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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2016-10-23

23/10/2016

Il ruolo italiano nel mondo in bilico tra ordine e caos

L’aumento dell’instabilità globale dipende, semplificando, dalla riduzione del potere imperiale americano che ha lasciato spazio a nuove potenze regionali e che non riesce più a imporre convergenze né agli alleati né alle nazioni rilevanti del pianeta. Il mondo è in transizione tra la fine della Pax Americana e una nuova configurazione non prevedibile, ma che al momento si segnala come tendenza verso il disordine: la formazione di tanti blocchi regionali in potenziale conflitto sia militare sia economico tra loro. Da un lato, non è una sorpresa, ma il semplice ritorno alla “normalità storica” sospesa dal 1945 in poi dall’anomalia di un ordine mondiale basato su una potenza unica o comunque su un bipolarismo che ha sortito un effetto simile di limitazione dei conflitti (rilevanti) e di compressione delle volontà di potenza o protezionistiche del resto delle nazioni. Dall’altro, se questa tendenza non fosse invertita verso un nuovo ordine, la sorpresa dei cittadini che vivono in democrazie diventate ricche e debellicizzate grazie all’ombrello di protezione economica e militare statunitense sarebbe quella distruttiva di subire gli impatti impoverenti e di sangue causati dal dissolvimento dell’ordine mondiale amerocentrico. Questo vi deve entrare in testa, lettori, ma senza fasciarla perché lo scenario non è ancora determinato e quindi c’è la possibilità di ricostruire un ordine mondiale che perpetui l’anomalia storica positiva in atto dal 1945, anche se in nuovi modi. Inoltre, fortunatamente, il mercato non ha ancora scontato lo scenario di disordine mondiale – cioè assenza di un prestatore di ultima istanza in caso di guai globali, frammentazione e ri-nazionalizzazione protezionista del mercato internazionale e conseguente depressione, ecc. – anche perché c’è un residuo del vecchio ordine che tiene insieme il sistema pur subendo le scosse della nuova incertezza: la fiducia economica sul futuro non è crollata, ma ha bisogno di novità positive per rinforzarsi. Le cronache danno enfasi al tentativo della Russia di allargare aggressivamente la propria influenza riempiendo il vuoto lasciato dall’America, così come fa l’Iran con ambizioni di potenza regionale in conflitto con l’Arabia, vera causa del conflitto siriano, così come la Cina sta espandendo il proprio potere nel Pacifico per toglierlo all’influenza statunitense, ecc.. Ma queste e altre situazioni di instabilità sarebbero risolte se si ri-formasse un centro di potere grande abbastanza per (ri)produrre una pax globale. Molti sostengono che la soluzione è multilaterale ed entro il G20. Ma è un’illusione: il G20 è un forum che non può diventare un centro di governance globale a causa della divergenza di interessi tra i suoi partecipanti. Più realistico è puntare l’attenzione sulla capacità dell’America di interrompere la propria ritirata dal mondo e dell’Europa di convergere con essa, assieme alle democrazie più simili - Giappone, Australia, Canada, ecc. - per formare una Nova Pax come successore della Pax Americana: in sostanza, una più forte alleanza politica ed economica tra le nazioni del G7, inclusiva. Obama ha tentato di costruirla come area di mercato integrato tra democrazie sul lato atlantico e del Pacifico, incernierate dall’America. In questo disegno, avviato nel 2013, c’è la consapevolezza che l’America non possa più essere locomotiva e guardiano unici del globo. Ciò fu già chiaro a Kissinger nel 1973, quando abbozzò il concetto d’impero condiviso, e a Bush nel 2000 quando contrappose al globalismo di B. Clinton la dottrina dell’interesse nazionale. E fu chiarissimo quando Bush stesso ingaggiò l’America in un impegno diretto globale, per reazione agli attentati del 2001, che eccedeva le sue capacità economiche e di tolleranza alle bare, generando la necessità di condivisione di costi e sforzi imperiali. Nel 2016 il progetto di “impero condiviso” è stato bloccato dai dissensi contro i trattati di libero scambio Tpp, sul Pacifico e in funzione anticinese, e Ttip, euroamericano e in funzione antirussa. H. Clinton probabilmente vincerà le elezioni e ripristinerà il programma di “re-ingaggio” dell’America nel globo, oscurato in campagna per non avvantaggiare l’isolazionismo di Sanders e Trump. Il reingaggio dovrà necessariamente rilanciare i trattati sopra citati, pur modificati, per creare un’alleanza G7 estesa con solida e reciprocamente bilanciata base economica. L’intensità dipenderà dalla maggioranza nel Congresso ma Clinton tenterà questa strada. Se così, dovremo chiederci come creare le condizioni di consenso nell’Ue per ricostruire la convergenza euroamericana. Ed essere consapevoli che l’Italia, sia come presidente di turno del G7 nel 2017 sia come membro Ue, avrà un peso fortissimo nelle scelte. Il punto: il mondo è in bilico tra nuovo ordine e caos, l’Italia è rilevante nello scacchiere e quindi il pensiero politico e quello nelle teste dei lettori dovrebbero essere più consapevoli della co-responsabilità ordinatrice di Roma.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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