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Carlo A. Pelanda

LaVerità

2016-10-2

2/10/2016

Più realismo nelle regole è il vero salvabanche

Quando finirà l’incertezza sulle banche dell’Eurozona e, in particolare, dell’Italia? Avrebbe dovuto terminare già nell’autunno del 2008, come in America, per sostenere una ripresa rapida dopo la crisi, ma dura ancora soffocando la ripresa stessa. La situazione è surreale: non c’è in realtà una vera crisi bancaria in Europa e tantomeno in Italia, ma la lentezza e gli errori di regolatori e governi nella soluzione dei problemi la stanno creando. Serve più pressione da parte dell’opinione pubblica per evitare questo pericolo.
I problemi delle eurobanche, semplificando, sono tre. Pesanti passività ancora presenti nei bilanci a causa della crisi finanziaria del 2008 e successiva recessione, per esempio la massa di crediti deterioriati o di prodotti finanziari compromessi di ambigua valorizzazione. Regole che impongono di congelare una quantità eccessiva di capitale di garanzia e vietano aiuti di Stato agli istituti in caso di guai. Una situazione di mercato che impone un nuovo modello di affari. Sono convinto che la revisione delle regole poi faciliti sia lo smaltimento dei problemi del passato sia l’innovazione per il futuro.
La principale regola da correggere è il recente meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie applicato nell’Eurozona, noto come bail-in, cioè salvataggio che presuppone solo parzialmente l’intervento di denaro statale e coinvolge azionisti, obbligazionisti ecc. delle banche stesse. Apparentemente tale regola è sensata perché induce maggiore prudenza negli azionisti di una banca e, di conseguenza, nella loro scelta degli amministratori. Ma ha un enorme difetto: crea ambiguità sull’esistenza o meno di un prestatore o garante di ultima istanza in caso di guai per un istituto o per l’intero sistema. La priorità della regolazione è la difesa della fiducia. Su una regola la mina allora è sbagliata. L’errore si può correggere mantenendo la responsabilità degli azionisti, cioè il loro rischio di perdere tutto se non scelgono e controllano bene gli amministratori, ma permettendo aiuti di Stato quando la difesa della fiducia su una banca lo richiede. Per esempio, se l’Italia avesse avuto il permesso da parte dell’Ue di creare un “fondo di eventualità” attorno ai 50 miliardi sia per ricapitalizzare banche in stress sia per garantire lo smaltimento dei crediti deteriorati più rischiosi e non solo quelli che lo sono meno, ora non soffrirebbe il male dell’incertezza bancaria e delle sue conseguenze depressive. Da un lato, la regola del bail in è stata motivata principalmente dall’intento di non aumentare il debito degli eurostati. Dall’altro, il possibile effetto stabilizzante di questa misura è stato totalmente annullato e invertito dal suo essere diventata una mina per la fiducia. Dove puntare la pressione dell’opinione pubblica? Evidentemente non sui dettagli tecnici, ma sulla teoria che ha ispirato tale errore. Nel pensiero europeo influenzato dall’idealismo economico e monetario di scuola tedesca c’è la strana idea che “stabilità” sia sinonimo di “fiducia” e che per difendere la seconda basti mantenere la prima. In realtà, quando la fiducia è a rischio, bisogna destabilizzare il sistema per ripristinarla, cioè aumentare il debito se serve. Questo pragmatismo è stato adottato dall’America che non ha esitato un attimo a ricapitalizzare con soldi statali le banche stressate e risanarle in breve tempo, aiutando così una ripresa grazie alla quale poi il debito specifico si è ridotto. Pertanto la pressione dovrebbe chiedere più pragmatismo e velocità delle soluzioni. Analoga pressione sotto la bandiera del pragmatismo dovrebbe essere fatta per adattare i requisiti di capitale di garanzia delle banche e i tempi di smaltimento dei crediti deteriorati alle condizioni realistiche delle stesse. Se una banca è solida, lo smaltire i crediti deteriorati in cinque anni invece che in uno,appunto, sotto un ombrello di protezione statale se serve, renderebbe l’operazione fluida e non penalizzante. Così come la richiesta dei regolatori di aumentare il capitale di garanzia degli istituti calibrandone la quantità in caso di eventi avversi estremi andrebbe rivista: se succedessero tali eventi, infatti, sarebbero gestibili solo da un intervento d’emergenza della Banca centrale e non certo dai singoli istituti che, pertanto, è inutile caricare di garanzie proprie eccessive. In conclusione, regole più pragmatiche risolverebbero rapidamente il problema dell’incertezza bancaria in Europa. In Italia, al nostro governo va chiesta più determinazione nelle trattative con l’Ue per accelerare con facilitazioni e garanzie sovrane la soluzione rapida di casi quali la ricapitalizzazione di MPS, il consolidamento dell’importantissimo sistema delle BCC, l’acquisto delle banche commissariate e compromesse da parte di quelle in bonis, ecc. Ogni giorno di ritardo ci costa miliardi. E’ veramente ora di fare pressione, popolare, anche invocando l’Articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio “in tutte le sue forme”.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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