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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2009-6-1

1/6/2009

Ripresa in vista ma aumenta la disoccupazione

Il sistema economico italiano sta entrando in periodo, di circa un anno, dove ci sarà un mix di settori in ripresa ed altri dove arriverà o resterà l’impatto della recessione. I dati aggregati, per esempio il Pil, non renderanno bene questa situazione caratterizzata da tendenze opposte. Un giorno i lettori troveranno ottime notizie in un settore, il giorno dopo pessime in un altro. Ciò è normale nei momenti di inversione delle crisi. Ma, intanto, è una buona notizia perché indica che la ripresa ci sarà – visibile per tutte le aree del mercato a metà del 2010 - in relazione ai timori di una stagnazione o peggioramento della crisi. La gente sembra essersene accorta e i sondaggi mostrano il ritorno dell’ottimismo economico anche in Italia.

Bene, ma cerchiamo di capire i problemi maggiori nella “fase di inversione” caratterizzata, appunto, da fenomeni recessivi residui. Il principale sarà l’aumento della disoccupazione il cui indice mostra una tendenza verso il 9% nel 2010 da meno del 7% nel 2008. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha messo in cima alla lista dei problemi da gestire, con toni d’emergenza. La Chiesa – i Vescovi italiani – hanno lanciato un appello fortissimo alle imprese affinché tentino anche l’impossibile per evitare licenziamenti. Le imprese, in particolare quelle manifatturiere ed esportatrici del Nord, hanno tutto l’interesse a mantenere nei loro ranghi lavoratori qualificati e già esperti. Formare un operaio specializzato, un tecnico così come un impiegato contabile con competenza in settori specialistici, è un costo notevole. Le imprese, se potranno, non rinunceranno a tale investimento in capitale umano. Anche perché vorranno essere pronte, quando la ripresa globale riaccenderà le opportunità di vendita e la concorrenza, a cogliere le opportunità. Ma hanno il problema di sopravvivere in un periodo dai sei ai dieci mesi dove le vendite saranno ancora molto basse e gli incassi non copriranno i costi. Chi pagherà gli stipendi ai lavoratori? Il sostegno della cassa integrazione potrà essere esteso, ma c’è un limite di durata – già quasi raggiunto – alla quantità di denaro pubblico che può essere messa al servizio della disoccupazione. Si può chiedere alle imprese di usare le riserve per finanziare il mantenimento dell’occupazione nel periodo di emergenza? Molte lo stanno già facendo, ma hanno esaurito i soldi. Per questo il governo e le associazioni industriali chiedono alla banche di dar loro più credito. Ma la banche, per rispetto della norma di tutela del risparmio, non possono prestare denaro se il rischio di insolvenza dell’impresa è forte e crescente. E tale problema è più grave quanto più piccola è l’impresa. Infatti, francamente, è strana questa pressione sulle banche affinché facciano cose che non possono fare. Mentre è corretto il richiamarle a chiedere giuste garanzie e prezzi del capitale prestato, e non strozzinaggi come qualcuna sta facendo. In sintesi, le chiacchere ed i moralismi non creano il denaro. Solo il mercato lo fa. E prima che questo si riprenda i soldi che mancheranno si trasformeranno in disoccupazione. Con una complicazione. In ogni ripresa dopo una recessione c’è un periodo in cui la crescita si riaccende senza traino di occupazione perché le imprese tentano di ricostruire i profitti – anche per rientrare dai debiti – comprimendo al massimo i costi. Soluzioni? Ridurre sostanzialmente le tasse alle imprese sarebbe la migliore, ma è improbabile. Tuttavia il dare un incentivo fiscale selettivo alle aziende per ogni posto di lavoro mantenuto o ricreato funzionerebbe.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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