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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-11-24

24/11/2008

Subito detassazione e sostegno al credito

Alla fine di questa settimana il governo dovrebbe varare le misure di contenimento della recessione dopo la riunione di coordinamento intraeuropeo per la gestione della crisi. La buona notizia è che Berlusconi ha assunto una responsabilità gestionale diretta, cosa che fino a pochi giorni era lasciata al solo Tremonti. Quello che c’è da fare, infatti, richiede il potere del leader eletto e non può essere attuato da un collaboratore.

Ma potrà il governo fare abbastanza? La tendenza recessiva è spinta dalla caduta della domanda globale a sua volta causata dal calo a picco di quella statunitense. Questa si incrocia con la crisi bancaria, inizialmente dovuta ad un cortocircuito nelle finanza derivata, e che continua come necessità di rientro degli istituti, meno quegli italiani, dagli eccessi di “leva” (deleveraging). Proprio la combinazione di due crisi di “sgonfiamento” rende rapidissima la crisi stessa. E’ un fenomeno nuovo. Il requisito di velocità degli interventi di contrasto della recessione ha spiazzato tutti i governi del mondo. Per esempio, l’aumento dei lavori pubblici è un tipico modo di risposta ad una crisi economica dando lavoro a chi lo perde per contrazione del mercato. Ma il loro effetto è differito nel tempo, dai 12 ai 24 mesi. In questo caso, invece, la priorità è quella di ottenere effetti in tre o quattro mesi. Come si fa? Il modo più veloce per dare capitale alle famiglie, affinché mantengano i consumi, è quello di togliere tasse dalla busta paga. Per sostenere le imprese affinché non falliscano e non licenzino,  bisogna sia ridurre al minimo i loro costi sia aiutarle ad avere credito dalle banche.  Ma fare una cosa del genere con buona efficacia implicherebbe una riduzione delle tasse sui 60 miliardi di euro, circa 4 punti di Pil. Con tale cifra potremmo scommettere seriamente su una buona tenuta nel periodo più critico della crisi globale e veloce ripresa del mercato interno italiano. Ma questi soldi da mettere al servizio della detassazione lo Stato italiano, pur con un bilancio pubblico di oltre 600 miliardi di euri, non li ha. Circa 70 miliardi annui servono a pagare gli interessi sull’enorme debito storico. Per inciso senza ridurre il debito nessun governo potrà rilanciare sul serio l’Italia. Ma lo vedremo dopo la crisi. Gli altri soldi sono spesi per reggere l’enorme apparato pubblico. Poiché non è pensabile di poter licenziare impiegati in tempi di crisi, perché la peggiorebbe, anche se qualche risparmio in più si potrebbe fare, restano solo dai 30 ai 40 miliardi di euri di spesa discrezionale. Da questi, già impegnati per investimenti di medio termine, il governo dovrà prendere le risorse per sostenere l’economia a breve, riallocandole. Sfondare il tetto europeo di deficit per averne di più? Il volume del debito (105% del Pil) non permette all’Italia di farlo perché ciò darebbe al mercato il segnale che c’è un rischio di insolvenza, peggiorando drammaticamente il tutto. Troppo poco, quindi? Per fortuna l’inflazione sta calando è ciò comporterà meno costi, mediamente di duemila euro annui, alle famiglie. Se la detassazione ne lascerà altri mille annui nelle tasche della gente questo aiuterà. Se il soldo è poco, la detassazione va ben mirata. Per esempio sarà vitale una riduzione dell’Iva per parecchi settori a rischio, quelli turistico ed automobolistico in priorità, nonché il già annunciato pagamento dell’Iva stessa ad incasso e non a fatturazione, per le piccole imprese. In sintesi, non sarà abbastanza, ma aiuterà se combinato con il sostegno al credito. L’Italia è abituata ad ottenere molto con poco. Il governo almeno quel poco lo faccia bene e presto.

(c) 2008 Carlo Pelanda
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