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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-4-28

28/4/2008

Il Nord sostiene tutta l’Italia ma sta cedendo

La stagnazione e l’aumento dei prezzi in relazione ai salari che sta mettendo in gravi difficoltà quasi 1/2 della società italiana e creando pessimismo economico nei 2/3 può portare il sistema al punto di rottura? Quanto ne siamo lontani?

Dal 2002, periodo di avvio dell’euro cartaceo, la maggioranza degli italiani ha modificato le abitudini perché con sempre meno denari per finanziarle. Dal 2005 la tendenza è peggiorata per l’aumento dei costi energetici. Dal 2006 ha preso un andamento catastrofico perché il governo Prodi, invece di bilanciare i costi crescenti li ha aumentati. La poca crescita dell’economia italiana, per difetto di modello, combinata e riverberante con la decapitalizzazione di massa, ha modificato la struttura stessa della ricchezza nazionale portando metà o più della popolazione da una situazione di benessere ad una di bisogno. Complicata dal passaggio della maggior parte dei pensionati nella categoria della semipovertà. Non siamo ancora alla catastrofe, nemmeno nel declino industriale, ma è innegabile, dati alla mano, che il sistema italiano sia sceso di un gradino nella scala della ricchezza complessiva. E, senza correzioni d’emergenza, sta puntando ad un gradino ancora più basso (come mostrano tutti gli indicatori che misurano la forza economica e la ricchezza sociale in comparazione con altre nazioni). Per tale motivo è sensato chiedersi se ci sia un punto di rottura del sistema e quanto ne siamo vicini.

La storia recente mostra molti esempi di punti di rottura totali o parziali, risolti o meno. Nella crisi inglese degli anni 60/70 si combinarono contingenze negative con la conclusione del ciclo lungo di deindustrializzazione. Inizialmente la crisi fu gestita con soluzioni di tipo socialista. Ma queste la peggiorarono e portarono alla rottura (crisi totali di settore e di aree territoriali). Le soluzioni liberiste funzionarono perché vi fu una situazione fortunata: il settore finanziario restò forte e guidò la trasformazione del sistema da industriale a post (servizi), ma modificando il territorio: Londra riemergente, il resto paesaggio.  Un esempio di rottura non più ricucita è quello della crisi del Sud dopo l’unificazione italiana nel 1861: l’integrazione monetaria tra Nord industriale e  Sud agricolo, più altri errori di modello inadeguato ai luoghi reiterati per un secolo, ha svuotato il secondo gettandolo in una crisi di destrutturazione endemica. Il modello sovietico implose per insostenibilità del modello. Non c’è una formula valida per tutti i casi che individui i punti di rottura economica dei sistemi sociali, ma la sensazione è che la crisi italiana sia dovuta: (a) come nell’URSS, ad un problema di modello antimercato che non funziona ed in fase di implosione; (b) come nel Sud, ad una unione monetaria sfavorevole; (c) come in Inghilterra, ad un processo di deindustrializzazione peggiorato da soluzioni socialistoidi. Ma in Italia le tendenze verso la rottura del sistema complessivo sono frenate dall’enorme forza del Nord che mantiene attiva e competitiva l’industria, finanzia comunque il modello economico statalista sbagliato e regge in qualche modo un sistema monetario penalizzante. Quindi il calcolo di rottura per l’Italia va fatto valutando la possibilità di tenuta del Nord che sostiene tutto il resto. Da un lato sta cedendo – il consenso crescente alla Lega è una reazione a questo fatto - dall’altro rimane sufficientemente forte. Grazie al Nord l’Italia è ancora lontana dal punto di rottura, ma se non cambia qualcosa prima o poi ci arriverà. 

(c) 2008 Carlo Pelanda
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