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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2009-9-7

7/9/2009

La ripresa lenta è a rischio di ricaduta

Gli istituti economici internazionali nonché le Banche centrali ed i governi del G20, i cui ministri finanziari si sono riuniti a Londra per valutare la situazione lo scorso fine settimana, prevedono una “ripresa lenta” dell’economia globale. Ma “ripresa lenta”, in realtà,  significa stagnazione per almeno due o tre anni. Se così, si apre un periodo molto difficile da governare e dove, in particolare, sono possibili errori fatali di politica economica e monetaria. Come minimizzarli?

  Fino a due mesi fa gli scenari di uscita dalla recessione globale erano quattro. Immaginate un grafico dove il tempo va da sinistra a destra e la crescita economica dal basso verso l’alto, i due dati incrociati: (1) ripresa a forma di “V” per indicare un rimbalzo veloce e forte dopo la caduta a picco della domanda mondiale dal settembre 2008 al febbraio 2009; (2) A forma di “W” per indicare una ripresa a razzo, ma non sostenuta, che si interrompe e fa ricadere a picco l’economia; (3) a forma di “L”, stagnazione duratura dopo la caduta, definito “scenario nipponico” in ricordo della lunga deflazione, fino al 2005, seguita all’implosione nel 1992 della bolla finanziaria/immobiliare in Giappone; (4) a forma di “U”, ripresa lenta, cioè risalita dopo un intervallo di stagnazione o crescita solo minima. Lo scenario a “I”, cioè di caduta catastrofica della crescita mondiale temuto nel dicembre 2008 non si è verificato e dal febbraio 2009 è valutato sempre più improbabile. Il più probabile, in base ai dati correnti, è quello a “U”. 

E’ una buona notizia in relazione al  passato. Ma nello scenario che sto dettagliando con i miei ricercatori  di Globis, University of Georgia, nei pressi di Atlanta da dove vi scrivo, la buona notizia per il futuro ancora non c’è. La locomotiva americana sta tornando a girare, ma la sua riparazione - rientro dal debito privato e pubblico, ripresa del credito e del mercato immobiliare - non solo è lenta, ma promette una ripresa dei consumi insufficiente per trainare, via importazioni, il resto del mondo. Ciò significa che le economie molto dipendenti dall’export (Cina, Giappone, Corea, Germania, Italia) dovranno aumentare la crescita interna per compensare le minori esportazioni. Ma è difficile cambiare modello in poco tempo. La Cina ha tentato senza riuscirci. Gli europei non lo hanno nemmeno tentato. Infatti nell’eurozona la disoccupazione sta andando oltre il 10%, salirà fino al 12% e rischia di restare così per parecchio tempo. E’ stato giustissimo il richiamo di Napolitano al seminario di Cernobbio di mettere in priorità questo problema. In sintesi, la ripresa è rallentata dal cedimento della locomotiva americana non sostituito da più crescita interna di altre economie. Inoltre la crisi dell’industria finanziaria in America ed in Europa ha ridotto, sia per amputazioni sia per blocchi alla finanza derivata, di circa 1/3 il capitale necessario a far girare il volano dell’economia globale. La cose giuste da fare sono: (a) mantenere e aumentare gli stimoli economici in America ed Europa fino a tutto il 2010; (b) mantenere il costo del denaro basso; (c) evitare regolazioni punitive e populistiche del sistema finanziario per rendere nuovamente abbondante il capitale di credito. Le prime due azioni, su cui al G20 c’è stato consenso, ma timido quello europeo, devono calibrare stimolazione e contenimento dell’inflazione e del debito al momento della vera ripresa. Un errore su questo punto sarebbe catastrofico, riaprendo gli scenari a “I”, “W” e “L”. Presto e meglio la terza azione sarà fatta e meno ci sarà il rischio di errori nelle altre due. Speriamo i governi lo capiscano.    

(c) 2009 Carlo Pelanda
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