerciali con il resto del mondo per far terminare la deindustrializzazione impoverente dovuta anche a una concorrenza esterna eccessiva. Mi venne la tentazione di proporre l’idea di un’America che si ribella al mondo da essa creato, ma pensai che sarebbe stata inutilmente lirica perché il “cambio di mondo” è spinto da fatti reali e duri. Dal 1973 l’America cerca di ridurre, prima, i costi dell’impero, via condivisione degli alleati, poi, dal primo decennio del 2000, quelli di una posizione al centro del mercato globale che finanzia con il proprio deficit commerciale il resto del mondo fatto di nazioni con modelli dipendenti più dall’export che dalla crescita interna. Il riequilibrio finanziario di tale deficit, cioè gli esportatori che reinvestono i dollari comprando debito e Borsa americani, ha mantenuto ricco il sistema statunitense, ma creando al suo interno un impoverimento di circa il 40% della popolazione causato dall’eccesso di concorrenza esterna. Nel lontano 1994, seduti in riva al lago di Como, Luttwak, Tremonti ed io schizzammo sui tovaglioli di un ristorante lo scenario di una globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia che stava impoverendo le democrazie (Il fantasma della povertà, Mondadori, 1995). Tutti e tre fummo d’accordo che la politica doveva riprendere in mano la globalizzazione per governarla. Gli altri due svilupparono più una soluzione di difesa protezionista, mentre io puntai a una di attacco, cioè di riconfigurazione dell’architettura politica del mercato globale combinata con una modifica propulsiva dei modelli nazionali di welfare. Il libro, nel suo complesso, fu profetico nell’analisi e anticipò l’alternativa che le democrazie hanno di fronte oggi: difendersi, chiudendosi a livello nazionale, o integrarsi tra simili, fare massa, e con questa condizionare il resto del mondo ottenendo così un mercato complessivo equilibrato. Trump, pur ancora in fase di apprendimento, mostra di muoversi in modo confuso tra le due opzioni, un po’ dell’una, un po’ dell’altra.

Anche per tale motivo penso utile nominare la nuova era come “globalizzazione differenziale” perché fornisce un termine di riferimento al difficile compito di armonizzare protezioni e mantenimento dell’apertura dei mercati. “Globalizzazione” indica un flusso senza barriere di merci, informazione, denaro e persone. Tra democrazie, che hanno costi sistemici simili, tali flussi possono essere regolati con minime correzioni di confine e adeguando i modelli per renderli meno dipendenti dall’export e più capaci di crescita interna. Con le non-democrazie, dove i regimi autoritari possono massimizzare l’efficienza economica perché i poveri non votano, non esistono sindacati e il capitalismo di Stato è libero di fare tutti i trucchi che vuole, i flussi vanno, invece, regolati secondo il principio del commercio leale e della reciprocità. Pertanto “globalizzazione differenziale” significa creare un’area di libero scambio tra democrazie, nelle stime pari al 70% del Pil mondiale e al 55% del commercio internazionale, guidata da un G7 progressivamente inclusivo, che poi imponga alle non-democrazie o alle democrazie che producono squilibrio un accesso condizionato. Nel concetto di “globalizzazione differenziale” l’entità principale è la nazione e non uno standard astratto al quale ogni nazione deve adattarsi. L’aggregazione di nazioni deve tener conto del requisito di bilanciare ogni loro apertura con un vantaggio netto affinché l’apertura stessa non provochi danni (Pelanda e Savona, Sovranità & ricchezza, Sperling, 2001). Ciò implica un aggregato di sovranità, non condivise come l’Ue, ma “convergenti” e “reciprocamente contributive” che nel libro Nova Pax (2015) ho voluto chiamare “Free Community”. Tale principio di composizione delle nazioni implica il diritto per ciascuna di regolare i flussi di confine in base ai propri interessi specifici, anche quelli di persone. Fine dell’universalismo dei diritti e immoralità della globalizzazione differenziale? C’è una soluzione attiva: invece di aprire i confini a troppi migranti, l’alleanza tra democrazie dovrebbe intervenire nelle nazioni incapaci di dare sicurezza e lavoro alla popolazione per metterle a posto, con le buone e con le cattive. Neo-imperialismo, ri-colonizzazione, guerre? Io trovo morale, economicamente realistico e strategicamente più sicuro attuare condizionamenti bastone/carota per imporre standard di civiltà democratica al mondo piuttosto che doversi chiudersi a esso, accettandone il male. Spero che l’America si orienti verso questa dottrina della “globalizzazione differenziale”, e non verso la chiusura, ritrovando l’utilità di essere “impero del bene” e trainando gli europei fuori dal letargo.

