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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2010-8-23

23/8/2010

Il grave errore economico di Obama

C’è qualcosa di strano in America. L’economia reale sta crescendo con passo solido, pur non correndo, ma sta prevalendo il pessimismo economico. La cosa ci interessa in Italia perché la nostra crescita dipende quasi totalmente dall’export, restando il mercato interno piatto, cioè dal volume della domanda globale che è fortemente influenzato dalla locomotiva statunitense. Inoltre, il mercato finanziario americano, anche se meno del passato, è ancora il centro del mondo le sue posizioni ottimistiche o pessimistiche determinano le tendenze negli altri. Cerchiamo di capire cosa succede. 

Un dato negativo, tra i tanti buoni, riguarda un tasso di disoccupazione che resta elevato (9,5%). Da un lato è tipico che dopo le recessioni via sia un periodo di ripresa senza incremento dell’occupazione. Le aziende aumentano i volumi di affari sfruttando al massimo la forza lavoro esistente (e ridotta durante la recessione) aumentando così la produttività ed i margini di profitto, fatto utile e necessario per ripagare i debiti aumentati nel periodo brutto e per dotarsi della riserva di capitale per investimenti futuri. Poi, ad un certo punto, la ripresa ha tale forza che le aziende devono per forza assumere personale per stare dietro alla domanda oppure investono, per reggere la concorrenza, producendo così nuova occupazione e riassorbendo quella persa durante la crisi. Dall’altro, in effetti, il punto di svolta appare in ritardo. La ripresa c’è, le aziende stanno facendo profitti, si nota visivamente che la locomotiva sta aumentando la pressione nella caldaia (chi scrive sta insegnando attualmente in America e la sta girando per un ciclo di  conferenze) ma manca qualcosa per accelerarla e portarla al punto di svolta stesso. Cosa? Tipicamente, semplificando, la crescita e le riprese in America sono trainate più dai consumi interni e meno dagli investimenti e dall’export. In questa crisi (2008-09) è stata distrutta una gran parte delle capacità finanziarie delle famiglie. I tempi tecnici per la ricostruzione dei potenziali di risparmio e spesa saranno per forza di cose non brevi. Pertanto mancherà per ancora un anno, o forse due, la forza finanziaria per avere un piena ripresa ed espansione dei consumi. Ma questo, in teoria, non è un problema. La crescita, infatti, può essere spinta ed accelerata dagli investimenti. Le aziende e gran parte delle famiglie americane che hanno già riparato i loro guai sono piene di liquidità. Ma, ed è qui la stranezza, stanno ritardando la decisione di investimento e, quindi, il punto di svolta detto sopra. Come mai non investono? A fine dicembre scade la legge di detassazione voluta dall’Amministrazione Bush come misura stimolativa per uscire dalla crisi precedente. Gli attori di mercato non riescono ancora a capire se l’Amministrazione Obama la confermerà, la continuerà solo parzialmente o la annullerà. Ed è per questo semplice motivo che ritardano le decisioni. La stranezza è la seguente: il mercato è pronto a sostituire con massicci investimenti quello che manca sul piano dei consumi per accelerare la ripresa, ed il riassorbimento dell’occupazione, ma il governo non crea le condizioni di certezza, e di incentivo, che sono essenziali per le decisioni di investimento. Obama non vuole deludere gli elettori di sinistra o spaventare quelli di destra prima delle elezioni parlamentari del prossimo novembre e resta ambiguo. Ma questa ambiguità sta rallentando un ripresa che potrebbe essere più veloce, mettendo a rischio anche la nostra. L’incapacità dell’Amministrazione Obama appare essere la causa di un pessimismo non motivato da fatti economici reali.  

(c) 2010 Carlo Pelanda
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