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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2010-10-11

11/10/2010

La guerra delle valute penalizza l’euro e l’Italia

Sta aumentando la divergenza tra nazioni in materia di cambi e politiche monetarie. Tale tendenza comporta un pericolo grave di instabilità complessiva e gravissimo per l’eurozona e, in particolare, per l’Italia. Nei vertici multipli - G7 e Fmi – tenutisi a Washington nello scorso fine settimana la divergenza non è stata ricomposta ed il prossimo appuntamento per farlo sarà il summit  G20 di novembre. Ma questo organismo dimostra  interessi troppi diversi per essere composti.  Pertanto il problema resterà irrisolto nel prossimo futuro. Si riuscirà ad evitare il disastro?

Tutte le monete, con l’eccezione dell’euro, sono da mesi pilotate al ribasso l’una contro l’altra. La Cina non vuole rivalutare la yuan per non penalizzare le esportazioni che ne trainano la crescita. Il Giappone non vuole che lo yen si rivaluti per lo stesso motivo. La Riserva federale statunitense sta stampando dollari per comprare titoli di debito americano allo scopo di stimolare la ripresa troppo lenta, più con manovra monetaria (bolla di liquidità) che di bilancio e fiscale, e ciò fa perdere valore al dollaro. L’Amministrazione Obama favorisce la svalutazione competitiva per aumentare l’export e ridurre le importazioni dall’Asia che riducono le produzioni americane ed i posti di lavoro. Lo yuan cinese resta di fatto agganciato al dollaro e se questo va giù l’altro lo segue lasciando inalterato il problema. Per questo Obama ha scatenato una pressione come mai si è visto contro la Cina, anche ripescando quel G7, cioè l’alleanza con gli europei, che nell’estate del 2009 aveva derubricato a favore di un accordo G2 con la Cina. Ma Pechino resta ferma sulla sua posizione e ciò amplifica la svalutazione competitiva degli altri. Appunto, con l’eccezione dell’euro perché la Bce tiene una politica monetaria non inflazionistica. Con il paradosso che l’euro fragilissimo per i noti problemi di insolvenza di alcune nazioni sta diventando la moneta con cambio. Tale situazione, se non corretta, renderà meno competitive le esportazioni di beni eurodenominati penalizzando, in particolare, Germania ed Italia. Ma non è solo questo il pericolo. Quando il cambio del dollaro scende le materie prime prezzate in dollari tendono a salire di prezzo. Quindi nel gioco svalutativo c’è un pericolo crescente di inflazione combinato con una ripresa stagnante. Inoltre il rischio di inflazione è anche aumentato dal fatto che l’abbondanza di liquidità in dollari si trasferisca nelle economie emergenti “sovraccaricandole” e mandandole in inflazione, così globalizzandola. In generale, stampare moneta per finanziare un debito crescente (la sterlina, per inciso, sta seguendo il dollaro su questa brutta strada) o svalutare in modo artificiale sono cause di inflazione. Quindi l’Eurozona rischia sia la stagnazione per minore export sia più inflazione importata dal globo, il secondo rischio meno evidente ora, ma più pericoloso tra poco. La Bce, infatti, è più infuriata con l’America, perché esporta inflazione, che non con la Cina poco collaborativa. E manca un soggetto o luogo di governo che eviti il disastro. Ci sarà? Non credo, pur non potendolo escludere. Da un lato le nazioni non sono disposte ad un accordo monetario vero, dall’altro nessuna vuole il disastro. Pertanto la Riserva federale stamperà meno dollari di quanti ora si pensa, la Cina non rivaluterà, ma farà concessioni stabilizzanti in altri settori, la Bce interverrà riservatamente per limitare il rialzo dell’euro. Ritengo che si eviterà il disastro globale, ma l’Italia resterà comunque sfavorita nel suo export. Quindi stimolare la nostra crescita interna è più urgente che mai.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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