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Anche per tale motivo penso utile nominare la nuova era come “globalizzazione differenziale” perché fornisce un termine di riferimento al difficile compito di armonizzare protezioni e mantenimento dell’apertura dei mercati. “Globalizzazione” indica un flusso senza barriere di merci, informazione, denaro e persone. Tra democrazie, che hanno costi sistemici simili, tali flussi possono essere regolati con minime correzioni di confine e adeguando i modelli per renderli meno dipendenti dall’export e più capaci di crescita interna. Con le non-democrazie, dove i regimi autoritari possono massimizzare l’efficienza economica perché i poveri non votano, non esistono sindacati e il capitalismo di Stato è libero di fare tutti i trucchi che vuole, i flussi vanno, invece, regolati secondo il principio del commercio leale e della reciprocità. Pertanto “globalizzazione differenziale” significa creare un’area di libero scambio tra democrazie, nelle stime pari al 70% del Pil mondiale e al 55% del commercio internazionale, guidata da un G7 progressivamente inclusivo, che poi imponga alle non-democrazie o alle democrazie che producono squilibrio un accesso condizionato. Nel concetto di “globalizzazione differenziale” l’entità principale è la nazione e non uno standard astratto al quale ogni nazione deve adattarsi. L’aggregazione di nazioni deve tener conto del requisito di bilanciare ogni loro apertura con un vantaggio netto affinché l’apertura stessa non provochi danni (Pelanda e Savona, Sovranità & ricchezza, Sperling, 2001). Ciò implica un aggregato di sovranità, non condivise come l’Ue, ma “convergenti” e “reciprocamente contributive” che nel libro Nova Pax (2015) ho voluto chiamare “Free Community”. Tale principio di composizione delle nazioni implica il diritto per ciascuna di regolare i flussi di confine in base ai propri interessi specifici, anche quelli di persone. Fine dell’universalismo dei diritti e immoralità della globalizzazione differenziale? C’è una soluzione attiva: invece di aprire i confini a troppi migranti, l’alleanza tra democrazie dovrebbe intervenire nelle nazioni incapaci di dare sicurezza e lavoro alla popolazione per metterle a posto, con le buone e con le cattive. Neo-imperialismo, ri-colonizzazione, guerre? Io trovo morale, economicamente realistico e strategicamente più sicuro attuare condizionamenti bastone/carota per imporre standard di civiltà democratica al mondo piuttosto che doversi chiudersi a esso, accettandone il male. Spero che l’America si orienti verso questa dottrina della “globalizzazione differenziale”, e non verso la chiusura, ritrovando l’utilità di essere “impero del bene” e trainando gli europei fuori dal letargo.

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Anche per tale motivo penso utile nominare la nuova era come “globalizzazione differenziale” perché fornisce un termine di riferimento al difficile compito di armonizzare protezioni e mantenimento dell’apertura dei mercati. “Globalizzazione” indica un flusso senza barriere di merci, informazione, denaro e persone. Tra democrazie, che hanno costi sistemici simili, tali flussi possono essere regolati con minime correzioni di confine e adeguando i modelli per renderli meno dipendenti dall’export e più capaci di crescita interna. Con le non-democrazie, dove i regimi autoritari possono massimizzare l’efficienza economica perché i poveri non votano, non esistono sindacati e il capitalismo di Stato è libero di fare tutti i trucchi che vuole, i flussi vanno, invece, regolati secondo il principio del commercio leale e della reciprocità. Pertanto “globalizzazione differenziale” significa creare un’area di libero scambio tra democrazie, nelle stime pari al 70% del Pil mondiale e al 55% del commercio internazionale, guidata da un G7 progressivamente inclusivo, che poi imponga alle non-democrazie o alle democrazie che producono squilibrio un accesso condizionato. Nel concetto di “globalizzazione differenziale” l’entità principale è la nazione e non uno standard astratto al quale ogni nazione deve adattarsi. L’aggregazione di nazioni deve tener conto del requisito di bilanciare ogni loro apertura con un vantaggio netto affinché l’apertura stessa non provochi danni (Pelanda e Savona, Sovranità & ricchezza, Sperling, 2001). Ciò implica un aggregato di sovranità, non condivise come l’Ue, ma “convergenti” e “reciprocamente contributive” che nel libro Nova Pax (2015) ho voluto chiamare “Free Community”. Tale principio di composizione delle nazioni implica il diritto per ciascuna di regolare i flussi di confine in base ai propri interessi specifici, anche quelli di persone. Fine dell’universalismo dei diritti e immoralità della globalizzazione differenziale? C’è una soluzione attiva: invece di aprire i confini a troppi migranti, l’alleanza tra democrazie dovrebbe intervenire nelle nazioni incapaci di dare sicurezza e lavoro alla popolazione per metterle a posto, con le buone e con le cattive. Neo-imperialismo, ri-colonizzazione, guerre? Io trovo morale, economicamente realistico e strategicamente più sicuro attuare condizionamenti bastone/carota per imporre standard di civiltà democratica al mondo piuttosto che doversi chiudersi a esso, accettandone il male. Spero che l’America si orienti verso questa dottrina della “globalizzazione differenziale”, e non verso la chiusura, ritrovando l’utilità di essere “impero del bene” e trainando gli europei fuori dal letargo.

