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Carlo A. Pelanda

LaVerità

2016-10-16

16/10/2016

La priorità di ridurre il rischio politico

Il referendum costituzionale va visto non solo con criterio di parte, caldo, ma anche di interesse nazionale, freddo. Il mercato finanziario internazionale, la cui opinione determina la quantità di investimenti esteri in Italia, influenza quelli interni e stabilisce il costo di rifinanziamento del nostro debito, percepisce un aumento del rischio politico nel caso vincesse il no. Trovo inutile la discussione su quanto il mercato sbagli ed esageri o abbia ragione, mentre ritengo produttivo il chiedersi come lo si potrebbe rassicurare. Inoltre, in base alle mie esplorazioni, è probabile che il rischio politico percepito dell’Italia resti comunque elevato anche in caso di vittoria del sì. Pertanto c’è un problema generale di “sicurezza economica” - nome che indica anche una recente e importantissima funzione dello Stato alla quale sono indirizzate le ipotesi qui formulate - che va analizzato, appunto, in termini freddi e cercando soluzioni realistiche. Per riuscirci, prima di tutto, bisogna capire se l’opinione esterna (media, fondi e banche d’investimento, agenzie di rating) che il no sarebbe destabilizzante sia stata sollecitata o meno dal nostro governo per marcare la necessità del sì. Se fosse un machiavello, infatti, il problema sarebbe meno grave. Pur non potendolo escludere, dalla mia indagine è emerso che l’opinione negativa del mercato sull’Italia sia prevalentemente basata su una valutazione indipendente. Pertanto il problema è grave. Qual è il punto? In generale, a breve-medio termine, gli analisti finanziari temono che un governo Renzi sconfitto o indebolito poi apra la strada a elezioni dove vinceranno partiti ritenuti irrazionali. In particolare, a breve, osservano che la soluzione privata per la riparazione del sistema bancario richiede un’azione facilitatrice riservata del governo per convincere attori privati a metterci i soldi e che se questo cadesse, e con esso gli accordi stilati con i salvatori, la riparazione salterebbe, portando a una crisi bancaria difficile da contenere. Tale analisi è corroborata dalla posizione di alcuni enti finanziari esteri che attendono l’esito del referendum per confermare l’ingaggio nella riparazione. Ma è contraddetta da altri che comprano con forte sconto beni e finanza italiani, evidentemente non prevedendo catastrofi. Il quadro, infatti, è confuso, ma è chiaro che la posizione del mercato sull’Italia, che sia espressa come richiesta di sconto fuori misura o come rinvio dell’ingaggio, indica la percezione di un elevato rischio politico, peggiorato se vincesse il no, ma che resterebbe elevato anche in caso di vittoria del sì. Prova ne è l’aumento del premio di rischio richiesto dal mercato per rifinanziare il debito italiano, cioè dello “spread”, nonostante il programma Bce che ne acquista tonnellate ogni mese, di fatto garantendolo. In vista della fine di tale programma, il mercato ritiene che l’Italia non riuscirà a diventare affidabile con mezzi propri. Sensazione peggiorata sia da una legge di bilancio 2017 che mostra spese e detassazioni non coperte da tagli della spesa complessiva e quindi vulnerabile a correzioni fiscali con impatto recessivo sia dalla prospettiva di elezioni con vittoria di partiti irrazionali. In sintesi, il mercato teme il no, ma anche in caso di vittoria del sì non sarebbe tranquillo. In questa situazione mi sembra evidente la necessità di un piano nazionale di prevenzione. In caso di vittoria del no: attivare l’intervento di Stato (temporaneo, sui 40 miliardi) per la ricapitalizzazione di alcune banche e per sostenere lo smaltimento dei crediti deteriorati, forzando i divieti Ue, ma minimizzando la frizione con opportuna diplomazia, e lasciando filtrare al mercato subito la possibilità tale opzione. Che vincano il sì o il no, la prevenzione di medio è la stessa: sostenere l’idea di Draghi, ora allo studio, di continuare il programma Bce di acquisto degli eurodebiti, ma variandone le quantità nazionali, per esempio più titoli italiani e meno tedeschi, per rendere sostenibile il programma stesso e riportare a tassi positivi i rendimenti dei bund germanici. Ciò favorirebbe Merkel nelle elezioni dell’autunno 2017, non troverebbe Bundesbank di traverso e farebbe tornare la fiducia sull’Italia. Per ridurre il rischio prospettico potrebbe essere utile una legge elettorale proporzionale che permettesse coalizioni ibride post-elezioni, considerando che la maggioranza è formata da preferenze di centrosinistra e centrodestra e solo una minoranza, pur robusta, attratta da offerte irrazionali che spaventano il mercato. Su questo punto delicato serve una valutazione del Presidente della Repubblica oltre ad un Suo monitoraggio diretto della legge di bilancio, che va riordinata, del rischio di crisi bancaria e delle scelte Bce. La debolezza del governo chiama ancora una volta il Quirinale a muoversi in “modi d’eccezione” per la difesa della sicurezza economica nazionale. E per ridurre la paura che comprime la libertà di scelta degli elettori.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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