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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2014-11-17

17/11/2014

E’ inaccettabile un futuro di stagnazione dopo 3 anni di recessione

La crescita del Pil italiano nel 2014 sarà ancora negativa, tra meno 0,3% e 0,4% in relazione al 2013. E’ il terzo anno di recessione ininterrotta, pur in questo attutita. La maggioranza delle previsioni relative al triennio 2015 – 2017 mostrano una crescita positiva, ma talmente piccola da doverla definire stagnazione, cioè un incremento del Pil che nemmeno arriva allo 1%. Tale dato proiettivo è coerente con le attese di reflazione dell’Eurozona da parte della Bce: almeno 2 o 3 anni per arrivare ad un’inflazione vicina al 2% dallo 0,5% medio circa corrente. E’ questa ripresa poca e lentissima, per altro a rischio di ricaduta in decrescita, accettabile? Non lo è. La crescita non solo non sarà sufficiente a riassorbire la disoccupazione (vicina al 13% della forza lavoro) creata dalla lunga recessione precedente, ma impedirà il risanamento di molte aziende che finora hanno “tenuto” con il rischio di ridurre ulteriormente gli occupati. La crescita piatta renderà meno sostenibile il debito pubblico, ora arrivato attorno al 130% del Pil. In generale, la mancanza di notizie ed evidenze positive manterrà bassa la fiducia nel futuro di imprese e famiglie. Ciò farà restare minimi i consumi e gli investimenti. Se non torna l’ottimismo, cioè un motivo psicologico per spostare i risparmi (cresciuti nel 2014) verso più consumi ed aumentare la domanda di credito per nuove espansioni aziendali, la stagnazione del mercato interno continuerà, ma con effetti sempre più erosivi. Potrà il successo crescente dell’export italiano, anche favorito nelle aree non-euro dal riallineamento del cambio tra euro stesso e dollaro, bilanciare le tendenze negative nel mercato interno? Un po’, ma non a sufficienza. Potranno le misure stimolative varate o in procinto di esserlo dal governo migliorare la situazione? Forse di qualche zerovirgola, ma non appaiono così forti da dare uno scossone euforizzante alla fiducia: le tasse restano troppo alte, la burocrazia troppo bloccante, i costi sistemici ancora troppo elevati. Così la fiducia resta bassa perché le famiglie e gli attori economici, appunto, non vedono all’orizzonte credibili miglioramenti. Infatti la massa di liquidità a costo minimo resa disponibile dalla Bce, pur con effetto stimolativo importante, non sta producendo un aumento sensibile della domanda di credito. In modo pacato, ma con preoccupata incisività, va segnalato al governo che quello che sta facendo e progettando potrà evitare future recessioni, ma non una stagnazione prolungata che poi farà cadere l’Italia in una spirale depressiva. Deve fare di più.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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