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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2010-7-26

26/7/2010

La forza dell’Italia

La situazione dell’economia italiana mostra ombre e luci. Ma, da qualche settimana, le seconde tendono a prevalere con sorprendenti bagliori. Fa impressione il balzo della produzione industriale, quasi una tendenza a boom. La competitività del nostro export, trainato dal rimbalzo della domanda globale e favorito dal calo dell’euro, sta crescendo con molti esempi di audacia commerciale ed eccellenza tecnologica. Anche nel settore agricolo, da anni segnato da cali dei redditi dei produttori, si comincia a vedere qualche scintilla di ripresa. Il turismo ancora soffre, ma non affonda, e tanti esempi mostrano la sua capacità di reinventarsi e restare un motore importante della ricchezza nazionale. Questi dati meritano un commento inusuale.

 Il sistema italiano delle imprese è rimasto vitale, pur alcune sue parti ancora in sofferenza per le conseguenze recessive. Desidero enfatizzarlo non per mancanza di rispetto verso chi è ancora in difficoltà, ma per far vedere che in Italia c’è una sufficiente massa critica di soggetti economici forti, che non si spaventano né si disperano, capaci di resistere alle avversità, invertendole. Nelle cronache prevalgono gli aspetti negativi (per esempio il calo delle capacità di spesa e risparmio delle famiglie per l’impatto recessivo) o la drammatizzazione di problemi specifici, quali la scelta della Fiat di produrre dove le costa meno, ecc., in un contesto di segnalazioni ossessive del disordine politico. Ma sono immagini parziali non corrispondenti alla realtà italiana complessiva.  Qui, infatti, voglio enfatizzare i motivi per l’ottimismo e perfino l’utilità di una certa baldanza guascona. La politica soffoca il mercato con tasse ed inefficienze? Ma è evidente che si riesce a fare impresa lo stesso, basta che il governo tenga un minimo di ordine a cornice. E questo, francamente, riesce a farlo. Se facesse meglio sarebbe più facile per tutti, ma se non lo fa ci sviluppiamo lo stesso. La società italiana, in particolare il suo popolo produttivo,  è più forte della politica. E al Nord la qualità della società produce anche più qualità amministrativa nella politica stessa. In sintesi, non c’è quel disastro morale e tecnico che troppi media lasciano intendere. La Fiat sposta alcune produzioni in Serbia? Affari suoi, l’importante, per l’interesse sistemico, è che nascano nuove imprese tecnologiche e che quelle piccole diventino più grandi per operare globalmente. Sta succedendo, non nella scala e velocità che vorremmo, ma il fatto che avvenga mostra che è possibile. In sintesi, per una Fiat che va, auguri, nasca un’azienda di robotica avanzata. Più ottimismo potrà ampliare tale possibilità. Invece di difendere i posti di lavoro in aziende decotte o che per caratteristiche di settore non possono reggere i costi di produzione in una società con welfare evoluto, si favorisca la nascita o lo sviluppo di nuove imprese che assorbano i lavoratori espulsi da altri settori. Anche i lavoratori dipendenti dovrebbero mostrare un po’ più di audacia che ne incrementi la mobilità sia intellettuale sia geografica invece che lagnarsi se fugge il posto di lavoro vicino a casa, facendo tragedie ed innescando obsolete resistenze sindacali. Ed è un evento nella mente che può provocare questo cambiamento, un cambio di cultura, dove l’individuo prende piena responsabilità del proprio destino non invocando troppe tutele. Ma tale cambiamento culturale potrà avvenire solo se prevarrà la società ottimistica ed audace contro quella lagnosa. La buona notizia è che in Italia questa società ottimistica c’è, è fortissima, deve solo potersi leggere sui giornali.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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