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Carlo Pelanda: 2017-1-31LaVerità

2017-1-31

31/1/2017

La dottrina della globalizzazione differenziale

A cosa serve la “nominazione” di un processo storico? A governarlo. Quale nome descrive meglio la nuova era? Qui già proposi “era del riequilibrio” per indicare la nuova priorità dell’America di bilanciare i flussi commerciali con il resto del mondo per far terminare la deindustrializzazione impoverente dovuta anche a una concorrenza esterna eccessiva. Mi venne la tentazione di proporre l’idea di un’America che si ribella al mondo da essa creato, ma pensai che sarebbe stata inutilmente lirica perché il “cambio di mondo” è spinto da fatti reali e duri. Dal 1973 l’America cerca di ridurre, prima, i costi dell’impero, via condivisione degli alleati, poi, dal primo decennio del 2000, quelli di una posizione al centro del mercato globale che finanzia con il proprio deficit commerciale il resto del mondo fatto di nazioni con modelli dipendenti più dall’export che dalla crescita interna. Il riequilibrio finanziario di tale deficit, cioè gli esportatori che reinvestono i dollari comprando debito e Borsa americani, ha mantenuto ricco il sistema statunitense, ma creando al suo interno un impoverimento di circa il 40% della popolazione causato dall’eccesso di concorrenza esterna. Nel lontano 1994, seduti in riva al lago di Como, Luttwak, Tremonti ed io schizzammo sui tovaglioli di un ristorante lo scenario di una globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia che stava impoverendo le democrazie (Il fantasma della povertà, Mondadori, 1995). Tutti e tre fummo d’accordo che la politica doveva riprendere in mano la globalizzazione per governarla. Gli altri due svilupparono più una soluzione di difesa protezionista, mentre io puntai a una di attacco, cioè di riconfigurazione dell’architettura politica del mercato globale combinata con una modifica propulsiva dei modelli nazionali di welfare. Il libro, nel suo complesso, fu profetico nell’analisi e anticipò l’alternativa che le democrazie hanno di fronte oggi: difendersi, chiudendosi a livello nazionale, o integrarsi tra simili, fare massa, e con questa condizionare il resto del mondo ottenendo così un mercato complessivo equilibrato. Trump, pur ancora in fase di apprendimento, mostra di muoversi in modo confuso tra le due opzioni, un po’ dell’una, un po’ dell’altra.

Anche per tale motivo penso utile nominare la nuova era come “globalizzazione differenziale” perché fornisce un termine di riferimento al difficile compito di armonizzare protezioni e mantenimento dell’apertura dei mercati. “Globalizzazione” indica un flusso senza barriere di merci, informazione, denaro e persone. Tra democrazie, che hanno costi sistemici simili, tali flussi possono essere regolati con minime correzioni di confine e adeguando i modelli per renderli meno dipendenti dall’export e più capaci di crescita interna. Con le non-democrazie, dove i regimi autoritari possono massimizzare l’efficienza economica perché i poveri non votano, non esistono sindacati e il capitalismo di Stato è libero di fare tutti i trucchi che vuole, i flussi vanno, invece, regolati secondo il principio del commercio leale e della reciprocità. Pertanto “globalizzazione differenziale” significa creare un’area di libero scambio tra democrazie, nelle stime pari al 70% del Pil mondiale e al 55% del commercio internazionale, guidata da un G7 progressivamente inclusivo, che poi imponga alle non-democrazie o alle democrazie che producono squilibrio un accesso condizionato. Nel concetto di “globalizzazione differenziale” l’entità principale è la nazione e non uno standard astratto al quale ogni nazione deve adattarsi. L’aggregazione di nazioni deve tener conto del requisito di bilanciare ogni loro apertura con un vantaggio netto affinché l’apertura stessa non provochi danni (Pelanda e Savona, Sovranità & ricchezza, Sperling, 2001). Ciò implica un aggregato di sovranità, non condivise come l’Ue, ma “convergenti” e “reciprocamente contributive” che nel libro Nova Pax (2015) ho voluto chiamare “Free Community”. Tale principio di composizione delle nazioni implica il diritto per ciascuna di regolare i flussi di confine in base ai propri interessi specifici, anche quelli di persone. Fine dell’universalismo dei diritti e immoralità della globalizzazione differenziale? C’è una soluzione attiva: invece di aprire i confini a troppi migranti, l’alleanza tra democrazie dovrebbe intervenire nelle nazioni incapaci di dare sicurezza e lavoro alla popolazione per metterle a posto, con le buone e con le cattive. Neo-imperialismo, ri-colonizzazione, guerre? Io trovo morale, economicamente realistico e strategicamente più sicuro attuare condizionamenti bastone/carota per imporre standard di civiltà democratica al mondo piuttosto che doversi chiudersi a esso, accettandone il male. Spero che l’America si orienti verso questa dottrina della “globalizzazione differenziale”, e non verso la chiusura, ritrovando l’utilità di essere “impero del bene” e trainando gli europei fuori dal letargo.

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