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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-3-31

31/3/2008

L’impoverimento della classe media

I commenti relativi all’aumento dei prezzi dell’energia esprimono preoccupazione, ma non allarme. Dopotutto si tratta di soli 58 euro, in media, per famiglia all’anno in più. Una goccia. Ma “gutta cavat lapidem”, la goccia buca la pietra. In realtà, a forza di piccoli rincari continui dal 2002 non bilanciati da aumenti di capacità di spesa la classe media appare a rischio di impoverimento. Fa paura un recente dato Istat che rileva come l’inflazione abbia superato gli incrementi di reddito medio. Desta stupore che nella campagna elettorale, fino ad ora, i partiti principali non avvertano che l’emergenza è di sistema e non offrano soluzioni di portata corrispondente.

Negli anni ’80 la società italiana raggiunse la configurazione di 2/3 di benestanti ed 1/3 di persone che ancora non lo erano o restavano marginalizzate. Gli Stati Uniti avevano raggiunto tale proporzione molto prima, la Germania negli anni ’60, la Francia un po’ dopo. Il ritardo italiano fu dovuto a quello sul piano dell’industrializzazione. Ma fu anche colmato rapidamente con la più massiva migrazione dalla campagna nelle città, e dal sud al nord, nella storia economica europea recente. Tutte queste nazioni stanno ora subendo l’impatto selettivo del turbocapitalismo globale che premia certe aree della società penalizzandone altre. Nel libro il “Fantasma della povertà”, che scrissi con Tremonti e Luttwak nel 1995, tale fenomeno fu anticipato come rischio di regressione dalla società dei 2/3 a quella della spaccatura tra poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. E fornimmo soluzioni per evitare il pericolo. Ma i governi italiani sono stati così incoscienti da non fare alcunché in materia perfino peggiorando l’impoverimento di massa. In Germania la politica ha preso atto della situazione e dal 2005 sta invertendo la tendenza negativa. La Francia sta tentando. Ambedue con strategie che cercano di mixare meglio tutele sociali e libertà del mercato, condivise da destre e sinistre ambedue centriste, sintomo di una emergenza percepita. L’America è un caso più complicato, ma comunque il problema è chiaro e le soluzioni sono in moto. In Italia non si ode voce. O, meglio, le offerte politiche si concentrano sul sollievo delle situazioni più disperate. Ciò è lodevole, anche se con imbarazzanti venature di populismo, ma i leader non vanno in televisione mostrando la vera emergenza: c’è un cedimento strutturale del modello di ricchezza di massa. E perché c’è? Il 65% degli italiani guadagna troppo poco, o meno che nel passato, in relazione alle spese basiche o ritenute importanti. Dove il problema principale è che la crescita dei costi per le famiglie in termini di carichi fiscali diretti ed indiretti, energia ed alimentazione è superiore a quella dei redditi. In tale situazione, altrove gestita piuttosto bene, è prioritario: (a) ridurre sostanzialmente i costi statali e le tasse di almeno il 5% complessivo; (b) tagliare i costi dell’energia, operando sulla loro componente fiscale, di almeno il 20%; (c) tornare alle famiglie, non solo le più povere, un 15% di capacità di spesa in più via detassazione della busta paga o del carico fiscale individuale e di impresa; (d) sostenere con tutti gli incentivi possibili la nascita di nuove imprese ed il rafforzamento di quelle esistenti. I partiti sono pregati di meglio dettagliare la loro offerta su questi punti oppure dimostrare che l’emergenza strutturale, in Italia, non esiste. Nel secondo caso sarebbe inevitabile la sostituzione del confronto tra destra e sinistra con uno tra società civile e partiti.

(c) 2008 Carlo Pelanda
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