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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2011-6-20

20/6/2011

L’Italia non può permettersi il declassamento

L’agenzia di “rating” (valutazione) Moody’s ha annunciato venerdì scorso che potrebbe abbassare il voto di affidabilità del debito pubblico se l’Italia non dimostrerà entro tre/sei mesi di renderlo sostenibile sia riducendolo sia facendo più crescita. Un mese fa la stessa posizione fu presa da un’altra agenzia, Standard & Poor’s. Tremonti ha reagito minimizzando e delegittimando gli istituti di “rating” ricordandone gli errori del passato, per esempio il voto di massima affidabilità a prodotti finanziari con sottostante i mutui insolventi americani. Ma questo è un errore suicida.

I fatti dimostrano che il mercato finanziario globale segue le indicazioni delle agenzie di valutazione. E se il debito italiano verrà declassato costerà di più il suo rifinanziamento periodico (nuove emissioni per ripagare i titoli giunti a maturazione). Non solo. Il declassamento renderà più vulnerabile il debito italiano (120% del Pil) al contagio dell’ eventuale crisi di insolvenza della Grecia e, più in generale, alla minor fiducia del mercato nei confronti dei debiti sovrani troppo grandi e per questo sempre più sospettabili di non poter essere ripagati, cioè di un destino di parziale insolvenza. Persino i debiti finora considerati credibilissimi di Stati Uniti (oltre il 100% del Pil) e Giappone (oltre il 200% del Pil) sono a rischio di declassamento perché recentemente rigonfiati. Appunto, al primo incidente il contagio di sfiducia toccherà certamente il debito italiano trasformandone i titoli in carta straccia e costringendo lo Stato a rifinanziarlo spendendo cifre stellari, fino al punto da forzarlo all’insolvenza o a richiedere  soccorso esterno, perdendo la sovranità, come successo alla Grecia ed al Portogallo. E toccherà prima all’Italia che alla Spagna perché la seconda ha molto meno capacità industriale, ma ha anche un molto minore volume di debito. In questo scenario, ripeto, è semplicemente suicida minimizzare i messaggi che vengono dalle agenzie di valutazione. La giusta risposta è quella, invece, di rendere credibile l’Italia alla valutazione da parte del mercato. Immagino che queste parole possano irritare molti lettori che vi vedono una schiavitù nei confronti del mercato. Ma devono capire la realtà. Le istituzioni finanziarie che comprano titoli di debito devono basare le loro decisioni su un qualche criterio. Poiché il fare analisi in proprio del merito di ogni emissione sarebbe troppo costoso, preferiscono affidarsi alla valutazione di agenzie private specializzate scegliendo quella più credibile. A loro volta le agenzie di “rating” sono in concorrenza sul piano della credibilità. Dopo gli errori del recente passato, queste agenzie sono diventate più rigorose. Per questo il mercato ne segue le indicazioni. Anche perché coincidono con le valutazioni fatte dalle istituzioni pubbliche internazionali. Infatti i motivi di allarme sull’affidabilità del debito italiano sono gli stessi dichiarati, pur con linguaggio più diplomatico, dalla Banca d’Italia, dalla Bce, dal Fmi, dalla Ue, ecc. In sintesi: il rigore senza sviluppo alla fine annulla il primo. Significa che l’Italia dovrà sia puntare al pareggio di bilancio, per non fare più deficit annui e quindi non aumentare il debito, sia ridurre di tanto le tasse per stimolare più crescita con la quale rendere credibile la sostenibilità del debito stesso. Significa che il progetto di riforma fiscale ora allo studio da parte di Tremonti, e che prevede solo lo spostamento delle tasse senza ridurle, è inutile e perfino controproducente in relazione alla priorità di rendere affidabile l’Italia agli occhi del mercato. 

(c) 2011 Carlo Pelanda
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