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Carlo A. Pelanda
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Milano Finanza

2015-5-29

29/5/2015

La regolazione prudenziale appare imprudente

I regolatori del sistema finanziario tendono ad invocare la lezione della crisi del 2007-08 quando elaborano nuovi standard prudenziali. Ma analizzandone i criteri viene da chiedersi se questi abbiano un’immagine corrispondente alla realtà di quella crisi e di come funzioni il sistema finanziario stesso. Il dubbio nasce dall’osservazione che i regolatori applicano una teoria del rischio discreta e non sistemica: assumono che il rischio possa essere minimizzato più a livello di singola unità che a livello di complesso dei flussi finanziari. Si porta ad esempio la quantità di banche cadute in insolvenza durante ed appena dopo la crisi per eccessi di leva e/o di sproporzione tra mezzi propri ed impieghi e da ciò si deriva, semplificando, che gli istituti debbano avere più patrimonio per resistere a situazioni di stress. Ma proprio nell’analisi di quanto successo durante la crisi si può ipotizzare che anche soggetti ben patrimonializzati e con molta liquidità in riserva sarebbero andati nei guai. Il punto: se si blocca, come successo nel 2007-08, il flusso internazionale di scambi finanziari, allora lo stress non è gestibile solo a livello di singola unità. Se la terra sotto la casa sparisce, la minore o maggiore robustezza della casa è irrilevante. Pertanto un buon modello di regolazione dovrebbe basarsi sulla classificazione dei livelli di vulnerabilità delle singole unità in relazione al tipo di evento ed alle contromisure sistemiche predisposte. Per quanto è possibile capire dagli stress test finora attuati, il modello in atto tende invece a definire le soglie di vulnerabilità di una unità senza precisare il resto. Mi chiedo se la difficoltà politica di organizzare il soccorso sistemico, o come prestatore di ultima istanza o come idraulico che sturi i tubi in cui passa la liquidità globale quando si bloccano, abbia concentrato eccessivamente il problema sulle singole unità. Se così, allora il modello di corrente sarebbe criticabile perché ispirato dal fare “la cosa più semplice” e non “quella più giusta”. Dovremmo studiare di più la materia per poi capire quanto costo prudenziale e di prevenzione vada caricato sulle singole unità e quanto, invece, su funzioni sistemiche. Ma quello che mi preoccupa di più è la restrizione nelle funzioni di garanzia di ultima istanza per lo scopo dichiarato di dissuadere il mercato dal praticare azzardi: il problema c’è, ma pensare di risolverlo togliendo il pilastro della fiducia in un sistema di monete fiduciarie è un azzardo (idealistico) peggiore. Infatti ai regolatori va consigliata più prudenza.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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