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Carlo A. Pelanda

LaVerità

2016-11-29

29/11/2016

Il No non sarà inferno né il Sì paradiso

Cercherò qui di immaginare le conseguenze economiche della vittoria del No o del Sì al referendum. La vittoria del “no”, ipotizzando che il governo Renzi si dimetta, comporterebbe il crollo dell’Italia? L’agenzia di rating Fitch, due mesi fa, ha annunciato che la fine del governo Renzi avrebbe comportato il blocco delle riforme di efficienza e, soprattutto, una prospettiva d’instabilità e che sarebbero stati motivo per degradare l’affidabilità del debito italiano. Da un lato, tale assist di Obama sarebbe un problema – ma solo se anche S&P seguisse - perché il voto attuale dell’Italia è solo di una tacca sopra quello che identifica i “titoli spazzatura” e l’eventuale degradazione porterebbe un maggior costo di rifinanziamento del debito. Dall’altro, la prezzatura del rischio d’insolvenza è fatta dal mercato valutando altri fattori, spesso in divergenza con le valutazioni delle agenzie di rating. Il principale di questi, nelle contingenze, è che ogni mese la Bce acquista, via Banca d’Italia, una montagna di titoli di debito italiano sul mercato secondario, nell’ambito del programma PSPP finalizzato a reflazionare l’Eurozona aumentando la massa di liquidità disponibile a basso costo. Se il mercato decidesse di speculare al ribasso contro il debito italiano troverebbe una Bce che comunque ne sostiene indirettamente gli acquisti e gli operatori inclini a tale mossa rischierebbero di perdere i soldi. E se alcuni operatori decidessero di non presentarsi alle aste di rifinanziamento perché decidono di fuggire dall’Italia? Ne verrebbero altri, attratti dal fatto che il Tesoro, per sedurre gli investitori, alzerebbe il premio di rischio di un’emissione di titoli che, però, è di fatto difesa dallo scudo Bce. Per tale motivo il rialzo del premio non dovrebbe essere troppo elevato, e diventare insostenibile, ma ne basterebbe uno moderato. Gli operatori, facendo un tipico calcolo rischio/rendimento, comprerebbero volentieri titoli di fatto garantiti dalla Bce, fino a che durerà il PSPP, e che rendono parecchio più (spread) di altri comparabili dell’Eurozona. Forse nei primi giorni della discontinuità ci potrebbe essere una turbolenza, ma il Tesoro, saggiamente, ha rinviato l’asta di rifinanziamento prevista per i primi di dicembre, eliminando l’occasione per speculazioni estreme. Su questo piano, nel breve, non vedo enormi problemi. La Borsa ne avrà, ricordando che nel 2016 si è svalutata del 25% a causa del deprezzamento delle banche il cui indice di settore pesa molto su quello generale? Se una parte del mercato la abbandonasse, i prezzi delle aziende quotate, scendendo, diventerebbero talmente attraenti da attirare altri operatori. Anche qui non vedo enormi problemi. Ne vedo di più se i fondi sovrani e altri soggetti finanziari che hanno condizionato il loro ingaggio nella ricapitalizzazione di MPS alla continuità del governo Renzi, perché con questo hanno siglato un qualche accordo, si tirassero indietro. Ma penso che il Tesoro, primo azionista dell’istituto, abbia pensato a un piano B o persuadendo altri attori nazionali a metterci i soldi e/o preparando un intervento di Stato, formalmente vietato dalla Ue, ma sostanzialmente fattibile. Anche questo problema, pur non facile, lo ritengo gestibile. Ovviamente il mercato confermerà le proprie posizioni quando conoscerà il nome dell’eventuale sostituto di Renzi. Se vedrà Padoan, con il sostegno di un Parlamento che teme il voto anticipato, si sentirà temporaneamente rassicurato perché figura che, pur non aggredendo con incisività i problemi di debito e crescita che rendono fragile l’Italia, comunque qualche minimo stimolo fiscale riesce a farlo, nell’ambito dell’ortodossia contabilista europea che promette non troppo conflitto con la Commissione. In particolare, la Commissione, per non peggiorare l’instabilità politica italiana e aizzare l’antieuropeismo, con Padoan premier o comunque influente, rinuncerebbe probabilmente ad aggiustare con violenza la legge di bilancio che finanzia troppo in deficit le stimolazioni fiscali, con vantaggio di breve per la nostra economia. L’unico grosso problema nel caso della vittoria del “no” sarebbe la permanenza dei poteri concorrenti tra Stato e Regioni che permette alle seconde di bloccare o tardare progetti d’interesse nazionale, in particolare quelli infrastrutturali, che sono la più grande leva disponibile per la ripresa. Il mercato sconterebbe, qui a ragione, una stagnazione lunga per mancanza del volano di crescita. Ma poiché il problema è gestibile in via politica, e attraverso leggi ordinarie fatte in modo accorto, il caso peggiore potrebbe essere evitato da una conduzione politica competente. Resterebbe a danno dell’Italia la previsione d’instabilità politica, ma ciò è facilmente gestibile attraverso una legge elettorale rassicurante. In sintesi: nessun disastro se Renzi si dimette. E se resta? Nel breve potremmo avere un picco (temporaneo) di rialzo in Borsa. Ma a marzo l’Ue ne punirebbe l’eurodivergenza, forzando un aggiustamento tassista del bilancio per tapparne i buchi, per non essere accusata di lassismo da parte della Germania e simili. In generale, il mercato manterrebbe una posizione dubbiosa sull’Italia perché il riformismo di Renzi si è dimostrato insufficiente per rendere solido il sistema. Ciò rende incline il mercato a pensare che il ciclo di questo leader italiano si sia comunque esaurito e a iniziare a guardare al prossimo. Ma quello che vede non lo rassicura e, alla fine, se questo problema non sarà ben risolto l’Italia resterà in purgatorio, che vinca il No o il Sì.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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