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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2009-6-22

22/6/2009

Ripresa lenta

Le tendenze correnti (dati Ocse)  mostrano una caduta del Pil in Italia attorno al 6% per il 2009. Le stime sull’entità della ripresa nel 2010 fanno prevedere che sarà minima tra lo 0,5 e lo 0,8%. Per tutta l’eurozona lo scenario è simile – crisi pesante, e ripresa stentata – ma per l’Italia è più brutto di altri perché il debito e l’inefficienza del sistema riducono maggiormente la vitalità del mercato. Confindustria valuta che con i ritmi di ripresa ora prevedibili ci vorranno almeno cinque anni per tornare ai livelli di Pil del 2008. Confcommercio, pur meno pessimista sul calo del Pil (-3,9% stimato nel 2009), teme una situazione di lento declino. Questi ed altri sindacati di imprese chiedono al governo azioni straordinarie per evitare una stagnazione prolungata, densa di pericoli di deindustrializzazione e disoccupazione. Ma cosa potrà fare il governo realmente?

La probabilità che la ripresa sia lenta è, al momento, elevata  per il seguente motivo. La recessione è dovuta principalmente al crollo del commercio internazionale trainato dalla locomotiva americana. L’America sta uscendo dalla crisi, ma ci vorrà del tempo prima che i consumatori gravati da un enorme debito privato ricostruiscano i loro risparmi e la propensione a spendere. Quindi, semplificando, la locomotiva tirerà solo a mezza forza per un periodo tra i due e i quattro anni. Ciò significa che tutte le economie dipendenti più dall’export che dalla crescita interna dovranno bilanciare la riduzione del primo aumentando la seconda. E tale problema implica un vero e proprio cambio di modello per tutti, Cina, eurozona e al suo interno Germania ed Italia – molto dipendenti dall’export e con modello che soffoca la crescita interna - in particolare. Il “cambio di modello”, le “riforme”, vuol dire tagliare i costi dello Stato affinché più denaro possa andare al servizio della detassazione stimolativa, mantenendo l’equilibrio del bilancio pubblico. Ma è improbabile che le amministrazioni statali e locali si mettano a licenziare personale in grandi volumi a breve termine. Così come è improbabile che i partiti rinuncino ad un portafoglio di spesa pubblica che permette loro la costruzione di reti di clienti di esercitare potere reale. Inoltre in fase di recessione il taglio della spesa pubblica ha un effetto peggiorativo. Pertanto la giusta richiesta  di cambiare modello spostando più capitale dal ciclo burocratico/assistenziale dello Stato al mercato per crescere di più quello interno si scontra con enormi problemi di fattibilità tecnica e politica. Peggiorati dal problema del mostruoso debito che impone l’equilibrio di bilancio e limita il ricorso al deficit stimolativo. Inoltre l’Italia non ha più sovranità monetaria e quella del bilancio è limitata da vincoli europei.  Infatti il governo si prepara a misure solo minime: allungare la cassa integrazione per attutire i licenziamenti, dare incentivi alle imprese che non licenziano, fare un po’ di soldi via nuovo scudo fiscale, limare i costi pensionistici prospettici, ecc. Tali azioni non cambieranno il modello, pur aiutandolo a “tenere”, e ciò renderà la ripresa lenta, dipendente da quella globale. Realisticamente, non aspettatevi altro dal governo e sarà tanto se riuscirà a fare almeno questo. Sulle capacità di riforma dell’Italia (e dell’eurozona) dobbiamo essere pessimisti. Ma possiamo essere un po’ più ottimisti sulla ripresa globale. Nonostante rischi di neoprotezionismo ed instabilità di ogni tipo prevale nel pianeta una tendenza alla ripresa che in un paio d’anni permetterà anche ai vagoni Italia ed eurozona di galleggiare. Non vi piace? Nemmeno a chi scrive.      

(c) 2009 Carlo Pelanda
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