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Carlo A. Pelanda

Milano Finanza

2015-5-22

22/5/2015

La necessaria riconvergenza tra Bce e Fed

Geopolitica monetaria. La divergenza tra Fed e Bce potrà durare per un po’, ma non molto. Il fatto che correntemente gli operatori di mercato orientino le loro posizioni su Borse ed obbligazioni in base al cambio euro-dollaro, cosa che genera volatilità per la correlazione inversa tra i due, è gestibile. Per esempio, né Fed né Bce (né il mercato) hanno interesse che avvengano oscillazioni incontrollate dei corsi azionari e su questo punto è probabile una “convergenza implicita”. Un po’ di pause o ribassi temporanei fanno bene alle Borse perché se non scendono poi non possono risalire e così continuare senza traumi il lungo ciclo espansivo, iniziato nel 2009. Infatti i due scenari che in queste settimane stanno dividendo le opinioni degli investitori - forte e prolungata correzione al ribasso delle Borse vs rialzo robusto - sono ambedue troppo netti ed estremi: pur in situazione di divergenza delle politiche monetarie resta una collaborazione gestionale tra Banche centrali che rende più probabile una sequenza di piccoli ribassi e rialzi entro una tendenza complessivamente espansiva. Ma se nel prossimo futuro non vi sarà una “convergenza esplicita” tra Bce e Fed diventerà più difficile governare i mercati. Al momento la Fed sta perseguendo la futura convergenza “passivamente” rinviando l’avvio del rialzo dei tassi. La Bce è nel pieno del Qe e deve tenerlo in pressione per almeno un anno. Quindi la prima occasione di convergenza di fatto potrebbe essere visibile nella primavera del 2016 se la Bce comunicherà che il Qe sta avendo i risultati sperati, facendo scontare al mercato l’avvio della euronormalizzazione a fine anno, permettendo così alla Fed di fare lo stesso in modi sincronici. Le elezioni presidenziali in America potrebbero rimandare di qualche mese questo scenario. In sintesi, la Fed appare orientata ad aspettare che la Bce torni nella possibilità di sgonfiare il suo bilancio per avviare il rialzo dei tassi. Ma questo tipo di convergenza, pur riducendo la volatilità in prospettiva, non basterebbe a risolvere il problema di come passare senza traumi dalla politica di iperliquidità a quella di rinormalizzazione. Il punto: se dal 2017-18 le banche centrali daranno meno liquidità al mercato allora dovranno concedergli un altro tipo di droga per evitare crisi di astinenza. E la miglior nuova droga è un accordo esplicito tra dollaro ed euro, e G7, che implichi la gestione comune delle crisi: meno liquidità, ma più libertà di agire in azzardo speculativo perché c’è un robusto ed illimitato prestatore di ultima istanza. Old normal, new bingo.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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