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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2010-11-15

15/11/2010

La priorità del debito determina una sola scelta politica

L’arte pragmatica di buon governo consiste, prima di tutto, di gestire le priorità. L’Italia si trova di fronte a due priorità di brevissimo termine: quella politica di trovare un governo stabile e quella tecnica/economica di schivare l’ondata di sfiducia sui debiti eurodenominati innescata dalle situazioni ai limiti dell’insolvenza, oltre che della Grecia, di Irlanda e Portogallo ed altri. Se la sfiducia fosse estesa all’Italia, con un debito colossale ed una crescita economica troppo bassa  per reggerlo, il costo di rifinanziamento del debito stesso – lo Stato deve rinnovare circa 200 miliardi di titoli in scadenza ravvicinata – diventerebbe insostenibile e/o il mercato perfino non vorrebbe comprare i titoli italiani aprendo non solo una crisi nazionale, ma di tutta l’Eurozona. Questo perché il volume del debito italiano eccede le capacità dell’intero eurosistema di garantirlo se diventasse ad alto rischio di insolvenza, come invece è successo per la piccola Grecia e succederà nei prossimi giorni per la ancor più piccola Irlanda e, forse, per il Portogallo. Il disordine politico certamente non aiuta la tenuta della fiducia sul nostro debito ed è interesse nazionale immaginare e raccomandare sulla stampa una soluzione per combinare le due priorità.   

Il Quirinale ha messo una pezza “imponendo” a governo e parlamento di, prima, approvare la legge di bilancio per il 2011 con saldi che almeno non aumentino troppo il debito complessivo, e solo poi formalizzare l’eventuale crisi della maggioranza. Va rilevato che il Presidente delle Repubblica ha dichiarato di fatto lo “stato eccezione”, cioè la sostituzione d’autorità di un sistema politico eletto perché nel caos, assumendo poteri di governo che formalmente non ha. Ma ha fatto bene perché ha dato al mercato il segnale che in Italia c’è ancora un minimo d’ordine. Tuttavia, questa pezza durerà poco. Lo si vede nell’aumento del costo di riassicurazione contro il rischio di insolvenza dei titoli di debito italiani preteso dal mercato per comprarli. Da un lato, tale costo è ancora inferiore a quello dei titoli di Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna, ma è sempre di più in questa categoria (Piigs) e sempre più lontano da quella dove c’è la Germania. Commenterò in un altro momento l’assurdità di costi differenti di rifinanziamento dei debiti nazionali in ambiente di moneta unica, segno di una architettura totalmente sbagliata, ma ora dobbiamo fare i conti con un serio rischio di “patatrac”. Per evitarlo dovremo mostrare al mercato che: (a) c’è un governo stabile; (b) che l’Italia non aumenterà il debito, quindi di fatto riducendolo per l’effetto tecnico dell’inflazione; (c) sia portando il deficit annuo di bilancio verso lo zero sia aumentando la crescita del Pil; (d) senza aumentare le tasse che deprimerebbero la già poca crescita. In questa materia non c’è più possibilità di scelta politica – destra, sinistra, verde o blu  – perché l’entità del debito ha tolto la sovranità all’Italia e quindi svuotato di potere orientativo il voto democratico. Qualsiasi governo può fare una cosa sola, le quattro condizioni dette, perché se non le fa la nazione va in insolvenza e conseguente catastrofe. La politica ha un mese, forse due, per mostrare che saprà farlo, questo il massimo tempo concessole dalla priorità del debito. In queste condizioni la soluzione più pratica è ricostruire la compattezza del centrodestra eletto nel 2008, con un qualche compromesso, e garantire il mercato che resterà stabile fino al termine del mandato. 

(c) 2010 Carlo Pelanda
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